Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Mileva Marić, genio all’ombra del marito

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Albert Einstein è universalmente considerato uno degli uomini più famosi della storia. Il suo nome è legato, com’è noto, alle sue brillanti ricerche nell’ambito della fisica teorica e della meccanica quantistica, nonché alla nota “Teoria della relatività” che ha rivoluzionato il sapere scientifico.

In pochissimi, parimenti, conoscono una donna che contribuì, secondo alcuni ricercatori in maniera determinante, a modellare il talento scientifico di Einstein, ossia Mileva Marić, di lui fidanzata e poi moglie.

Mileva nacque a Titel, vicino Novi Sad, in Serbia, nel dicembre del 1875 da una famiglia benestante. Già da molto piccola, dimostrò le sue brillanti capacità di apprendimento, specie riguardo alle materie scientifiche.

Suo padre, Miloš, la incoraggiò a seguire gli studi scientifici in Svizzera, un paese dove alle donne era permesso iscriversi all’Università.

Si diplomò nel 1896 e immediatamente dopo sostenne l’esame di ammissione al Politecnico, diventando la prima donna iscritta al corso di matematica e fisica.

Nel 1898, dopo una breve pausa in Germania, dove aveva seguito, solo come auditrice, in quanto donna, un semestre ad Heidelberg, iniziò il terzo anno universitario ritrovandosi come compagni di corso Marcel Grossmann, Albert Einstein e Louis Kollros.

 

La sua esperienza universitaria non fu esente da ostacoli, soprattutto a causa dell’ostracismo di un ambiente completamente maschile nei confronti di una giovane donna molto brillante interessata, inusitatamente, a discipline fino ad allora riservate all’attenzione dei soli uomini.

Anche una sua insicurezza di fondo, dovuto al senso di inadeguatezza che provava in un mondo completamente frequentato da uomini, le creò dei problemi in quanto rimandò degli esami per i quali non si sentiva pienamente preparata.

Ciònonostante, alla fine delle lezioni, Mileva ad Albert ebbero dei voti più o meno uguali, tranne in fisica applicata. Infatti, Mileva ottenne il massimo dei voti, ossia 5 su 5, mentre Albert ottenne, faticosamente, un 1.

Insomma, Mileva brillava nel lavoro sperimentale, mentre Albert aveva grandi difficoltà. All’orale, tuttavia, i docenti attribuirono voti alti ai soli studenti maschi, 10 e 11, destinando a Mileva solo un 5.

La giovane donna proseguì a studiare a capofitto, nonostante le palesi ostilità del corpo docente e dopo un primo fallimento che non le consentì di superare l’esame finale, fissato nel luglio del 1900, ritentò l’anno successivo, senza successo.

È certo che la sua valutazione fu fortemente condizionata non solo dal fatto di essere una donna che si cimentava in studi di esclusivo appannaggio maschile, ma anche dall’evidente stato di gravidanza nel quale si trovò in quel momento.

La commissione, costituita di soli uomini, condizionati da pesanti pregiudizi nei confronti delle donne, rimase quasi inorridita di fronte a quello spettacolo.

Risultava inaccettabile la condizione di Mileva di donna non sposata che aspettava un figlio, quasi sfrontata.

Il suo stato interessante era frutto di una relazione sentimentale che, nel frattempo, Mileva aveva instaurato proprio con il suo compagno di studi Albert Einstein.

Avvilita dall’ennesimo insuccesso e frustrata dal trattamento preconcetto ricevuto, decise di tornare a casa dei suoi genitori per partorire. A loro lasciò la sua bambina, Lieserl che sarebbe poi sparita in circostanze mai chiarite.

Nel 1903, Mileva sposò Albert. Ciò avvenne solo dopo la morte del padre di lui, fortemente contrario alle nozze del figlio con una donna non ebrea e straniera. Iniziò, così, il periodo più felice della loro relazione.

Albert lavorava a tempo pieno presso l’Ufficio brevetti e, per tale ragione, dovette abbandonare le sue ricerche.

Fu Mileva a proseguirle con passione e competenza e il suo ruolo, secondo molti studiosi, fu determinante.

Albert partecipava agli studi solo la sera, quando rientrava dal lavoro e Mileva spesso parlava con l’amica Helene Savić di quanto fosse dispiaciuta del fatto che, dopo una giornata di duro lavoro in ufficio, dovessero insieme far tardi la sera per proseguire le ricerche che stavano conducendo sì insieme, ma che il marito, per ragioni di tempo, poteva seguire poco.

Versione confermata da Albert, più volte, all’amico Hans Wohlwend. Eppure, in questa fase, videro la luce le opere fondamentali di Einstein sulla Teoria della relatività che rimettevano in discussione i fondamenti della meccanica.

Il nome di Mileva non compariva nelle pubblicazioni del marito, seppur il suo ruolo fosse stato importantissimo. Sembra che fu lei a rinunciare di comparire, visto che più volte affermò: «Siamo entrambi una sola pietra», frase che ben lasciava intendere quanto fosse simbiotica la relazione nella quale era immersa non solo sotto il profilo sentimentale, ma anche sotto il profilo intellettuale e professionale.

Mileva era metodica ed organizzata. Aveva sempre aiutato Albert ad incanalare le sue energie e lo aveva guidato negli studi, come si evince dalle 43 lettere che Albert Einstein scambiò con lei tra il 1899 ed il 1903, mentre ci sono giunte solo dieci di quelle che fu lei a scrivergli. Tali lettere forniscono un resoconto di prima mano su come hanno interagito i due.

Nell’agosto del 1899, Albert scriveva a Mileva: «Quando ho letto Helmholtz per la prima volta, sembrava così strano che tu non fossi al mio fianco e oggi le cose non stanno migliorando. Trovo il lavoro che facciamo insieme molto buono, curativo e anche più facile.»

Il 2 ottobre 1898 scriveva, da Milano, dove si era nel frattempo trasferito: «…qui il Clima non mi si addice affatto e mentre mi manca il lavoro, mi ritrovo pieno di pensieri oscuri, cioè mi manca averti vicino a controllarmi gentilmente e ad impedirmi di distrarmi.»

Nel settembre 1900, Albert scriveva ancora a Mileva: «Non vedo l’ora di riprendere il nostro nuovo lavoro comune. Ora devi continuare con la tua ricerca.»

Appena ventiduenne, Albert pubblicò su Annalen Der Physik, il primo articolo sul “fenomeno della capillarità" firmato solo a suo nome, sebbene allo studio avesse partecipato anche la moglie, come la stessa Mileva confessò ad una sua amica, Helene Savić, in una lettera del dicembre 1900: «Ne invieremo una copia privata (dell’articolo) a Boltzmann per vedere cosa ne pensa e spero che ci risponda.»

Entrambi i coniugi, d’altronde, si riferivano a questo articolo nelle lettere, come al loro articolo comune.

Albert scrisse a Mileva, il 4 aprile del 1901 dicendo che il suo amico Michele Besso «ha visitato suo zio per mio conto, il professor Jung, uno dei fisici più influenti in Italia e gli ha dato una copia del nostro articolo.»

La decisione di Mileva di lasciare che il marito pubblicasse solo a suo nome, fu probabilmente presa di comune accordo, come sostiene l’ex professoressa di Storia del City College di New York, Radmila Milentijević, autrice della biografia più completa di Mileva Marić, pubblicata nel 2015.

L’idea è che Mileva volesse probabilmente aiutare Albert a farsi un nome, in modo tale da potersi fare un nome e trovare un lavoro stabile.

Dord Krstić, un ex professore di fisica all’università di Lubiana, ha trascorso 50 anni a fare ricerche sulla vita di Mileva.

Nel suo libro, ben documentato Mileva e Albert Einstein, il loro amore e la collaborazione scientifica (Didakta, 2004) suggerisce che, dati i pregiudizi prevalenti nei confronti delle donne all’epoca, una pubblicazione firmata insieme ad una donna avrebbe potuto avere un peso inferiore e sminuire l’intero lavoro.

Albert Einstein, aveva scritto ancora nel marzo 1901: «Come sarò felice e orgoglioso quando noi due insieme avremo portato il nostro lavoro sul moto relativo ad una conclusione vittoriosa.»

Nel 1904 nacque il loro primo figlio, Hans-Albert. Questo evento, non rallentò il lavoro metodico e profondo della coppia. Infatti, il 1905 fu l’anno conosciuto come “miracoloso” per Albert Einstein.

Egli pubblicò cinque articoli: uno sull’effetto fotoelettrico (che lo avrebbe condotto al conseguimento del Premio Nobel per la fisica nel 1921), due sol moto browniano, uno sulla relatività speciale e il famoso E=mc2.

Commentò anche 21 articoli scientifici a pagamento e presentò la sua tesi sulla dimensione delle molecole.

Peter Michelemore, uno dei suoi biografi più importanti, scrisse che, dopo aver trascorso cinque settimane a completare l’articolo contenente le basi della relatività speciale, Albert «rimase a letto per due settimane, mentre Mileva controllava e ricontrollava l’articolo, correggeva gli errori e lo revisionava con cura e competenza per poi spedirlo.»

Esausti, i coniugi fecero visita a parenti ed amici in Serbia e tutti fornirono testimonianze accurate di quanto quei lavori fossero stati frutto di una stretta collaborazione tra i due.

Il fratello di Mileva, Miloš Jr., una persona nota per la sua integrità, rimase in diverse occasioni con la famiglia Einstein mentre studiava medicina a Parigi.

Krstić scrisse: «Miloš ha descritto come durante la sera e fino a notte fonda, quando il silenzio calava sulla città, i giovani coniugi si sedevano insieme a tavola e alla luce di una lanterna a cherosene, lavoravano insieme su problemi di fisica. Miloš ha descritto come entrambi calcolavano, scrivevano, leggevano e discutevano.»

Osservazioni confermate da altre persone, quali Sidonija Gajin e Sofia Galić Golubović.

Zarko Marić, cugino del padre di Mileva, viveva nella proprietà di campagna dove soggiornarono gli Einstein durante una loro visita.

Disse a Krstić come Mileva avesse calcolato, scritto e lavorato con Albert.

La coppia si sedeva spesso in giardino a discutere di fisica. Inoltre, riferì, come aveva già fatto anche Sidonija Gajin e come avrebbe poi confermato Sofia Galić, di aver sentito dal padre di Mileva che durante la visita di Einstein a Novi Said nel 1905, Mileva gli aveva confidato: «Prima della nostra partenza, abbiamo terminato un importante lavoro scientifico che farà conoscere mio marito a tutto il mondo.»

Nel 1969 Desanka Trbuhović-Gjurić pubblicò la prima biografia di Mileva in serbo, successivamente tradotta in tedesco e francese.

Il fratello di Mileva era solito ospitare raduni di giovani intellettuali al suo posto, visto che per una donna sarebbe risultato poco consono.

In una serata, Albert Einstein disse: «Ho bisogno di mia moglie. Lei risolve per me tutti i miei problemi matematici.»

Cosa poi confermata apertamente da Mileva stessa.

Nel 1908, la coppia costruì, con Conrad Habicht, un noto insegnante e matematico svizzero, un voltmetro ultrasensibile, ma Desanka Trbuhović-Gjurić attribuisce questo lavoro a Mileva e Conrad e scrisse: «Quando entrambi furono soddisfatti, lasciarono ad Albert il compito di descrivere l’apparato, poiché era un esperto di brevetti.»

Lo strumento fu registrato a nome Einstein-Habicht. Conrad Habicht apparve contrariato dalla decisione della di non inserire il nome di Mileva e di fronte alle sue perplessità, la donna rispose: «Perché non inserisco il mio nome? Perché io ed Albert siamo una pietra sola», ossia si sentivano come un’unica entità.

Nel 1909, Albert ebbe il suo primo posto accademico a Zurigo. Mileva lo assisteva ancora.

Otto pagine dei primi appunti di lezione di Alberto sono scritte con la sua calligrafia, così come una lettera redatta nel 1910 in risposta a Max Planck che aveva chiesto il parere di Albert. Mileva confida a Herlene Savić: «Ora Albert è considerato il migliore dei fisici in lingua tedesca e gli vengono tributati molti onori. Sono molto felice per il suo successo perché se lo merita pienamente. Spero e mi auguro solo che la fama non abbia un effetto dannoso sulla sua umanità.»

Successivamente, aggiunse con tono rammaricato: «Che dire, con la notorietà, uno prende la perla, l’altro la conchiglia.»

I documenti che recano queste citazioni, sono conservati negli Archivi Albert Einstein a Gerusalemme.

Nel 1910, Mileva diede alla luce il secondo figlio, Eduard, ma il suo matrimonio era ormai destinato alla rovina. Albert, infatti, nel 1912 iniziò una relazione extra coniugale con una sua cugina, Elsa Löwental e si trasferì’ a Berlino per starle più vicino.

Per Mileva iniziò un periodo terribile che passò attraverso un divorzio turbolento e sconfinò nelle più desolanti ristrettezze economiche.

Accettò di divorziare imponendo una clausola in base alla quale se mai Albert avesse ricevuto il Nobel, avrebbe dovuto destinarle il premio in denaro. Quando ciò avvenne, nel 1921, Albert lasciò a Mileva il premio in denaro, ma non citò mai la moglie come riconoscimento per il lavoro e gli studi svolti insieme. Anzi, sembra che si affrettò a distruggere molti documenti di lavoro a firma di entrambi.

Il fisico sovietico Abram Feodorovic-Marity, confermò di aver letto molti testi originali firmati Einstein-Marity (traduzione ungherese di Marić, cognome da nubile della moglie) che però poi sono spariti senza motivo apparente, perduti o distrutti.

Con i soldi del Nobel, Mileva acquistò due piccoli condomini, ma visse in povertà.

Suo figlio Eduardo risiedeva spesso nei sanatori e successivamente sviluppò la schizofrenia, per poi essere internato.

Le ingenti spese mediche mandarono definitivamente in rovina le finanze di Mileva che fu costretta a vendere gli edifici di sua proprietà per sbarcare il lunario.

Sopravvisse dando lezioni private e con gli alimenti che Albert le inviava, però, saltuariamente.

Nel 1925, Albert Einstein scrisse nel suo testamento che il denaro del Premio Nobel era l’eredità dei suoi figli, ma Mileva si oppose strenuamente affermando che il denaro era suo e prese in considerazione l’idea di rivelare al mondo il suo contributo determinante al lavoro e al successo dell’ex marito.

La storica Radmila Milentijević cita un passaggio di una lettera che Albert invia all’ex moglie il 24 ottobre 1925: «Mi hai fatto ridere quando hai iniziato a minacciarmi. Hai mai considerato, anche solo per un secondo, che nessuno ti avrebbe mai prestato attenzione di fronte ad un uomo che ha realizzato qualcosa di così importante? Quando qualcuno è completamente insignificante, non c’è niente da dire a questa persona solo di essere modesta e stare zitta. Questo è il consiglio che ti dò.» E Mileva rimase in silenzio.

La sua amica Milana Bota, tuttavia, disse ad un giornale serbo, nel 1929, che avrebbero dovuto parlare con Mileva per scoprire la genesi della Teoria della relatività, in quanto ne era la principale artefice.

Sono molte altre le testimonianze, tutte documentate, che dimostrano che i coniugi Einstein collaborarono strettamente per anni, dai tempi della scuola fino al 1914.

Lo stesso Einstein ne aveva fatto riferimento più volte nelle sue lettere.

Il rapporto si basò sull’amore e sul rispetto reciproco che permise loro di realizzare insieme studi straordinari e ricerche importantissime.

Mileva fu la prima persona a riconoscere il talento di Albert e senza di lei, si può asserire con certezza che ciò che ne è seguito non sarebbe mai accaduto.

Lei decise di rinunciare alle sue aspirazioni per amore, si dedicò totalmente al lavoro e agli studi condivisi con lui, convinta che fossero un’unica entità e, una volta partiti, non fu più possibile arrestare la consuetudine di firmare i lavori comuni con un unico nome, quello di Albert.

Probabilmente, Mileva era convinta che la felicità della loro relazione, dipendesse dal successo di lui. Eppure, lei è sempre rimasta in silenzio.

Era una persona schiva e riservata, non cercava onori e pubblicità e come accade sempre in caso di collaborazioni così strette, diventa poi estremamente difficile, se non impossibile, estrapolare i singoli e a volte determinanti, contributi.

Mileva morì nel 1948 a 73 anni a causa di un ictus. Riposa a Zurigo.

Ancora oggi, la figura di Mileva Marić è quasi del tutto ignorata, nonostante la pubblicazione di varie biografie che tentano di ristabilire la verità storica.

Pochissimi conoscono questa brillante fisica e matematica il cui contributo alla genesi delle teorie rivoluzionarie di Albert Einstein è stato determinante.

Si tratta di una sorte comune a molte donne, specie quando si avventurano in ambiti ritenuti universalmente di esclusiva competenza maschile.

Mileva ha combattuto molto contro i pregiudizi e la discriminazione subiti in quanto donna e la sua è, purtroppo, solo una delle tante storie di incomprensibile e deprecabile ostracismo nei confronti delle donne di talento.

Se Einstein avesse pubblicamente riconosciuto i meriti della sua ex compagna di vita e se lei non avesse deciso di mettere la sua vita al totale servizio del marito, concludendo gli studi e conseguendo un dottorato, molto probabilmente il suo posto nella storia della scienza moderna sarebbe di grande rilievo e tutto ciò avrebbe spezzato un pregiudizio di fondo nei confronti delle inclinazioni femminili verso le scienze e fatto da apripista a molte altre donne che sarebbero state sollecitate ad uscire dall’anonimato e ad affermarsi per il proprio ingegno e per la propria cultura e preparazione.

La fisica americana Pauline Gagnon in un articolo intitolato Il tragico destino di Mileva Marić in un passaggio ha scritto: «Non dobbiamo dimenticare Mileva Marić Einstein, una brillante e tuttavia sconosciuta scienziata. Mentre suo marito è ancora oggi celebrato come il miglior fisico del ‘900, resta una domanda: quanto ha contribuito sua moglie al suo successo? Nonostante non sia possibile darle merito per ogni specifica parte del suo lavoro, esistono prove sostanziali che lei ha collaborato in modo significativo con Albert Einstein, eppure nessuno ne parla.»

Nonostante la società patriarcale l’abbia quasi del tutto ignorata e l’anonimato abbia insabbiato i suoi sacrifici, i suoi studi, il suo lavoro ed il suo straordinario talento, resta la storia di una donna che ha lavorato duramente per ottenere un’istruzione che agognava in un mondo ed in un’epoca in cui si trovava semplicemente ed assurdamente nella condizione di avere il genere sbagliato.

La sua perseveranza eccezionale, la sua encomiabile tenacia l’hanno portata, però, a lottare sempre, pagando in prima persona quello che fu considerato quasi un affronto, ossia reclamare dignità e considerazione.

Nel 2019 la fisica italiana Gabriella Greison ha presentato una domanda ufficiale al Politecnico di Zurigo perché le venisse attribuita una laurea postuma, ma la sua richiesta è stata rifiutata. Resta difficile restituire a Mileva Marić il giusto riconoscimento anche nel ventunesimo secolo, visto che le scienziate, ancora oggi, vengono viste con sospetto e diffidenza e faticano il doppio per conquistarsi attenzione e rispetto, ma la dura lotta contro le discriminazioni di genere deve restare la priorità di tutti in un mondo che vuole ritenersi civilizzato e progredito.

 

Fonti

R. Milentijević, Mileva Marić Einstein. Life with Albert Einstein, United World Press, 2015.

D. Krstić, Mileva e Albert Einstein. Their love and scientific collaboration, Dodakta, 2004.

D. Trbuhović-Gjurić, Mileva Marić Einstein: «In Albert Einstein’s shadow» in Serbian, 1969, German, 1982 and French, 1991.

M. Popović, The life and letters of Mileva Marić, Einstein’s first wife, in «Albert Einstein’s Shadow», The John Hopkins University press, 2003.

P. Michelemore, Einstein, profile of the man, Dodd, Mead &Company, 1962.

Walker Evan Harris, Mileva Marić’s Relativistic Role, in «Physic Today», febbraio 1991.

G. Greison Gabriella, Einstein e poi, Salani 2018.

P. Gagnon, The tragic destiny of Mileva Marić Einstein, Indiana University, 2019.

A. Finkbeiner, The debated legacy of Einstein’s first wife, 2019.

A. Esterson & D. C. Cassidy, with Ruth Lewin Sime, Einstein’s wife, The Real Story of Mileva Einstein-Marić, MIT Press, 2019.

 

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