Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Osservazione e teoria

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Una tesi comune ai nostri giorni è che l’inscindibilità di osservazione e teoria conduce alla relativizzazione di ogni discorso intorno al mondo circostante, e ciò significa che non è lecito affermare che il mondo rappresenta il criterio ultimo per distinguere il vero dal falso.

In altre parole, risulta impossibile - pena la caduta nel ragionamento circolare - separare il mondo dalle teorie da noi costruite e utilizzate per parlarne; per far questo avremmo bisogno di un punto di vista superiore e neutrale, vale a dire di quella che Hilary Putnam definisce “visione dell’occhio di Dio”.

Il risultato, in ultima istanza, è che ogni discorso sul mondo è relativo alle teorie di cui attualmente disponiamo.

Richard Rorty, per esempio, sostiene che l’intreccio continuo e inestricabile tra osservazione e teoria relativizza la nozione di “realtà” invocata dai realisti, dal che segue l’impossibilità di trovare un tribunale di tipo kantiano che ci consenta di determinare in termini assoluti che cosa è vero e che cosa non lo è.

 

Se così stanno le cose, è evidente che non possiamo mai separare con una cesura netta la realtà da un lato e le nostre teorie sulla realtà dall’altro. Come afferma anche Putnam - per quanto in forma meno radicale - ci è precluso qualsiasi punto di vista neutrale e assoluto, un punto di vista che ci consentirebbe di confrontare una realtà non-teorizzata con le teorie che noi costruiamo su di essa.

In altri termini, il confronto è possibile soltanto fra una teoria e un’altra teoria, e mai fra una teoria e il mondo in quanto tale.

Fondamentale è in questo senso la negazione dell’esistenza di una “filosofia prima”, capace di collocarsi in una una prospettiva che trascenda tutti i punti di vista naturali.

I giudizi di verità possono essere formulati soltanto dopo l’adozione di una teoria. Simili giudizi possono essere espressi soltanto all’interno di uno schema concettuale, e sono quindi espressione di tale schema.

Poiché la verità è immanente a una teoria, e vive soltanto al suo interno, non è possibile parlare di “realtà” se non attraverso la mediazione di uno schema concettuale: c’è un mondo reale, ma può essere descritto unicamente nei termini del nostro schema.

Abbiamo accesso alla realtà attraverso la teorizzazione, e quindi tutti gli oggetti - inclusi quelli del senso comune - sono soltanto dei postulati che acquistano senso nel contesto di una particolare teoria.

Ne segue che non possiamo parlare della realtà se non adottando una qualche cornice di tipo concettuale, e ciò che ci è consentito fare è re-interpretarne una nei termini di un’altra.

Differenti teorie sono in grado di identificare differenti oggetti, ma non v’è mai modo di uscire da tutte le teorie per confrontarci direttamente con la realtà: tutto ciò che possiamo fare è rintracciare le connessioni tra le teorie e tradurle - per quanto è possibile - l’una nell’altra.

Si rammenti a questo proposito che anche Donald Davidson, accogliendo le tesi di Dewey, nega che vi sia una linea di divisione ben definita tra il soggetto isolato da un lato e il mondo dall’altro.

Dal pensiero deweyano egli ricava la tesi che, in assenza di esseri pensanti, risulterebbe impossibile parlare di verità o falsità, il che significa negare da un lato che l’accesso alla verità costituisca una speciale prerogativa dei filosofi, e affermare dall’altro che la verità è inscindibilmente legata agli interessi umani. Verità e oggettività hanno dunque senso solo se vi sono creature intelligenti che le pensano e ne parlano, e sono determinate dai rapporti d’interazione che si verificano tra tali creature e l’ambiente in cui vivono. Essendo l’oggettività connessa alle nostre limitate capacità cognitive, risulta vano cercarne una definizione in termini di maggiore assolutezza.

La questione venne compresa in tutta la sua portata già agli inizi del secolo scorso da William James il quale, nel corso di una conferenza tenuta nel 1907 alla Columbia University di New York, affermò che è possibile (e lecito) immaginare universi alternativi a quello che conosciamo: ad esempio, un universo in cui l’interazione causale potrebbe non esistere.

Nella medesima occasione il pensatore pragmatista definì il “vero assoluto” (vale a dire ciò che nessuna esperienza successiva potrà modificare) come il punto di fuga ideale verso cui immaginiamo che debbano convergere un giorno tutte le nostre verità provvisorie.

È tuttavia ovvio che tale giorno non è specificabile, ragion per cui altro non possiamo fare che vivere nel presente, con ciò che di vero abbiamo a disposizione oggi.

La conclusione è che le grandi teorie scientifiche (e metafisiche) del passato furono certamente strumenti adeguati per secoli, ma ciò non ci impedisce - o, almeno, non “dovrebbe” impedirci - di vedere che quei limiti sono stati oltrepassati dalla nostra esperienza.

Le cose che in passato si ritenevano assolutamente vere si sono poi dimostrate vere soltanto in riferimento ai limiti di cui sopra, lasciandoci quindi in balia dell’inquietante sensazione che verità e relativismo, lungi dall’essere incompatibili, costituiscano in realtà due facce della stessa medaglia. Ma i limiti stessi sono, in fondo, casuali e contingenti, e nessun elemento aprioristico impediva ai nostri antenati di superarli.

Se accettiamo sino in fondo queste premesse, dobbiamo anche ammettere che chiunque abbia un’esperienza della realtà sostanzialmente differente dalla nostra è, per forza di cose, portato a concepire la realtà in modo diverso. Possiamo quindi immaginare esseri intelligenti la cui cornice concettuale e categoriale conduce ad una visione del mondo che ha ben poco a che fare con la nostra.

Gli oggetti e gli eventi presenti nel loro modo di esperire il mondo circostante potrebbero differire da quelli per noi usuali in misura tale che i loro predicati avrebbero dominii non paragonabili ai nostri.

Se le cose stanno così, che cosa possiamo dire della “verità”?

Anche in questo caso non occorre scivolare su posizioni estreme alla maniera di Rorty, e si può invece conservare una funzione importante al concetto di verità. Di quale funzione si tratta, tuttavia?

Innanzitutto risulta scarsamente plausibile la prospettiva di raggiungere una sorta di verità definitiva (nel senso di “finale”) in ambito scientifico, né migliore sorte sembra toccare alla nozione di “progressivo avvicinamento” alla verità.

Il motivo per cui la verità continua ad essere importante è che essa svolge comunque un ruolo chiave nelle nostre decisioni, dal che consegue che tale ruolo è giustificato su basi pratiche: in altri termini, la nozione di “verità” riveste una funzione preziosa nella nostra schematizzazione concettuale della realtà. La tesi per cui la scienza non è in grado - al pari di qualsiasi impresa umana - di giungere alla verità attuale delle cose è certamente corretta. Ma è pur vero che la scienza tenta costantemente di raggiungere quel risultato. Come potrebbe essere altrimenti, dal momento che si propone di rispondere alle nostre domande circa il mondo?

Queste risposte, tuttavia, hanno sempre un carattere ipotetico e provvisorio, e le teorie scientifiche altro non sono che valutazioni mai definitive della risposte che la natura fornisce ai nostri interrogativi.

Pertanto la verità, come del resto l’oggettività e la razionalità, è legata alla nostra capacità di idealizzazione.

Il perseguimento della verità è l’obiettivo primario della scienza, anche se è opportuno riconoscere che esso fa parte di un gioco altamente idealizzato. Senza dubbio la nozione di verità intesa in senso ontologico è necessaria ma, dal momento che tra realtà-in-quanto-tale e realtà-come-noi-la-vediamo esiste sempre uno iato, a tale nozione può al massimo essere attribuita una funzione regolativa, il che significa che essa non può essere completamente esplicitata.

Risulta allora difficile capire cos’altro potrebbe essere la verità se non coerenza ideale, dal momento che il fatto che una proposizione sia vera equivale al suo essere coerente rispetto ad un insieme ideale di dati.

Anche in questo caso è la presenza dell’idealizzazione ad impedirci di ottenere - mediante la coerenza - la verità assoluta.

Nella pratica il divario tra verità “presunta” ed “accertata” continua infatti a manifestarsi, e soltanto delle circostanze ideali (ovviamente non conseguibili praticamente) potrebbero colmarlo. E, anche nella ricerca scientifica, la separazione fra reale e ideale limita il nostro orizzonte cognitivo.

Quine si propone di dimostrare che non è possibile tracciare una distinzione netta tra proposizioni analitiche e sintetiche, il che gli consente di adottare un empirismo che è al contempo privo dei dogmi neopositivisti e vicino alle concezioni del pragmatismo.

Contrariamente a quanto sostenevano i positivisti logici, egli afferma che non vi sono proposizioni immuni dalle revisioni suggerite dall’esperienza: «Tutte le nostre cosiddette conoscenze o convinzioni, dalle più fortuite questioni di geografia e di storia alle leggi più profonde della fisica atomica o financo della matematica pura e della logica, tutto è un edificio fatto dall’uomo che tocca l’esperienza solo lungo i suoi margini. O, per mutare immagine, la scienza nella sua globalità è come un campo di forza i cui punti limite sono l’esperienza. Un disaccordo con l’esperienza alla periferia provoca un riordinamento all’interno del campo; si devono riassegnare certi valori di verità ad alcune nostre proposizioni».

Giunti a questo punto, era inevitabile che si tornasse a riscoprire le numerose idee feconde che il pragmatismo è tuttora in grado di offrire. Ad esempio Hilary Putnam dà grande rilievo a questa osservazione di William James: «Per quanto mi riguarda, non posso sfuggire alla considerazione secondo la quale il soggetto conoscente non è un semplice specchio fluttuante senza alcun appiglio, riflettente passivamente un ordine in cui si imbatte e che trova semplicemente esistente.

Il soggetto conoscente è un attore, il quale da un lato codetermina la verità, e dall’altro registra la verità che aiuta a creare».

Si tratta di un passo che, pur risalendo al secolo scorso, è molto attuale. In esso troviamo formulata con  chiarezza l’impossibilità di scindere con una cesura netta - contrariamente a quanto sostennero poi i neopositivisti - i “fatti” da un lato e i “giudizi di valore” dall’altro. Eppure, ben pochi sanno che James enunciò, con grande anticipo rispetto ai post-empiristi, la tesi secondo cui l’osservazione  è sempre e comunque impregnata di teoria.

 

 

 

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