La storia non è finita e bussa ancora alla porta
Secondo il filosofo e politologo americano di origine giapponese, il crollo dell’Unione Sovietica e la fine della Guerra Fredda segnava, per l’appunto, la “fine della storia”. La democrazia liberale, non dovendo più combattere la battaglia ideologica contro il “socialismo realizzato” sovietico, non avrebbe trovato altri ostacoli sul suo cammino. Era quindi lecito attendersi la sua diffusione a livello planetario. In ogni continente popoli e governanti avrebbero capito che l’ordinamento liberaldemocratico è il modo migliore di organizzare la società. Anzi, è l’unico possibile, e tutti ne avrebbero preso atto rinunciando ad ogni velleità di tipo rivoluzionario. Anche sul piano economico, giacché la fine dell’Urss significava pure la sepoltura definitiva del marxismo. Fukuyama comprese ben presto che le sue previsioni, basate su un modello interpretativo di stampo fondamentalmente hegeliano, erano del tutto errate. La storia non ha infatti l’abitudine di fermarsi, e prosegue imperterrita il suo cammino a dispetto delle elaborazioni teoriche costruite da filosofi e scienziati della politica. In altre parole, la storia non si lascia mai incapsulare entro contenitori troppo rigidi e prosegue la sua corsa anche quando qualche profeta ne proclama la conclusione. Dapprima c’è stato l’avvento del radicalismo islamico i cui esponenti, lungi dal considerare finito il percorso della storia umana, intendono rimpiazzare il liberalismo con la legge coranica, da imporre ovviamente con la forza.
In ambito europeo abbiamo negli ultimi decenni visto alcune guerre, ma sempre di portata limitata. Nessuno, insomma pensava che tali conflitti fossero così importanti da mettere in crisi la liberal-democrazia diffusa in pratica in tutti i Paesi più importanti. Né si teneva conto che, nel frattempo, la Cina continuava l’esperimento comunista, per quanto con caratteristiche diverse da quello sovietico. Ora, invece, l’invasione dell’Ucraina ha riportato una guerra di grandi dimensioni proprio nel cuore della stessa Europa, con la prospettiva – assai reale – che essa possa espandersi in altri contesti territoriali finendo per coinvolgere autocrazie da un lato e democrazie dall’altro. Si noti inoltre che, per la prima volta dopo le esplosioni di Hiroshima e Nagasaki, si parla apertamente di conflitto nucleare come possibilità concreta. Gli europei, che non pensavano più alla guerra come qualcosa che li riguardasse, da un giorno all’altro si sono ritrovati nella scomoda posizione di doverla invece ripensare, spinti dagli avvenimenti tragici che si susseguono proprio nel centro del Vecchio Continente. Il fatto è che, sin dalle origini del genere umano, la guerra ha sempre scandito le tappe della nostra storia. E’ proprio essa ad aver causato i maggiori sconvolgimenti e i cambiamenti radicali che ci traghettano da un’epoca a quella successiva. Gli esperimenti utopici come quello sovietico finiscono in tragedia, e l’idea kantiana della “pace perpetua” si è rivelata un’illusione, anche se molti continuano a credere nella sua realizzabilità. Poco importa che Fukuyama, a un certo punto, abbia ammesso di aver sbagliato. Ciò che davvero conta è comprendere che la dimensione della storicità è componente essenziale della natura umana, e che di tale dimensione fa purtroppo parte anche la guerra. Fukuyama è solo l’ultimo caso di una catena di illusioni che ci accompagna da sempre.
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Era inevitabile che la tragedia ucraina inducesse molti autori a rispolverare un celebre volume di Francis Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo. Risale, quel volume, al 1992, e conobbe subito un successo enorme.