Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Ucraina: morire per l'indipendenza

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La parola “cosacco” significa “uomo libero”. Nel popolo ucraino non c’è simbolo dell’indipendenza più grande del popolo cosacco, la cui anima ancora vive nei detti, nelle canzoni e nei miti di questa nazione.

Difensori di confini, soldati e ribelli, per oltre cinque secoli gli ucraini dimostrarono coraggio, prontezza e tanta fede nel cercare di sfuggire all’oppressione del sistema feudale.

Intorno alla metà del 1500 costituirono lo Stato della Zaporizhzhia, l’odierna Ucraina (krajina in lingua locale significa semplicemente "paese, terra"), che aveva un proprio governo ed un proprio esercito. Ciononostante nel 1569 finì inglobata nel regno di Polonia.

Nel 1654, Bogdam Khmelnitsky, un atamano cosacco, alleandosi con la Russia, capeggiò un’insurrezione anti-polacca, ma l’accordo fu presto trasformato in un provvedimento con il quale Mosca incorporò lo Stato nell’Impero russo.

 

Nel 1709, nonostante l’alleanza con il sovrano svedese Carlo XVII, fallì il tentativo di vincere sullo zar Pietro il Grande che continuò ad esercitare il suo potere privando lo Stato ucraino di ogni privilegio e rendendolo una provincia. In seguito la zarina Caterina nel 1775 ne ordinò la divisione tra la Russia e l’Austria.

Un forte sentimento nazionale si fece molto sentire nel corso dell’Ottocento. Durante il lungo dominio degli zar, l’Ucraina attraversò una fase di dura repressione: gli zar avevano timore che la cultura e la lingua di quella provincia minacciassero l’unità dell’impero, perciò vennero proibite le pubblicazioni in ucraino e venne represso lo sviluppo culturale e letterario di quella lingua. Fu durante gli anni del primo conflitto mondiale, quando l’Impero russo fu travolto dalla rivoluzione bolscevica e l’Austria dalla sconfitta, che l’Ucraina raggiunse la sua indipendenza, divenendo parte dell’Unione Sovietica nel 1922.

Secondo il suo primo leader Vladimir Lenin, l’Unione Sovietica doveva essere una federazione di repubbliche pari tra loro e accomunate dal comune intento di diffondere la rivoluzione comunista nel mondo.

Negli anni convulsi seguiti alla rivoluzione bolscevica l'Ucraina divenne teatro di violenti scontri fra le forze rosse, legate a Lenin, e le truppe bianche, formate da componenti del vecchio esercito zarista.

Kiev fu capitale della Repubblica popolare contrapposta alla Repubblica sovietica ucraina, che ebbe come città principale l'odierna Kharkiv.

Le idee di Lenin non trovarono una continuità nel suo successore, Iosif Stalin, che rinunciò ad esportare la rivoluzione fuori dal proprio paese, imponendo invece la lingua e la cultura russa anche nelle altre repubbliche dell’Unione, Ucraina compresa.

La folle politica staliniana ebbe gravi ripercussioni soprattutto a livello economico provocando una carestia che solo in Ucraina uccise quattro milioni di persone.

Nel corso della seconda guerra mondiale Kiev venne occupata dai tedeschi. Più di 500mila soldati russi furono fatti prigionieri o giustiziati. Venne sterminata praticamente per intero la popolazione ebraica, circa 50mila persone. La città fu liberata dall’Armata Rossa il 6 novembre del 1943 e Kiev divenne capitale.

Con la caduta delle repubbliche sovietiche, il 24 agosto del 1991 l’Ucraina proclamò la sua totale indipendenza, ma da allora è sempre stata al centro di complesse trattative tra la Russia e gli Stati Uniti che hanno ostacolato la realizzazione di uno Stato democratico e un libero mercato.

Nel 2008 la NATO ha accettato che avrebbe accolto la richiesta dell’Ucraina di entrare nell’alleanza militare, una promessa usata tuttora dalla Russia come la prova che l’Occidente starebbe espandendo la propria influenza ai suoi danni.

Nella notte tra il 23 e il 24 febbraio 2022 il leader russo Vladimir Putin ha annunciato “un'operazione speciale" in territorio ucraino per "smilitarizzare il Paese", innescando la più grande offensiva di terra sul suolo europeo dalla Seconda Guerra mondiale.

I passaggi e i motivi che hanno portato a questa decisione affondano le radici molto indietro nel tempo, ma è evidente che non sono solo storici, bensì molteplici e complessi.  

Se da una parte Putin sta cercando di sondare e misurarsi con la forza della Nato, dall’altra mira a lasciare un’eredità forte che rispecchi il suo progetto imperialista, un predominante interesse geopolitico, e gli faccia recuperare quella popolarità che sta andando deteriorandosi. Tutto questo a prezzo di vite umane.

 

 

 

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