Il rapporto uomo-macchina
Alcuni degli sviluppi della tecnologia contemporanea, come l’intelligenza artificiale, sembrano andare nella direzione profetizzata nel secolo scorso da uno dei più eminenti pensatori di tale dialettica, Martin Heidegger, per il quale la tecnica finirà col dominare l’umanità. Io credo che occorra essere molto prudenti quando si fanno previsioni di questo tipo. Le macchine, i computer, i robot, sono e resteranno anche in futuro dei prodotti dell’uomo. Hanno l’imprinting della nostra mente. A mio avviso, è molto difficile, per non dire impossibile, che i computer possano mai avere una mente. Oggi una parte di chi fra di noi s’interroga con cognizione di causa su questioni come queste tende a identificare mente e cervello. C’è chi dice, in sostanza, che la mente è un’invenzione dei filosofi, e che il cervello e la sua attività è alla base di qualsiasi azione, pensiero e comportamento di cui possiamo avere esperienza. Ma il nostro cervello, fatto di miliardi di sinapsi e connessioni, è frutto di un’evoluzione che è insieme biologica e culturale. Riprodurre la sua articolata complessità in una macchina, non è possibile. A “salvarci”, per così dire, a essere del tutto e assolutamente irriproducibile artificialmente, è soprattutto il meccanismo delle emozioni: la nostra umanissima intelligenza emotiva.
Stilando le sue leggi dal punto di vista del robot, per così dire, già nel secolo scorso, Isaac Asimov ha provato a dare preveggente risposta a molti degli interrogativi connessi alla imminente robotizzazione del mondo. Nel corso della storia recente, si sono dati dei casi che, in effetti, sembrano contravvenire alle leggi asimoviane della robotica, e a dare ragione al catastrofismo degli heideggeriani. Quando, nel 1983, il sofisticatissimo sistema informatico dell’URSS che monitorava l’attività missilistica americana andò in tilt, si sfiorò lo scoppio della Terza Guerra Mondiale. Più in qua nel tempo, si sono verificati dei crolli nelle borse valori a livello mondiale che sono stati innescati da meccanismi automatici, da computer, cioè, sfuggiti al controllo dei tecnici. Ho detto “sembrano dare ragione al catastrofismo”, tuttavia, e non “danno ragione”. E l’ho fatto, perché in entrambi i casi che ho citato come in altri, siamo stati in grado di intervenire e arrestare il processo degenerativo o distruttivo messo in atto dai robot. E’ importante ricordarsi sempre del fatto che le macchine, i robot e i computer, non agiscono intenzionalmente. Il loro potere è il riflesso del nostro. Molti scienziati ritengono di poter elaborare la Teoria del Tutto. La loro convinzione, che corrisponde a un’ipotesi di lavoro, è che prima o poi arriveremo a conoscere tutto ciò che si può sapere sulla realtà. Io non lo credo. La mia risposta agli araldi di questa visione è che la realtà è più grande di noi, e ci trascende infinitamente. Il cervello non è replicabile meccanicamente. Due computer non possono né potranno mai innamorarsi l’uno dell’altro, per esempio. Qualunque cosa noi siamo, siamo anche il frutto dell’evoluzione culturale: e la cultura è solamente umana. Mentre la tecnica evolve. E questa sua rapida, inarrestabile evoluzione ci spinge a dover ripensare i modi della convivenza tra noi e le macchine. Oggi le giovani generazioni respirano fin da subito l’aria di una società robotizzata e computerizzata. Pensiamo alla rete, per esempio, e alle possibilità offerte dalla connessione simultanea che possiamo avere con chiunque, in qualsiasi momento, in qualsiasi parte del mondo (beninteso dove vi sia libertà e democrazia). Non c’è dubbio che Internet è un mezzo dalle grandi potenzialità, in molti sensi, ma che porta con sé delle controindicazioni perfino perturbanti. Può veicolare una quantità di violenza incredibile. Ma in fondo, non c’è da averne paura. Come non c’è da avere paura dei robot. E questo, andando alla radice della questione, perché noi abbiamo nella nostra intelligenza gli anticorpi necessari e sufficienti a orientare il vorticoso sviluppo della tecnica verso un effettivo progresso del consorzio umano. |
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Da sempre, il rapporto uomo-macchina è una complessa interazione con forti influenze reciproche.