Eppure...
Questa massima, talora veritiera in passato, si palesa del tutto fuori luogo nelle attuali circostanze. Gli ultimi due anni, lungi dall’apparire interessanti, si sono mostrati dolorosi, angoscianti e faticosi. Ci hanno introdotto in una nuova dimensione, in una modalità di vita sin qui sconosciuta. Ci è parso di avviarci verso un cupo Ragnarök, popolati di forze ataviche in preda a cieca furia. Una pandemia, che sino a due anni fa sarebbe stata la trama di un b-movie, ha sconvolto il mondo con il suo sudario di morte e paura. Gli oltre 144 mila contagi registrati oggi, ancorché mitigati da una diminuita letalità legata alla preziosa campagna vaccinale, ci rammentano che siamo ancora lontani dalla auspicata conclusione. In molti hanno perso i loro cari e tutti siamo stati toccati dal dolore. Abbiamo compreso come d’ora in poi il mondo non sarà più lo stesso e come il nostro stesso stile di vita diverrà inevitabilmente diverso. La retorica pilotata e un po’ patetica dei primi giorni, con i suoi cori dai balconi, ci ha raccontato che ne saremmo usciti migliori. Così non è stato, ovviamente. Ho talora la convinzione che questo periodo abbia, al contrario, evocato il peggio che è in noi, l’egoismo più becero si è accompagnato al più esasperato individualismo in una pessima cacofonia morale. L’ignoranza ha urlato, l’insipienza si è fatta spettacolo e il livore è divenuto ordinario. Vittima, come sempre, la ragione. Eppure… Ebbene sì, c’è un eppure. Nonostante questo scenario il nostro Paese ha anche motivi di sussurrato orgoglio. La reazione alla pandemia, con una organizzazione nella gestione dei vaccini che, a parte una minoranza di no vax a cui è stato dato anche troppo spazio mediatico, ci ha fatto diventare un modello a livello globale.
Per la Germania, come ha riconosciuto Angela Merkel nel suo addio alla politica, e per tanti altri Paesi, tra cui gli Stati Uniti, dove la gestione pandemica è stata fallimentare. Una ripresa economica in cui eravamo i primi a non credere. Una credibilità internazionale di governo dopo anni di facili bisbigli contro di noi. E’ significativo il fatto che il settimanale “The Economist” abbia nominato l’Italia il Paese dell’anno. Un dettaglio: lunedì a New York – mentre la curva dei contagi spaventava i mercati – Zegna, con lo sbarco a Wall Street, convinceva il mondo. Lo stesso giorno, a pochi chilometri dalla Borsa americana, una biotech italiana, Genenta Science, chiudeva le contrattazioni al Nasdaq con la cerimonia della campanella. Prima quotazione di una start up italiana al listino tecnologico newyorkese. Due realtà che hanno entusiasmato gli Stati Uniti. E che forse ci rappresentano molto più di quanto riusciamo a percepire. Dobbiamo partire da questo per costruire il futuro, accompagnando tuttavia una eccellenza sistemica con una nuova etica diffusa, ritrovando a livello individuale valori che si impongano sulla sbandierata povertà morale che ha reso irrespirabile l’aria del nostro quotidiano, costruendo una nuova educazione, etica e civica, che sappia vincere la volgarità e sconfigga il latrato insopportabile di un ormai tracotante egocentrismo, affidandoci al dono del dubbio e abbracciando la ragione che – come amava dire Norberto Bobbio – non è un lume ma soltanto un lumicino. Unico strumento, tuttavia, per procedere in mezzo alle tenebre. Così sarà possibile ritrovare la sobrietà di pensiero, opposta alle grida stridule delle paure scomposte, e superare il penoso riflettersi soltanto nei propri bisogni. Abbiate un barlume di fiducia, non nella natura, che è dolce e affettuosa solo nei film di Disney, non nell’indole umana, capace dell’egoismo più atroce, ma in un oscuro disegno tracciato per ciascuno di noi e che sapremo cogliere nel silenzio, assecondandone il respiro. Lo comprenderemo strada facendo, amando e proteggendo, lo vivremo ogni giorno facendo nostro il pensiero stoico di Lucio Anneo Seneca, secondo cui ogni giorno è l’inizio di un nuovo anno, da propiziare con buoni pensieri che liberano l’animo dalle meschinità. E allora, di nuovo, ci scopriremo a sorridere. Perché la fine, a volte, sa farsi migliore inizio. Buon anno. |
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