Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Nuovo Monitore Napoletano: dieci anni di noi

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Si dice che la fortuna aiuta gli audaci e noi di coraggio ne avemmo, e non poco, quando dieci anni fa decidemmo di ridare vita al Monitore Napoletano, laddove Eleonora Pimentel Fonseca nel 1799 fu costretta ad interromperlo. Ci sembrò allora giusto ripartire dal numero 36, l’ultimo che la nostra Direttrice ebbe il tempo di compilare, prima che le orde sanfediste riconquistassero Napoli, segnando il destino suo, di tutti i patrioti repubblicani e del Mezzogiorno d’Italia.

Fu l’ecatombe di un’epoca di grandi speranze. Con dignità e fermezza di spirito morirono sul patibolo i nostri eroi, stringendo nel cuore quel sogno di libertà e uguaglianza. Morirono nel corpo, ma non nell’anima, nelle idee e nel ricordo dei posteri, perché nonostante l’opera distruttiva perpetrata dal regime borbonico, la loro memoria sopravvisse, attecchendo con radici profonde nella coscienza dei patrioti risorgimentali e degli spiri liberi di ogni epoca, fino a noi.

Due secoli dopo, il miracoloso ritrovarci e sentirci accomunati da una comune passione, ha rappresentato la nostra linfa vitale, l’essenza di una magica sinergia che durante questi dieci anni ci ha nutrito di emozioni, soddisfazioni e tanta, tantissima voglia di continuare.

Giorno dopo giorno, anno dopo anno, docenti, storici, studiosi e opinionisti da tutta Italia hanno rafforzato il nostro equipaggio, arricchendo il Nuovo Monitore Napoletano di notevoli contributi, ricerche e riflessioni. Sono sempre stata felice di accogliere tutti e di farlo sempre a nome della nostra unica e sola Direttrice, Eleonora Pimentel Fonseca, a cui umilmente mi sento sottoposta.

Scrivere innanzitutto per ridare voce ai nostri martiri, per farli conoscere. Scrivere per divulgare cultura, esprimere opinioni senza paraocchi e soprattutto senza inventare falsi miti e controstorie, anzi, combattendole a colpi di fonti documentarie. È questa la nostra comune missione. Studiare e offrire le nostre ricerche allo scopo di valorizzare tutta la storia dell’Italia, con una particolare predilezione alla Repubblica Napoletana del 1799, un incisivo momento del passato che si è cristallizzato nei suoi risvolti sociali più cupi.

 

Nonostante la breve durata, la Repubblica Napoletana ha lasciato dei segni indelebili nel panorama sociale del Mezzogiorno, perché è innegabile che ancora paghiamo quell’arretratezza che abbiamo ereditato dal regime borbonico, dall’analfabetismo alla mancanza di sistemi e strutture efficienti. Manca un vero progresso, manca una radicale opera di modernizzazione e civilizzazione, manca una politica trasparente che possa invogliare cittadini capaci ad investire in nuovi progetti ed a partecipare con fiducia al bene comune. Si vive attorcigliati in un cronico marasma, dove c’è finanche chi riesuma con macchiettistica enfasi l’epoca in cui il sud godeva dei “primati borbonici”, quelli che hanno finito per tenerci sempre un passo indietro dal resto dell’Italia.

Sembra da visionari allora, sperare in un rinascimento vero, una rivoluzione culturale che possa farci riscattare da tante critiche distruttive a cui umiliati troppo spesso chiniamo la testa perché consapevoli della loro fondatezza. La verità è che siamo ancora troppo pochi per scendere in campo con la speranza di sovvertire le leggi dei potenti, i giochi di palazzo, i voti clientelari, e tutto un sistema di cariche e poltrone spartite ad onta della sacra democrazia. Siamo pochi, sopraffatti, e ne siamo tristemente consapevoli.

Però ci siamo e almeno questo ci consola, e non saremo mai stanchi di ricordare che i nostri peggiori mali derivano proprio dai fatti che sconvolsero il sud dell’Italia nel 1799, quando la nostra migliore intellighenzia fu messa a tacere dalle ghigliottine borboniche, quando le riforme proposte al governo da uomini e donne coraggiose apparvero troppo rivoluzionarie per una monarchia assolutista. La libertà, quella vera, quella che comporta grandi responsabilità e senso civico, fu allora trasfigurata in un nemico da combattere, e il popolo di Ferdinando scelse la sudditanza parassitaria, l’opportunismo vittimistico, il buio piuttosto che la luce delle idee progressiste.

Forse allora avremmo potuto essere d’esempio facendo crollare i pilastri di monarchie secolari, forse allora avremmo potuto trasformare la lungimiranza in padronanza del futuro, forse avremmo potuto stravolgere il corso del destino di un popolo intero, forse… Ma purtroppo così non è stato ed oggi anche la storia, quella vera, deve combattere per non finire infangata da una subdola controstoria, tendenziosa, laida e moralmente meschina.

Nell’attuale panorama sociale italiano largamente orientato al consumismo ed allo sfrenato edonismo, manca una vera e sana consapevolezza di quei valori per i quali i nostri avi diedero la vita, manca il ricordo delle loro gesta, della passione con cui combatterono per cambiare le sorti di un intero paese, manca quella onestà intellettuale e morale, quella capacità di offrirsi per il bene comune, mancano le idee, mancano quegli uomini e quelle donne che si immolarono per la libertà, quella sacra Libertà di cui noi godiamo, ma con cui tanti sconsiderati, soprattutto oggi, nel pieno di una pandemia, si riempiono la bocca, senza nemmeno comprenderne il senso ed il valore. I dittatori del passato tornano pericolosamente a riproporsi stravolgendo la nostra più drammatica storia.

Ed allora diventano sempre più rare le presenze vere, quelle di cui fidarsi, mentre il virus dell’opportunismo e dell’ignoranza dilaga e infetta gli animi. Crolla il rispetto nelle istituzioni, la fiducia nello Stato, crolla il senso del vivere civile, e in questa infernale torre di Babele tutti si arrogano il diritto di discutere su tutto e ad aggredire l’altro senza esclusione di colpi.

Ed ecco che in questa società del caos, la nostra umile scelta appare ancor più coraggiosa. Pur nella consapevolezza di apparire troppo idealisti ed anacronistici, noi scriviamo del passato sperando di far luce su un futuro migliore, cerchiamo di combattere il virus dell’ignoranza con piccole somministrazioni di cultura, usando un linguaggio il più possibile “semplice ed indolore”, perché il nostro fondamentale intento è quello di offrire soprattutto alle nuove generazioni la possibilità di riscoprire la forza dei valori, proponendo la storia come saggia maestra di vita.  

È questa la nostra unica speranza, tutto ciò che alimenta la nostra volontà di continuare in questa traversata difficile, tra acque agitate e minacciose. Raggiungeremo terre lontane? Riusciremo a farci sentire ed a godere dei primi albori di un vero rinascimento? Chissà… intanto andiamo avanti. Siamo in pochi, ma ci siamo e soprattutto per una causa comune ci offriamo.

E allora grazie a chi ci legge e chi ci apprezza. Grazie infinite ad ognuno dei nostri collaboratori, dai primi che con me dieci anni fa hanno voluto rifondare questa gloriosa testata, ai più recenti che si sono aggregati. Grazie a tutti voi per i contributi e l’impegno assiduo e disinteressato. Grazie a tutti coloro che non sono più tra noi, ma che nel lasciare nel nostro archivio i loro scritti saranno sempre vivi e presenti. Grazie infinitamente a tutti gli amici e i colleghi vicini e lontani. Sono orgogliosa del nostro coraggioso e fantastico equipaggio e soprattutto sono certa che la Nostra Direttrice Eleonora non abbandonerà mai la nave.

Salute, Fratellanza e Ad Maiora a tutti noi!

 

 

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