Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

La strage degli innocenti: Sant’Anna di Stazzema

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Ha senso, a distanza di decenni, rievocare eventi accaduti durante il secondo conflitto mondiale?

Nel caso di fatti per certi versi “ordinari”, ancorché tragici, probabilmente no. Ma vi sono episodi che, per la loro efferatezza, non devono mai essere scordati. Affinché il loro ricordo si erga a perenne monito per il futuro, a evitare che nuovamente la barbarie più becera possa macchiare la storia.

Quanto voglio ricordare oggi appartiene sicuramente a quest’ultima categoria.

Si tratta di una tragedia accaduta il 12 agosto del 1944, a Sant’Anna di Stazzema, un paese sull’Appennino in provincia di Lucca.

Pochi giorni prima questa località era stata qualificata dal comando militare tedesco “zona bianca”, ossia adatta ad accogliere sfollati: per questo, alla popolazione residente, si erano aggiunte centinaia di altre persone in cerca di sicurezza.

Nonostante quanto assicurato, all'alba di quel 12 agosto tre reparti di “SS” salirono verso Sant'Anna, mentre un quarto chiudeva ogni via di fuga a valle. Strada facendo le truppe si fermarono a Capezzano Monte, dove fucilarono numerosi giovani.

Alle sette le Schutzstaffel, le famigerate SS, raggiunsero Sant’Anna, accompagnate da collaborazionisti che fungevano da guide. Gli uomini del paese si rifugiarono nei boschi, per non essere deportati, mentre donne, vecchi e bambini restarono nelle loro case, sicuri che nulla sarebbe capitato loro, in quanto civili inermi. Non fu così.

 

In poco più di tre ore vennero massacrati 560 civili, in gran parte bambini, donne e anziani. I nazisti li rastrellarono, li chiusero nelle stalle o nelle cucine delle case, li uccisero con colpi di mitra e bombe a mano.

La vittima più giovane, Anna Pardini, aveva solo 20 giorni. Anche se in realtà non era lei la creatura più piccola morta nella strage: infatti era stato ucciso anche un “non ancora nato”. Tolto dal ventre della madre, ancora legato al cordone ombelicale, era stato ucciso su di un tavolo.

Altri bambini di poche settimane vennero lanciati in aria e colpiti dagli spari come si fa al tiro al volo. Altri ancora vennero infilzati con le baionette. Non si trattò di rappresaglia. Come è emerso dalle indagini della Procura Militare si trattò di un’azione premeditata e curata in ogni minimo dettaglio. L'obiettivo era quello di distruggere il paese e sterminare la popolazione.

Lo scrittore Manlio Cancogni ha descritto quanto accaduto.

«I tedeschi, a Sant’Anna, condussero gli esseri umani, strappati a viva forza dalle case, sulla piazza della chiesa. Li avevano presi quasi dai loro letti; erano mezzi vestiti, avevano le membra ancora intorpidite dal sonno; tutti pensavano che sarebbero stati allontanati da quei luoghi verso altri e guardavano i loro carnefici con meraviglia ma senza timore né odio.

Li ammassarono prima contro la facciata della chiesa, poi li spinsero nel mezzo della piazza, una piazza non più lunga di venti metri e larga altrettanto, chiusa tra due brevi muriccioli; e quando puntarono le canne dei mitragliatori contro quei corpi li avevano tanto vicini che potevano leggere negli occhi esterrefatti delle vittime che cadevano sotto i colpi senza avere tempo nemmeno di gridare.

Quindi ammassarono sul mucchio dei corpi ancora tiepidi e forse ancora viventi, le panche della chiesa devastata, i materassi presi dalle case, e appiccarono loro fuoco.

E assistendo insoddisfatti alla consumazione dei corpi spingevano nel braciere altri uomini e donne che esanimi dal terrore erano condotti sul luogo, e che non offrivano alcuna resistenza. Poi c’erano i bambini: fracassarono loro il capo con il calcio della mitraglietta, e infilato loro nel ventre un bastone, li appiccicavano ai muri delle case».

La Wehrmacht aveva dato in più occasioni l'ordine di uccidere anche i civili. Ma in nessuno di questi ordini si era mai parlato dei bambini. Sembra però che a Sant'Anna fosse stata proprio la vista dei bambini a scatenare una sorta di raptus sanguinario.

«Quando li sentivano piangere, s' innervosivano, diventavano furiosi", hanno detto alcune sopravvissuti.

Le vittime mostrarono una grande dignità. Tutti, quando capirono, attesero la morte nel silenzio più assoluto. Molti furono trovati con le foto della loro famiglia in mano per essere identificati dopo la morte. Nel settembre del '44 i militari alleati trovarono a Sant'Anna i resti di numerosi donne e bambini e, oltre alle testimonianze dei pochissimi superstiti, raccolsero anche la deposizione di un disertore delle SS. Le copie di quei documenti furono poi inviate in Italia, ma a Roma scomparvero nel cosiddetto “Armadio della vergogna”».

Si trattava di un armadio rimasto chiuso per decenni e scoperto solo nel 1994 nella cancelleria della Corte Militare di Appello presso la procura generale militare, nel Palazzo Cesi-Gaddi di Roma.

Era girato contro un muro per "nasconderlo" e chiuso con una catena. Conteneva tredicimila pagine e oltre novecento fascicoli, che raccontavano la storia di quindicimila persone, coinvolte nei crimini di guerra commessi in Italia durante l'occupazione nazista. Riguardavano stragi come Sant'Anna di Stazzema, Fosse Ardeatine, Marzabotto, Monchio e Cervarolo e innumerevoli altre. In questa documentazione si identificava il nome del Comandante del battaglione di SS che operò la strage di Sant’Anna.

Si trattava dell’austriaco Anton Galler, fino al 1933 oscuro fornaio, che – al termine della guerra – ritornò al suo totale anonimato di fornaio a Salisburgo. E’ la famosa “banalità del male” di cui ci parla Hannah Arendt nel saggio “Eichmann a Gerusalemme: resoconto sulla banalità del male”.

Perché furono occultate quei novecento faldoni per tredicimila pagine, senza mai perseguire i colpevoli?

In ossequio ai desideri di Stati Uniti e Gran Bretagna, che – una volta iniziata la Guerra Fredda – ritenevano opportuno stendere un velo sui massacri in Italia del 1944 e 1945.

E’ giusto ricordare che la Germania si è ampiamente ed ufficialmente scusata per questi eccidi.

Nel 2012 il ministro tedesco Michael Georg Link ha affermato che «Il governo federale continuerà ad assumersi la responsabilità storica dei crimini commessi per mano dei tedeschi” e che "faremo tutto il possibile affinché i crimini compiuti per mano dei tedeschi non vengano dimenticati».

Frank-Walter Steinmeier, Presidente tedesco, ha chiesto solennemente perdono, a nome della Germania, per tutto quello che i nazisti hanno fatto durante l’ultima guerra mondiale. Ha confessato, esprimendosi in italiano, di provare “solo vergogna”. E nella sua lingua ha voluto aggiungere: “Lo dico per i cittadini tedeschi e per i giovani che ignorano questi avvenimenti”.

La Germania è il Paese che, più di ogni altro, ha saputo fare i conti con il proprio passato.

Vorrei sottolineare alcune parole del Presidente tedesco: «lo dico per i giovani che ignorano questi avvenimenti».

Secondo un’indagine Censis effettuata tra studenti delle medie superiori e dell’università più del 50 per cento ignora chi fosse Mendele, il 28 per cento considera un Progrom una festa ebraica, il 58,7 per cento crede che la notte dei cristalli fosse una parata militare notturna del Terzo Reich e ritiene Himmler e Goebbels ministri della Germania.

Per questo è  importante ricordare. Sono questi accadimenti dei quali si dovrebbe parlare nelle scuole, per combattere sul nascere l’odio e l’indifferenza.

Tutti devono ricordare e temere questa barbarie, così come le altre atrocità del Ventesimo Secolo: i lager, i gulag, Pol Pot, i Talebani e via tristemente elencando.

Perché il Male, anche quello terribile di Sant’Anna, non è opera di qualche folle isolato, ma cammina con le gambe dei fornai, degli imbianchini e dei maestri elementari. Delle persone alle quali – sino al giorno prima – nessuno prestava attenzione.

Ma non è la banalità dei protagonisti a rendere meno orribile il male.

 

 

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