Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Il regime anticostituzionale del Regno delle Due Sicilie

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Le manipolazioni storiche dei cosiddetti “neo-meridionalisti” trovano facile presa nel pubblico moderno in quanto hanno creato l’illusione che il Regno delle Due Sicilie fosse un “eden" prima dell’Unità d’Italia.

Nonostante le loro asserzioni, totalmente prive di fonti attendibili, siano state ampiamente smentite da studiosi di chiara fama, essi continuano imperterriti a propalare la teoria della spoliazione del Sud e dei presunti primati del Regno delle Due Sicilie, con una vera e propria campagna di denigrazione dei principali protagonisti del Risorgimento italiano che rischia di creare un clima di antagonismo tra Nord e Sud minando i principi dell’unità nazionale.

La propaganda antirisorgimentale filoborbonica punta a far ricadere gli attuali problemi del Sud sull’Unità d’Italia al fine di occultare le gravi problematiche esistenti nel Regno delle Due Sicilie e tutti gli atti illiberali e repressivi compiuti dai Borbone.

Sembra quasi che con un colpo di spugna si vogliano cancellare tutte le persecuzioni e le condanne subite da coloro che, desiderosi di far instaurare un sistema costituzionale e moderno, si opponevano all’assolutismo borbonico.

Questo dimostra la totale mancanza di rispetto della verità dei fatti storici e ci spinge a porci delle domande.

 

Certamente i problemi del Mezzogiorno non si risolvono con la manipolazione della storia e il vittimismo. Forse i neo-meridionalisti vogliono nascondere le colpe di alcuni moderni amministratori e della malavita che inoppugnabilmente hanno ostacolato e ritardato il progresso del Sud?  Forse sono contrari ai principi costituzionali e protendono ad un sistema illiberale?  È il sistema borbonico corrotto e retrogrado che difendono e a cui aspirano? Se così fosse ci sarebbe da preoccuparsi.

La propaganda neoborbonica si è spinta a chiedere l’istituzione di una giornata della memoria delle presunte vittime dell’Unità d’Italia e ha trasformato i briganti, veri e propri assassini, stupratori e criminali, in eroi. Si è arrivati al punto di sentirsi fieri di discendere dai briganti!

Questo è un atto gravissimo perché si tratta di una vera e propria mistificazione dei fatti storici. Non si sente mai uno dei cosiddetti “revisionisti” storici mostrare pietas verso le vere vittime della feroce repressione borbonica.

Hanno inventato una falsa persecuzione dei meridionali (vedasi il caso del Museo Lombroso o il caso di Pontelandolfo) per nascondere ed omettere le vere feroci persecuzioni subite dai più nobili rappresentanti dell’intellighenzia meridionale durante la dominazione borbonica. Hanno inventato il falso “genocidio” dei meridionali e il “lager di Fenestrelle” e non menzionano mai (o talvolta giustificano) l’orribile carneficina dei patrioti della Repubblica Napoletana del 1799, barbaramente condannati a morte o imprigionati per volere di Ferdinando IV di Borbone e della sua consorte.

Mai un riferimento alle ingiuste condanne dei liberali costituzionalisti del 1821 e del 1848/1849. Silenzio (o addirittura stravolgimento dei fatti) sui bombardamenti di Messina (1848) e di Palermo (1860) voluti rispettivamente da Ferdinando II e Francesco II di Borbone.

Eppure è un fatto più che risaputo che la repressione borbonica raggiunse l’apice proprio nel 1848. A tal proposito inviterei a leggere le Memorie del barone Carlo Poerio, un’opera postuma pubblicata da Sigismondo Castromediano, che offre una viva testimonianza del terribile sistema repressivo instaurato dopo gli avvenimenti del 15 maggio 1848:

 

«Chiunque si fa a considerare l'odierno stato di questa estrema parte d'Italia non può non rimanere profondamente commosso anzi atterrito alla vista del sistema arbitrario e violento inaugurato dal Ministero del 15 maggio; ed è costretto a rimaner dolorosamente persuaso che l'ostinata continuazione di questa detestabile e insana politica reazionaria condurrà inevitabilmente il paese alla estrema ruina.

Ma per ben comprendere la disastrosa situazione e prevederne e valutarne i tremendi infallibili effetti, è mestieri volgere un rapido sguardo sul passato. Senza voler riandare tutte le politiche fasi alle quali durante l'ultimo mezzo secolo, e con ogni maniera di sacrifizio di vita e di sostanze, è andata soggetta questa infelice contrada per conseguire una onesta libertà sotto la guarentigia di uno Statuto, fermiamoci a considerare le vicende politiche dal 1821 in poi; epoca nella quale la prepotenza delle armi straniere congiunta allo interno tradimento, soppresse di fatto la Costituzione concessa dal Re Ferdinando il vecchio.

Ad onta del solenne giuramento prestato dal Monarca, malgrado le pompose promesse di amnistia, tutti coloro che nelle passate vicende avevano esternato il benché menomo sentimento liberale, furono crudelmente perseguitati - senza accusa, senza processo, senza giudizio un infinito numero di onesti padri di famiglia fu cacciato in perpetuo esilio. Più migliaia d'innocenti furon giudicati da Tribunali eccezionali; moltissimi furono condannati all'ergastolo o alla galera; alcuni furon empiamente frustati per le pubbliche vie, e morirono sotto i colpi; altri perirono sui patiboli, altri nel segreto delle prigioni di Stato esalarono l'ultimo sospiro in mezzo ai crucii della tortura. Tutto fu pieno di sangue, di terrore, di lutto.

Il debito pubblico fu aumentato oltre i cento milioni di Ducati (più di 440 milioni di Franchi): e la nazione fu costretta a pagare largamente i suoi oppressori ed i suoi carnefici. [...]

Ma dove il governo spiegò la più corruttrice e tremenda operosità fu nell'ordinamento della Polizia: interdetta ogni gazzetta politica, eccetto il giornale ufficiale, vietata la introduzione di qualunque libro ragionevole e istruttivo; introdotta la inquisizione nelle famiglie per mezzo dei Gesuiti; promossa e premiata la delazione; organizzato il più abominevole spionaggio per penetrare negli intimi pensieri e violare il santuario della coscienza. [...] Degna poi di speciale ricordo era la speditezza con la quale procedeva la polizia nella sua cinica brutalità; bastava una semplice denunzia anonima contro uno dei sospetti (e sospetti eran tutti gli onesti) perché fosse immantinenti arrestato, gettato in fondo di un'oscura prigione, sottomesso ai più duri maltrattamenti, ai tormenti morali e materiali, balestrato sopra un'Isola a disposizione della Polizia, e rimanervi per anni in preda alla miseria, all'abbandono e alla disperazione. Alcune di queste vittime infelici vi son rimaste per ben 27 anni, e vi sarebbero perite nell'oblio se il felice rivolgimento politico del 1848 non le avesse rendute alla libertà. A compiere l'opera la Polizia pretese e ottenne il Veto nel conferimento di tutti gl'impieghi da' più umili fino ai più cospicui, e financo nella nomina del Real Palazzo e nelle cariche di Corte. E questo Veto era misterioso e fatale come il destino. Con quest'arma tremenda la Polizia divenne arbitra assoluta del Governo, poiché la sua sfrenatezza non incontrò più ostacoli, né negli uomini che opprimeva a suo talento, né negli ordini dello Stato che rimutava a capriccio.»1

 

Carlo Poerio, Sigismondo Castromediano, Nicola Nisco, Michele Pironti, Silvio Spaventa, Nicola Palermo, Antonio Garcea fanno parte di quella foltissima schiera di condannati politici, che furono imprigionati e costretti a trascinare notte e giorno pesanti catene nelle orrende carceri borboniche solo perché difendevano la costituzione, concessa e poi cancellata da Ferdinando II di Borbone sulla scia del suo predecessore Ferdinando I. Il loro processo, basato su false testimonianze (bisogna ricordare che la polizia borbonica si serviva di testimoni pagati per creare false accuse e dei camorristi per spiare i liberali), suscitò scandalo in tutta Europa e spinse Gladstone a denunciare, con le sue Due Lettere al conte di Aberdeen sui processi politici del governo napoletano, la disumanità del sistema giudiziario borbonico rendendo famosa la definizione riferita al Regno delle Due Sicilie “la negazione di Dio eretta a sistema di governo”, che egli aveva sentito esprimere dagli stessi napoletani.

Il governo borbonico non volle dare ascolto alle istanze che provenivano da più parti in Europa affinché venissero ridotte le dure pene dei prigionieri politici e questo provocò, nel 1856, l’isolamento diplomatico del Regno delle Due Sicilie contribuendo anche alla sua fine.

Fu dunque proprio, come scriveva Carlo Poerio nel 1848, «l'ostinata continuazione di questa detestabile e insana politica reazionaria»a condurre inevitabilmente il paese alla estrema rovina.

A ciò andavano ad unirsi analfabetismo (90-92%), mancanza di reti stradali e ferroviarie (124 Km. contro 200 Km. della Lombardia, 308 Km. della Toscana e 807 Km. del Piemonte), camorra, arretratezza e miseria.

Questo era il vero quadro del Regno delle Due Sicilie alla viglia del suo crollo, ereditato nel 1861 dal nuovo Regno d’Italia e di cui ancora oggi si risentono le conseguenze, checché ne dicano i neoborbonici.

 

1. C. Poerio, Mille Ottocento Quarantotto, Memoria del Barone Carlo Poerio, Prefazione di Sigismondo Castromediano, Congedo Editore, 2014, pp. 13-24.

 

 

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