Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Ricordi di un Natale salentino

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Quanti, come me, sono nati nei primi anni ’60 non hanno conosciuto appieno le tradizioni legate alle festività natalizie, in quegli anni la società era in profondo cambiamento e le ultime consuetudini superstiti via via cadevano sotto la spinta di un “progresso” per molti versi distruttivo.

Ma alcuni usi popolari, forse i più tenaci e radicati, ancora sopravvivevano: pochi, per la verità, a cui si affiancavano nuove mode.

Trascorso il mese di novembre, rigorosamente dedicato alla commemorazione dei defunti, nel quale era, a dir poco, sconveniente e prematura qualsiasi anticipazione del clima natalizio, le prime avvisaglie di questo erano date, nella mia Manduria, dal grande falò (“fanòi”) che ancora si accendeva per S. Eligio il 1° Dicembre, giorno della festa.

L’uso sarebbe di lì a poco scomparso, insieme all’antica chiesetta del santo, che più volte riattata e ricostruita in passato, non avrebbe poi retto all’impatto con un modernismo che non vedeva di buon occhio le testimonianze di un’architettura religiosa considerata, a torto, minore.

Passato quest’evento di apertura che già introduceva al tempo natalizio, il mese si avviava verso la prima festa davvero importante, quella dell’Immacolata Concezione.

La ricorrenza era stata preparata, sotto l’aspetto religioso, con la tradizionale novena che, dagli ultimi giorni del mese precedente, si era celebrata in varie chiese della città e, principalmente, in quella dell’Immacolata; ma fino alla vigilia non era consentito addobbare le case, nelle quali, solo il giorno della festa, faceva il suo ingresso l’albero di Natale che, ritenuto meno significativo del presepe, poteva essere preparato in anticipo.

La festa mariana segnava l’inizio, per così dire, ufficiale del ciclo natalizio, ma anche degli eventi gastronomici connessi, per l’allestimento dei quali la tradizione era ancora d’obbligo.

Ed ecco allora le prime pettole, le tipiche frittelle salentine di pasta lievitata, la cui preparazione annunciava, anche olfattivamente, l’arrivo del Natale, al pari dei primi mandarini e delle prime clementine vendute dai fruttivendoli. Ed ecco, ancora, il cenone di magro, destinato a chiudere, la sera della vigilia, il tradizionale digiuno (nato proprio nella mia città nel secolo XVII), con le pietanze servite in numero di nove (cifra spesso ottenuta scindendo, nella conta, i contorni dai piatti principali: ciò pur di arrivare al rituale totale).

 

Era, invece, la festa di S. Lucia, il 13 del mese, a porsi come termine per il completamento del presepe domestico.

La spiegazione di quello che a noi piccoli pareva un increscioso ritardo era presto data dai più grandi: il giorno coincideva con l’apertura della fiera dei “pupi” a Lecce che, un tempo, era frequentata per gli ultimi acquisti di statuine del presepio da aggiungere, annualmente, alla collezione di casa, accrescendola fino al punto di brulicare di figure.

Passata S. Lucia il mese sembrava correre più spedito incontro al Natale, con il susseguirsi degli ultimi preparativi, delle celebrazioni liturgiche per la novena “ti lu Bambinu” (del Bambino) e della chiusura delle scuole per le tanto agognate vacanze invernali.

La vigilia di Natale era caratterizzata dalla tradizione dei falò che ancora venivano accesi qua e là, agli angoli di alcune strade, forse perché non paresse troppo buia la notte in cui era venuto al mondo l’Autore della luce.

La cena della notte prevedeva di nuovo, per i manduriani veraci, una scaletta fissa: si iniziava intorno alle venti e trenta, con le solite nove portate di magro, calcolate, come sempre, con un’approssimazione per eccesso: le classiche tagliatelle o lagane (“lajni”) con baccalà o frutti di mare, le immancabili pettole preparate nelle due varianti dolce e salata (con, all’interno di quest’ultima, varie altre sottocategorie che si aggiungevano alla conta, a seconda che contenessero nell’impasto verdure, come cavolfiore o finocchio, o, ancora, pezzetti di baccalà, o un condimento di pomodoro, capperi, acciughe detto comunemente “pizzaiola”), le verdure gratinate, la frutta fresca, con il melone giallo gelosamente conservato per l’occasione, e secca con noci, mandorle, arachidi, nocciole e castagne del prete.

Tra i dolci tradizionali, come gli struffoli e le cartellate  (“purcidduzzi” e “cartiddati”), faceva capolino il panettone, che già veniva confezionato e venduto su scala industriale da marchi che presto sarebbero divenuti storici, come Motta ed Alemagna.

Poi seguivano i soliti giri di tombola e, intorno alle 23,30, dopo aver anticipato, ad uso domestico, la nascita del Bambinello nel presepio intonando canti natalizi e sfilando in processione nella casa, tutti alla messa di mezzanotte.

Il pranzo del giorno di Natale, invece, aveva perduto ogni carattere tradizionale. Le mamme davano libero sfogo alle nuove ricette culinarie, che spesso recavano la firma della famosa Lisa Biondi, cuoca virtuale (forse mai esistita) ed infaticabile autrice di ricettari-omaggio dispensati, a piene mani, dalle più importanti marche dell’industria alimentare degli anni ’60 .

Sotto il piatto di portata del babbo, la letterina con la polverina dorata, preparata da noi bambini negli ultimi giorni di scuola, aspettava di esser scoperta dal destinatario e letta a tutti i commensali.  

Il pomeriggio e la sera erano dedicati alla visita ai presepi delle chiese, che erano stati aperti ed inaugurati nella notte precedente e, se questi erano belli, si trovava il pretesto per rivederli anche nei giorni successivi.

Il giorno di S.Stefano -grazie al lavoro dei ragazzi del quartiere che avevano girato, con un carretto, di casa in casa per chiedere fascìne di salmenti e pezzi di legna da ardere- si accendeva l’enorme catasta che era stata accumulata dinanzi alla chiesa del santo, nella piazzetta omonima. Ma anche questa bella tradizione del falò del 26 dicembre, stancamente proseguita in quegli anni, sarebbe scomparsa poco dopo.

Il Capodanno, come allora lo si iniziava a festeggiare con la vigilia di S. Silvestro, era invece una nuova creatura di quel periodo di boom economico, così come la veglia a base di panettone e spumante da stappare a mezzanotte per salutare l’anno nuovo.

Chiudeva il ciclo delle feste l’Epifania, o meglio la “Befana” per i più piccoli, con le calze appese, la sera del 5 gennaio, alla cappa del camino o della cucina in paziente attesa della buona vecchina. Spesso tale funzione era assolta –a dire il vero, molto egregiamente, data la loro capienza– dai calzettoni lunghi di lana, che, in quei giorni già freddi d’inverno, coprivano a stento le gambe di noi bambini, lasciate nude dall’infelice moda del pantaloncino corto all’inglese, tagliato al ginocchio. 

Il giorno dopo, al risveglio, una chiassosa sarabanda di pistolettate, esplose con le armi-giocattolo (colt e fuciletti di latta a capsule) trovate dai maschietti nella calza, animava, per le strade, tutta la mattinata e rendeva meno penoso il pensiero del rientro a scuola del giorno seguente.     

Auguri di Buon Natale, che la voce dell’infanzia ci accompagni sempre nel cammino.

 

 

 

Nelle immagini: letterine di Natale, un ricettario di “Lisa Biondi”e la pubblicità del panettone Alemagna.

 

 

 

 

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