Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Una lettera autografa della regina Maria Carolina di Asburgo

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Era il 25 agosto 1810 e la Corte napoletana soggiornava da tempo a Palermo, perché tutta la parte continentale del regno, a seguito dell'invasione napoleonica, era nelle mani di Gioacchino Murat che proprio in quei caldi giorni di estate minacciava, anche contro la volontà del potente cognato Imperatore, l'invasione della Sicilia e la definitiva estromissione dei Borbone dallo scenario europeo.

Mentre il re Ferdinando viveva quasi stabilmente nelle colline vicino Palermo dedicandosi alla caccia, la regina Carolina nella capitale siciliana viveva con grande ansia la preoccupazione di perdere definitivamente il trono e si occupava insieme al figlio prediletto Leopoldo di organizzare insieme agli alleati inglesi una qualche resistenza all'invasione.

Era stato, all'uopo, chiesto al Parlamento Siciliano di approvare un finanziamento straordinario, a mezzo nuova tassazione, per raccogliere fondi da destinare alla resistenza militare.

 

La lettera di Carolina a Ferdinando fu scritta mentre il dibattito parlamentare era ancora acceso e da essa traspaiono i vari sentimenti che animavano la sovrana in quei momenti e che le impedivano di andare "al bagno" (si suppone di mare).

L'inquietudine per le sorti della votazione che avveniva per camere separate (demanio, baroni ed ecclesiastici) era palpabile.

Mentre scriveva, il dibattito parlamentare era acceso e «ne avranno ancora per 4 o 5 ore».

Attendeva ansiosamente notizie e l'esito della votazione dai fidati principe di Trabia e Tommasi che stavano «ancora all'Arcivescovato aspettando la conclusione della Babilonia».

Le cose sembravano orientate bene, comunicava la regina, «ma non si deve Levare L'ochie da sopra..dovendo badare al pubblicho bene ed a quello di un millione e mezza d'anime.»

Carolina, che pure aveva almeno due delle tre camere dalla sua parte, temeva quelli che «per ora sono che animale piccole lucertole ma si deve seriamente badare a mai farle crescere ed arrivare a essere grande velenose vipere e prima schiaciarle…»

Poi informava il marito che la figlia Amalia (che sarà regina dei francesi ) «sofri' un pocho  ma questa mattina sta interamente bene» e che Francesco (poi Re delle Due Sicilie) «riceveva el Parlamento.»

Infine i saluti e la promessa di aggiornarlo alla fine delle votazioni.

Il Re fu accontentato, e il 26 agosto 1810 fu approvato il finanziamento e le nuove decime.

Ma dopo pochi giorni il popolo siciliano e quella parte dei baroni che erano stati contrari all'imposizione fiscale si sollevarono contro le nuove tasse.

Ne approfittarono gli inglesi per intervenire ancora più capillarmente negli affari siciliani e stringere d'assedio la Corte napoletana.

E per di più, tutto era stato inutile, perché Napoleone impedì fermamente al cognato Murat di sbarcare in Sicilia, inchiodando le truppe napoletane e francesi “per ragion di stato" sulle estreme coste della Calabria.

Ad ogni modo dopo quel 26 agosto "lo stomacho" di re Ferdinando ebbe un netto miglioramento.

 

 

 

 

 

 

 

 

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