Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Le sorelle Mensingher e il disagio di Settembrini

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Mai Luigi Settembrini era stato così imbarazzato come quel 12 gennaio del 1862.

Aveva conosciuto il carcere e l'esilio, aveva scritto la Protesta del popolo delle due Sicilie, ma una protesta di donne era un compito improbo anche per lui.

Ed in cuor suo malediceva chi lo aveva mandato a sedare la "rivolta" nel secondo Reale Educandato di San Marcellino, già Regina Isabella di Borbone.

Era la rivolta delle istitutrici dell'istituto che in larga maggioranza rifiutavano di giurare fedeltà al nuovo re Vittorio Emanuele ed allo statuto.

Aveva tentato di convincerle con le buone spiegando che gli impiegati dello stato per poter continuare a lavorare dovevano voltare pagina, diceva loro che in fondo un re vale l’altro e che la loro missione educativa sarebbe rimasta la stessa ed infine che, se non giuravano, avrebbero perso il posto e sarebbero state espulse dall'Istituto.

Ma invano.

Le maestrine erano cocciute e soprattutto tenevano radicati principi di riconoscenza nei confronti della dinastia borbonica, a cui dovevano non solo il posto di lavoro, ma anche la grazia dell’ingresso nell'educandato quando ancora erano bambine.

Due di loro erano particolarmente agguerrite ed erano le sorelle Michelina ed Emilia Mensingher che al celebre delegato all'istruzione dissero senza mezzi termini: «A noi qua ci ha messo Ferdinando Il e solo Francesco II ci può cacciare».

 

Ed in effetti le due sorelle dovevano molto alla dinastia borbonica e specialmente al re Ferdinando.

Erano entrate insieme bambine nell'educandato Regina Isabella di Borbone con due piazze a pagamento. Erano bambine felici e non si separavano mai, la stessa infanzia, la stessa educazione, le stesse maestre. L’una rappresentava il mondo e lo specchio dell'altra.

Venne l'anno 1836, un anno terribile per Napoli, l’anno della prima crudele ondata del colera, e anche l'anno in cui fu dichiarato il dissesto economico della famiglia Mensingher.

Il padre non aveva più la forza economica di pagare le rette alle figlie e il debito nei confronti dell’istituto cresceva senza limiti.

Quando questo arrivò a 243 ducati e 17 grani, non rimaneva altra via che togliere le due ragazze dall'educandato e ritirarle dalla scuola.

Ed era un peccato perché entrambe erano bravissime e il loro buon profitto prometteva un probabile futuro come maestre, ed allora il padre supplicò re Ferdinando di condonargli il debito.

La risposta arrivò in un giorno e il 27 gennaio 1836 il debito fu "rilasciato" e il futuro delle maestrine in pectore fu salvo.

Le sorelle non dimenticarono, ed eccole, 26 anni dopo a testa alta e a petto in fuori, esprimere al Settembrini, che non sapeva che soluzione prendere di fronte a quel nobile ed orgoglioso gesto, la loro fede nel giglio, mentre guardavano "con occhi di bragia" quelle scomunicate delle colleghe che avevano giurato e che, secondo il loro parere, invece avevano rinnegato il proprio re.

Le sorelle Mensingher, oramai donne, uscirono per sempre dall'Istituto che le aveva accolte bambine, insieme come vi erano entrate, e persero i loro passi nella nebbia del tempo che passa, quella nebbia che ti nasconde fino al momento in cui qualcuno non la dirada e ne riemerge un ricordo, un gesto nobile, se non un volto.

Luigi Settembrini risollevato chiuse la sua relazione, esprimendo la convinzione che l'espulsione delle non giuranti fosse una buona occasione per il Consiglio di «rinsanguinare i due istituti» con sangue giovane e non corrotto da vecchi ideali.

 

 

 

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