La cattura dei briganti Cipriano e Giona La Gala

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Il maggiore capo brigante attivo nel Casertano nell'Italia post-unitaria fu Cipriano La Gala, che iniziò sin dalla giovanissima età a commettere reati.

Infatti, già  nel 1846, regnante Ferdinando II, fu accusato  di furti e rapine,  il 24 aprile 1855 la Gran corte criminale di Terra di Lavoro lo condannava  per omicidio a vent’anni di galera assieme al fratello Giona. Evase nell’agosto del 1860 dalla prigione di Castellammare di Stabia assieme a molti altri galeotti, con cui formò una sua grossa banda. 

Il 16 giugno del 1861 La Gala diventava famoso per l’ assaltò al carcere in cui era detenuto il fratello, riuscendo a farlo evadere insieme a molti altri detenuti, che avrebbero fatto parte della sua banda.

La riuscita del colpo suscitò molto  clamore non solo in Terra di Lavoro.  Marc Monnier, in Notizie storiche documentate sul brigantaggio nelle province napoletane dai tempi di fra’ Diavolo sino ai giorni nostri (1862), ha narrato le modalità dell’assalto di Caserta.

Nella notte del 16 giugno 1861 un gruppo di briganti, in uniforme della guardia nazionale, guidati dal capobanda Antonio Caruso di Avella si presentò al carcere di Caserta conducenti un paio di uomini legati con fune.

Una guardia gridò ai sorveglianti  di aprire i cancelli per consentire la consegna dei prigionieri, e  una volta entrati, l’esiguo numero di carcerieri si trovò davanti i briganti che, oltre a liberare Giona La Gala, fecero evadere più di altri cento detenuti, molti dei quali si unirono alla banda.

Dopo la rocambolesca azione, per i fratelli La Gala iniziava una rinnovata attività di brigantaggio con un’associazione formata da circa 300 uomini.

Oltre agli evasi, la banda raggiunse una considerevole consistenza grazie all’appoggio offerto da un ricco proprietario di Nola.

I briganti che si riunivano sul massiccio del Taburno divennero il punto di riferimento di altre cosche che agivano nel Beneventano, nel Matese e la pianura ad est di Nola, precisamente da Caserta a Nola. Situatosi in una posizione strategica qual era il Taburno, quella dei fratelli La Gala controllava vie di comunicazioni per i cui valichi i briganti potevano tranquillamente “scorazzare”.

Il recente studio di Marco Vigna sul brigantaggio elenca le numerose scorrerie, grassazioni, saccheggi, sequestri e  omicidi perpetrati dei fratelli La Gala, tra cui anche la loro dedizione allo stupro: «La banda dei La Gala il 18 novembre 1861 assaltava la masseria di Angelo Soriano a Sant’Agata dei Goti, rapinava alcuni suoi garzoni e violentava tre con­tadine: le sorelle Maddalena e Lucia Di Giovanni e Orsola Nuzzo. Tutte e tre testimoniarono al processo contro i briganti.»

La banda proseguiva nei delitti, ma alla fine di dicembre 1861 fu braccata da ogni parte, da Benevento, Caserta e Napoli, pur scindendosi in gruppuscoli per eludere la vigilanza dell’esercito e guadagnare il confine pontificio, dove avevano  dalla loro parte una fitta rete di omertà che li proteggeva, i Comitati borbonici disposti a rifornirli di ciò di cui avevano bisogno. Pertanto riuscirono a sfuggire alla cattura grazie a quei Comitati legittimisti che assicuravano loro protezione e sicurezza.

Decisi, infine, a darsi alla fuga definitiva, furono aiutati da amici potenti che procurarono ai La Gala e a tre loro gregari, Paquale D’Avanzo, Domenico  Papa e Angelo Sarno, un passaporto, con tanto di visto dell’ambasciata di Francia per poter giungere a Marsiglia, oltre a un visto della legazione di Spagna per raggiungere infine Barcellona.

Partiti da Civitavecchia sul piroscafo Aunis delle Imperiali Messaggerie Francesi e diretti a Marsiglia, fecero scalo a Genova il 10 luglio 1863. Il piroscafo svolgeva regolare e periodico  servizio sulla linea Civitavecchia-Genova-Marsiglia-Barcellona.

Durante l’assenza del capitano del piroscafo, sceso a terra per vidimare le carte di bordo all’Ufficio di Sanità del porto, salirono sul vapore un commissario di polizia italiana, agenti e carabinieri italiani che  arrestarono i  cinque malfattori, con un regolare mandato di cattura. L’operazione si mostrava perfetta in quanto il console francese, monsieur Huet, era stato avvertito nelle regolari forme di rito e aveva dato il proprio consenso per l’intervento delle forze dell’ordine italiane. Ma nelle concitate ore successive di riconoscimento dei cinque briganti, il comandante dell’Aunis, giunto a bordo, oppose le sue proteste all’arresto.  Dopo convulse discussioni i cinque arrestati furono consegnati ai militari italiani, ma il console francese ebbe un ripensamento, in quanto riteneva che, pur non essendoci dubbi sulla loro identità, dal punto di vista del diritto internazionale l’operato delle autorità italiane poteva essere censurabile.

Avendone avuto notizia, anche l’ambasciatore di Francia De Sartiges, trasmise una nota di pretesta al governo italiano. Fu, pertanto, incaricato l’ambasciatore del Regno d’Italia a Parigi, Costantino Nigra, a fornire chiarimenti al Ministero degli Esteri di Napoleone III, dato che giungeva anche la richiesta ufficiale francese per l’immediata riconsegna degli arrestati.

La posizione del governo italiano si mostrava delicata perché  l’arresto dei fratelli La Gala e degli altri tre briganti dimostrava che i francesi nello Stato pontificio erano consapevoli della protezione dei Comitati legittimisti di cui i briganti godevano.

D’altra parte si era prudenti nel non compromettere i rapporti con Napoleone III, nonostante si mostrasse evidente che le autorità consolari francesi avevano concesso regolari visti a cinque persone la cui identità era ben nota agli stessi francesi.  

Era altrettanto noto che le autorità spagnole, come riporta Salvatore Scarpino, «favorivano queste manovre con maggiore impudenza dei francesi, dato che il governo di Isabella II non aveva riconosciuto il Regno d’Italia.»

Fu l’opinione pubblica liberale a esigere dal governo italiano una prova di orgoglio nazionale. Quindi partì dalla sede del Parlamento una formale richiesta di riconsegna dei cinque fermati.

Poche settimane dopo, il 7 settembre 1863 furono consegnati alle forze dell’ordine italiane e condotti nel carcere di S. Maria Capua Vetere in attesa di giudizio.

La prima seduta del processo, iniziò il 24 febbraio 1864 dinanzi alla prima  Corte d’Assise di Santa Maria Capua Vetere. Dei cinque briganti, a giudizio mancava nell’istruttoria Angelo Sarno, e, a tal riguardo, Salvatore Scarpino ha evidenziato due ipotesi: la sua posizione era stata stralciata, o era morto.

La sentenza, emessa il 13 marzo 1864, condannò Pasquale D’Avanzo  a venti anni di reclusione, Domenico Papa ai lavori forzati a vita, e la pena di morte per  Cipriano e Giona La Gala.

Numerosi erano i reati di  estorsioni, sequestri, depredazioni, ma ciò che si rivelò determinante furono l’omicidio di Don Giacomo Viscusi durante il suo sequestro, l’uccisione volontaria di Francesco De Cesare con l’aggravante della premeditazione,  la  «depredazione accompagnata da omicidio in danno ed in persona di Gennaro Ferraro» e l’uccisione volontaria sulle montagne di Cervinara dei militi della Guardia Nazionale mobile Luigi Soldi e Giovan Battista Teti.

Tuttavia, l’avvocato Cecaro sapeva di poter tentare ancora una carta importante. I fratelli La Gala, dietro suo consiglio, chiesero, tramite supplica a Francesco II di intervenire per  la grazia.

Attraverso gli alti canali diplomatici che avevano assicurato loro sempre sostegno e protezione, la condanna a morte, nel successivo ricorso alla Cassazione, fu commutata nei lavori forzati a vita.

 

 

Bibliografia

M. Monnier, Notizie storiche documentate sul brigantaggio nelle province napoletane dai tempi di fra’ Diavolo sino ai giorni nostri (1862)

S. Scarpino, La guerra “cafona”. Il brigantaggio meridionale contro lo Stato Unitario, Boroli, Milano, 2011.

M.Vigna, Brigantaggio italiano. Considerazioni e studi nell’Italia unita,  Interlinea, Novara, 2020.

 

I fratelli La Gala

 

 

 

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