Nicola Borrelli e il brigantaggio nella campagna sessana

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Nicola Borrelli (Pignataro Maggiore 1878- Piedimonte di Sessa 1952) non fu solo l’autore di Memorie di Pignataro Maggiore e fondatore della “Rivista Campana”, ma uno studioso eclettico, letterato, storico, numismatico e pittore.

Allievo dell’artista e patriota risorgimentale Luigi Toro, si dedicò anche ad una ricerca storica sul brigantaggio postunitario nel territorio rurale di Sessa Aurunca, in provincia di Terra di Lavoro, pubblicata nel volume  Episodi del brigantaggio reazionario nella campagna sessana.

Per Borrelli ciò  che era stato un puro fenomeno banditesco dal periodo dei Saraceni a Normanni fino a tempi più recenti, aveva  assunto un carattere reazionario nelle province meridionali, soprattutto nella Campania settentrionale, e furono le bande di Domenico Fuoco, Francesco Guerra, dei fratelli Pace e soprattutto di Luigi Alonzo detto Chiavone e Giacomo Ciccone ad imprimere una direzione politica reazionaria al fenomeno del brigantaggio.

 

«Le nostre considerazioni intorno alle vere cause del brigantaggio così detto politico-reazionario nelle nostre contrade- considerazioni che prospettammo in principio di questa frammentaria narrazione – trovano conferma nelle ragioni che indussero volgari delinquenti a sfogare i loro istinti di brutalità e la loro feroce vendetta- per fini particolari e personali.»

Nicola Borrelli, quindi, riteneva il  fenomeno del brigantaggio nell’Alto Casertano un momento storico  reazionario, pur riconoscendo le istanze che provenivano da coloro che esprimevano disagio sociale per soprusi ricevuti, ma  che diventavano solo “gregari” di capibanda feroci e dal passato criminale.

In effetti, Borrelli rilevava che l’errore di coloro che si davano al brigantaggio per un atto di ribellione, pur giusto, era quello di andare ad ingrossare le bande, i cui Capi erano solo “delle figure malvagie ed  avanzi dell’esercito borbonico”, che  perseguivano un obiettivo chiaramente di carattere reazionario, e i cui scopi erano quelli di ottenere vantaggi prettamente personali, non  rivolti al miglioramento delle condizioni di vita generale dei contadini.

In questo il Borrelli si mostrò altamente comunicativo nel rimarcare che non vi era alcun fine di lotta  orientata al bene comune, ma esclusivamente al procurarsi dei vantaggi di natura personale con la grassazione, i rapimenti, i ricatti e nella speranza di ottenere, con l’eventuale ritorno di Francesco II sul trono, ricompense e benefici, mirati al proprio utile personale. La ferocia dei briganti- sostiene Borrelli- era dovuta alla speranza che un probabile ritorno del re Borbone avrebbe apportato benefici notevoli.

«Nell’Agro Aurunco, i Borbone avevano lasciato una tale ” scia di ignoranza, di incoscienza e di abbruttimento ” da procurare un forte sentimento di odio contro la società borghese dell’agiatezza, dell’ozio e dello sfruttamento.»

Pertanto, in una situazione storica di cambiamento,  quale fu il periodo postunitario, come d’altronde in periodi precedenti di mutamenti degli assetti politici,  l’eclettico studioso, osservava che «v’era, in tal caso – disperata ma vera - una via di salvezza, una via irta di pericoli e d’incognite, ma ricca di speranza, di promesse, di rivendicazione: la campagna, la banda» come atto di ribellione.

L’errore, però, secondo l’analisi storica del Borrelli,  era quello di andare ad ingrossare in tal modo bande i cui capi, come i Pace, i Guerra, i Cedroni, gli Anfreozzi, i Giordano, i Ciccone,  perseguivano obiettivi reazionari.  In tal modo «le barbari leggi che regolavano le triste accolte, perfezionarono via via la criminalità del gregario e trasformavano presto in terribili tipi di grassatori o di assassini i novizi, sovente passati alla banda  per una leggerezza, un errore, in unmomento di sovreccitazione, sotto l’impulso di un rammarico o d’uno sdegno talvolta giustissimi.»

Con la sua ricerca storica, il Borrelli volle anche rendere omaggio al suo maestro patriota e pittore Luigi Toro, che, proprio nel territorio aurunco, dopo essere stato uno degli artefici dell’Unità, lasciò di nuovo la passione artistica per dedicarsi alla repressione del brigantaggio e riaffermare in tal modo gli ideali che avevano caratterizzato la sua carriera di patriota durante la quale fece parte della Guardia Nazionale con il grado di Maggiore e Comandante.

Nicola Borrelli, quindi, considerò, il brigantaggio nella campagna sessana una questione principalmente di carattere reazionario e criminale, riportando alcuni episodi al fine di dimostrare che le bande “misfacevano” con rapine, ricatti, assassini , atrocità che commettevano per avere un riconoscimento da parte del re, convinti che Franceschiello sarebbe tornato sul trono. La ricostruzione degli omicidi fu descritta con terrificanti particolari:


«Le nostre considerazioni intorno alle vere cause del brigantaggio così detto politico-reazionario nelle nostre contrade- considerazioni che prospettammo in principio di questa frammentaria narrazione – trovano conferma nelle ragioni che indussero volgari delinquenti a sfogare i loro istinti di brutalità e la loro feroce vendetta per fini particolari e personali.»

Il primo assassinio a cui Nicola Borrelli ha fatto riferimento è  stato quello del Tenente della Guardia Nazionale Girolamo Cerrito di Cellole. Il tenente fu ucciso con colpi di scure nella propria abitazione una notte di gennaio del 1863. Con Cerrito trovò la morte un altro abitante di Cellole, il quale, sentendo i colpi di fucile, era accorso in casa del Tenente e,  riconoscendo qualche compaesano, fu da questi ammazzato.

Il secondo efferato omicidio fu quello del sacerdote Don Lorenzo Verrengia di Carano, catturato dai banditi delle bande di Domenico Fuoco e Francesco Tommasino insieme al fratello Basilio e al nipote Luigi. Basilio, sofferente, fu subito rilasciato.

Il capobanda Francesco Tommasino di Tuoro chiese per la liberazione di Don Verrengia una somma rilevante: ben 80 mila ducati. Furono mandate solo 70 piastre e allora il brigante Tommasino fece pervenire ai familiari un orecchio.

Lo storico  si sofferma sui particolari dello scambio epistolare per arrivare ad un accordo per la liberazione degli ostaggi. Non ottenendo la somma richiesta, il 5 aprile 1854 Don Lorenzo Verrengia fu fucilato. Dopo l’uccisione, la famiglia fece pervenire 13000 ducati per la liberazione del giovane Luigi. Fu Domenico Fuoco a ricevere la somma del riscatto.

Non meno terrificante fu l’assassinio di Nicandro Vitale di Piedimonte che fu aggredito nel 1865 in aperta campagna e alla cui famiglia vinne chiesto un riscatto dalle bande di Pace e Ciccone. Il pagamento della somma non risparmiò la vita al povero Nicandro.

Gli episodi di banditismo continuarono negli anni 1866 e ’67 come denunciava al Governo e al Parlamento tramite il Prefetto il parroco di Piedimonte Erasmo Capizzi, rilevando che i funzionari di Pubblica Sicurezza si mostravano alquanto vili e inetti e “scansassero ” ogni contatto con i banditi”.  

Il Parroco di Piedimonte si esponeva alla ritorsione dei briganti, ma era una persona “circospetta e scaltra”. «Ma i briganti, che non sapevano rinunziare all’idea vagheggiata di vendicarsi del Parroco Capizzi, e nel contempo di fare un ottimo affare ricattandolo, visto riuscir infruttuoso ogni tentativo contro di lui, pensavano esser più facile, in vece sua, del fratello Francesco.»

Francesco Capizzi era un agricoltore e non fu difficile per i briganti catturarlo e ucciderlo a colpi di fucile in aperta campagna. Fu Carmine De Marco, un brigante di Piedimonte, a sparare al fratello del Parroco Erasmo Capizzi.

Nel 1868 la persecuzione del Brigantaggio si rivelò più determinata e le “orde brigantesche” di Pace, Fuoco, Guerra,Tommasino e Ciccone, furono gradualmente sconfitte.

 

Bibliografia:
N. Borrelli, Episodî del brigantaggio reazionario nella campagna sessana, S. Maria Capua Vetere, 1925.

 

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