Il probo Championnet e l’ostilità del Direttorio

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Già nei primi giorni della Repubblica a Napoli nel 1799, il generale Jean- Etienne Championnet  era riuscito a conquistare le simpatie non solo dei patrioti repubblicani, ma anche del popolo, interpretandone gli umori e i sentimenti.

L’avvenuto miracolo di San Gennaro si era rilevato determinante e Championnet aveva dimostrato di essere un sincero e coerente democratico, rispettoso delle tradizioni,  tanto che il popolo gli attribuì delle ascendenze napoletane dopo il ritrovamento nei registri battesimali della Chiesa di Sant’Anna un certo Giovanni Championnet.

Oltretutto il generale si era anche invaghito della figlia del principe di Santobono, chiedendola in sposa Ma poco dopo fu richiamato in Francia e  arrestato per insubordinazione.

Riguardo a Championnet, Antonella Orefice scrive testualmente: «l’influenza esercitata da Championnet, uomo onesto e ottimista, repubblicano autentico che vagheggiava il bene dei popoli per il quale si batteva, e l’iniziale ingenuo  idealismo che caratterizzava gli atti dei repubblicani napoletani, crearono in questi ultimi la convinzione che i francesi volessero davvero una rinascita democratica del Regno.»

 

Ben diversa, invece,  fu la condotta del  Direttorio francese nei confronti della Repubblica Napoletana fino al punto di mostrare per diverse ragioni  una forma di  ostilità, che si mostrò palese allorché i suoi membri si rifiutarono di riconoscerne l’indipendenza. I rappresentanti del Governo erano partiti da Napoli il 15 febbraio, diretti a Parigi per richiedere la totale indipendenza della Repubblica. Giunti alla metà di marzo, proprio nel periodo del richiamo di Championnet, i rappresentanti non solo non furono non furono ricevuti, ma anche  seccamente invitati a ripartire.

In effetti, già dagli inizi di febbraio il Direttorio francese aveva richiesto una forte indennità di due milioni e mezzo di ducati per il territorio urbano e quindici milioni per le provincia da ricevere al massimo in due mesi.  Ciò aveva provocato una prima disillusione dei repubblicani stigmatizzata in seguito più volte da Eleonora Pimentel Fonseca sulle colonne del “Monitore Napoletano”.

Quella che doveva essere una “repubblica sorella”- rimarca Antonella Orefice -  era considerata dal Direttorio alla stregua di un territorio nemico conquistato.

Pur avendo il sostegno del generale Championnet, che coraggiosamente aveva allontanato da Napoli l’emissario del Direttorio Faypoult venuto per riscuotere le imposte, i repubblicani napoletani si mostravano sempre più diffidenti. Championnet sapeva che avrebbe subìto la ritorsione del Direttorio e lasciando definitivamente Napoli,  scrisse per i cittadini una lunga lettera, datata 2 marzo 1799. Furono parole pregne di affetto  e dispiacere per il forzato abbandono. Napoli  gli sarebbe stata sempre  cara, come il ricordo degli uomini virtuosi  e Repubblicani, che non avevano altra ambizione che la sicurezza della libertà del loro paese.

Il generale francese dovette dire addio  anche all’amata principessa di Santobono che poco dopo fu barbaramente uccisa dalle orde di lazzari nel furore della reazione. 

Ma ciò non impedì alla direttrice del Monitore Napoletano di denunciare pubblicamente le sfacciate ruberie di Faypoult ed altri francesi.

D’altronde - come evidenzia ancora Antonella Orefice - il Direttorio inviava dei commissari il cui compito non era quello di proteggere la Repubblica dai furti e dai soprusi, ma con l’intento di pretendere soldi da inviare al Direttorio e da spartirsi tra loro.

Mentre gli altri giornali sottacevano quanto accadeva, la proba e inflessibile Eleonora Pimentel Fonseca con coraggio denunciava, allorché ne veniva a conoscenza, i generali francesi e gli uomini che erano diretta espressione della volontà predatrice del Direttorio.

Nonostante l’ordine francese di censurare gli articoli di denuncia, la compilatrice del  Monitore si mostrò ancor più determinata. E’ esemplificativa la censura di un articolo che doveva essere pubblicato, e che riguardava il generale Antonio Gabriele Venanzio Rey. Costui aveva sottratto delle collane d’oro ai cavalieri napoletani, sopruso perpetrato il 20 marzo. La Pimentel aveva denunciato l’estorsione nel numero del 23 marzo. Tuttavia, il Rey riuscì, con minacce di carcerazione del tipografo Gennaro Giaccio, nella sua opera di censura momentanea di tale numero del giornale, ma la determinazione di Eleonora provocò le dimissioni del generale Venanzio Rey e il suo allontanamento da Napoli.

Come rileva Antonella Orefice, che si è prodigata per anni nell’intento di salvare dalla damnatio memoriae il sogno e l’opera dei tanti repubblicani  del 1799,  non si può sottacere che  il Direttorio francese si mostrò ostile all’indipendenza della Repubblica Napoletana e che   il suo l’esercito  si comportò indubbiamente da esercito di occupazione; oltre a pretendere 2500 ducati per le spese di guerra, impose alla capitale il mantenimento della truppa, trasferì sui conti dei commissari civili francesi le rendite degli ordini cavallereschi e monastici soppressi, tentò di appropriarsi di opere d’arte appartenute ai Borbone e non permise ai patrioti di formare un esercito nazionale.

 

 

Bibliografia:

Antonella Orefice, Eleonora Pimentel Fonseca, l’eroina della Repubblica napoletana del 1799, Salerno Editrice, Roma, 2019.

 

 

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