Un autografo di Mazzini. Il testamento spirituale ai napoletani

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Il 20 settembre 1870  Roma era occupata dei bersaglieri di La Marmora.

Mazzini che aveva sognato un'Italia unita repubblicana con Roma capitale, vedeva invece un'Italia annessa al Piemonte ed unita sotto la corona di Vittorio Emanuele II.

Allora  provò a far insorgere Roma e a creare un moto rivoluzionario stimolando anche Garibaldi e la sinistra, ma non solo fallì nel tentativo, venne anche catturato e carcerato a Gaeta.

Liberato, dopo due mesi di propaganda, riparò a Genova ove, seppure sfiduciato e malato, continuò a tessere la trama della cospirazione come extrema ratio cercò di galvanizzare la quiescente alleanza repubblicana da lui fondata alla quale, nel 1870 aveva  posto a capo il garibaldino genero del Generale, avendone sposato la figlia Teresa, Stefano Canzio.

Ma anche qui trovò freddezza e inerzia tranne che in Sicilia e  in Liguria ove  cercò di frenare moti spontanei ed impulsivi che avrebbero portato solo insuccessi come a Mentana o in Aspromonte.

Promosse una  raccolta di fondi per riscattare dalle carceri prigionieri politici che avevano partecipato ai moti nella Sabina nel Napoletano e nel Livornese e per finanziare il partito, ma senza ottenere risultati.

L'insuccesso di questi  moti, quasi sempre impulsivi e spontanei, suscitò critiche enormi e lo stesso Garibaldi le definì ragazzate, mentre Marx e Bakunin e l'Internazionale italiana osteggiarono personalmente il Mazzini e lo riempirono di improperi quando ci schierò  nella guerra franco-prussiana con la Germania contro il gallismo francese.

 

 Nel 1870-1871 Mazzini era veramente solo contro tutti e reputava le nuove idee socialiste di Marx ereticali.

Nell'inverno del 1871  partecipò al Congresso degli operai tenutosi a Roma e riuscì ad orientare col suo fervore i moderati  del movimento alle sue idee repubblicane superando la dottrina internazionalista.

Nel contempo i  rapporti con Garibaldi andavano man mano deteriorandosi, ma il genovese non smise di cospirare e di ideare una rivolta nell'intera penisola prendendo accordi con gli adepti siciliani napoletani, emiliani, liguri.

In quell'anno 1871 il Mazzini, sempre più isolato, aveva assunto la direzione del giornale da lui  fondato La Roma del popolo e da Londra si era stabilito a Pisa sotto il falso nome di Giorgio Rossi Brown e, nonostante tutto, continuava ad esortare i seguaci rimastigli a rendere forte e potente l'alleanza repubblicana universale.

In questo contesto è collocabile la lettera ai napoletani che pubblichiamo.

Mazzini ebbe tra i suoi pochi amici la famiglia di Aurelio e Giorgina Saffi ai quali spesso scrisse della sua solitudine, del martirio interiore e del tentativo vano  di riportare Garibaldi alla causa repubblicana, ma il generale era sempre più attratto dalle idee marxiane e anzi accusò severamente e pubblicamente il Mazzini che ne rimase profondamente addolorato e «non si difese, ma difese fino all'ultimo istante della nella vita insidiata da una grave malattia, il patrimonio ideale dell'Italia, la sua dottrina religiosa politica e sociale sino a che  la mano non gli cadde inerte sul foglio bianco il dieci marzo del 1872.»1

Di seguito si riporta la trascrizione della preziosa lettera autografa del Mazzini, purtroppo in non buono stato di conservazione, datata 15 giugno 1871 ed  indirizzata ai giovani del Comitato napoletano dell'Alleanza Repubblicana ai quale rimproverava l'inerzia in una terra da sempre generosa di istanza unitaria e rivoluzionaria.

Il Mazzini infervorava i napoletani a fare proselitismo specie tra gli operai distogliendoli dalle idee socialiste e a raccogliere fondi per la causa repubblicana e a ricucire le fila dell'organizzazione.

Emerge la figura del Mazzini Apostolo e cospiratore, coi suoi consigli strategici di carattere organizzativo e di modalità di diffusione delle idee.  L'autografo del Mazzini è una  preziosa reliquia del nostro risorgimento, un vero testamento spirituale per i napoletani.

Unita alla lettera usurata ma per questo ancora più affascinante vi è una fedele trascrizione manoscritta del febbraio1883  probabilmente disposta da Aurelio Saffi in occasione della stesura del XIII volume del Corpus mazziniano.

 

Fratelli la vostra lettera mi è giunta tardi,un mutamento di soggiorno ha procurato l'indugio indipendente da me.

Il vostro proposito è santo: le vostre parole sono degne e forti: possano i vostri fatti esser tali.

La zona d'Italia della quale parlate accresce l'importanza al vostro linguaggio:  è parte che un tempo quando eravamo smembrati e oppressi dallo straniero, guidava. L'esempio della costanza nell'attività ci veniva da essa.

Quella virtù d'esempio cessò.

Da quando, per virtù di popolo e di volontari, conquistammo l'Unità materiale, cresciuti i mezzi per compiere l' edifizio e conquistare l'unità morale della nazione e far salire l'Italia al luogo che essa pel bene proprio e l'altrui, deve occupare tra i popoli, l'ardore non so per quali ragioni, infiacchì. Napoli in fatto di agitazione nazionale rimase  addietro. Le ispirazioni che aspettavamo dalle fervide menti  meridionali non vennero.

Voi volete ridestarle e rinnovellare la tradizione: Dio vi benedica.

Io vi stringo fraternamente la mano con fiducia e speranza. Le circostanze sono dall'anno scorso, quando tentai di suscitare gli animi a fare e fui deluso, mutate oggi abbiamo materialmente almeno Roma e non possiamo trascurarla.

Un lavoro di trasformazione v'è necessario: bisogna che se non parte da essa l'iniziativa, vi sia almeno certezza che un'iniziativa data altrove sarà da essa seguita. Di questo io m'occupo come m'occupo della parte meridionale isolana. Preparate voi la parte continentale .

Esisteva un lavoro l'anno scorso tra voi ma dopo il mio imprigionamento in Gaeta languì e in parte si sciolse.

Rimangono nondimeno reliquie dell'associazione. Né io ricuso di mettervi in contatto con esse, ma è necessario interpelli prima gli uomini che facevano parte di quel lavoro nelle città e nelle province ed è necessario, concedete che io ve lo dica francamente, ch'io  veda, prima di estendere le vostre relazioni, ciò che potete.

Cominciate il lavoro estendetelo cautamente. Sotto il nome dell'alleanza repubblicana, formate tra i giovani piccoli nuclei, connessi con voi, indipendenti per ora gli uni degli altri. Adoperatevi  a conquistare qualche filo importante tra gli operai sviati temo, in parte, dalle teorie errate e impraticabili degli uomini appartenenti all'Associazione Internazionale, in parte da altre influenze.

Dite loro che troveranno nella repubblica possibilità ch' oggi non hanno di esprimere i loro bisogni,i loro voti , i rimedi che credono doversi applicare .

Compito questo lavoro preliminare,cacciata in un certo modo l'ossatura dell'associazione, potrò aggregare a voi  altri elementi.

Abbiate lieve quanto credete, una sottoscrizione mensile, è essenziale. Usate di quel fondo  accresciuto in ogni modo possibile, per aiutare l'armamento di chi manca di mezzi tra voi.

Ripartite il lavoro due tra i vostri siano addetti specialmente al contatto con gli operai,due  a quello con gli studenti, due al contatto con l'esercito e via così farete meglio e più rapidamente il lavoro.

Cercate di affratellarvi uomini impiegati sulle vie ferrate e sui vapori saranno all'uopo preziosi, non tenete archivi,sempre fatali.

Vi basti la vostra coscienza.

Usate nel vostro operato il linguaggio temperato, ricordatevi che nostro principale scopo deve essere non di infiammare solo i nostri ma di  conquistare gli illusi di buona fede.

Datemi un indirizzo domiciliare e se potete non lontano dal porto, potrò probabilmente farvi giungere lettere a mano.

Scrivete poco ma tenetemi al corrente dei vostri progressi.

Non parlate di moti che oggi sarebbero prematuri ma dite ai giovani che circostanze oggi imprevedute  possono suscitare in ogni tempo un'opportunità e che bisogna apprestarsi a coglierla.

Son questi i consigli che posso darvi per ora.. più dopo avrò altro da suggerirvi .

Addio: lavorate ed abbiatemi ora e sempre fratello Gius.Mazzini.

Ai giovani del Com.Nap. 15.6.71

 

Analizziamo adesso il percorso dell'autografo dalla penna del Mazzini all'odierna pubblicazione.

La lettera è scritta su carta di riso sottilissima, quindi risente dei danni del tempo e dell'usura delle sue probabili peripezie.

Mazzini si serviva spesso di tale tipo di carta molto sottile e delicata, quando doveva trasmettere messaggi particolarmente delicati che, per il loro contenuto, potevano mettere in pericolo i destinatari che in caso di intercettazione, eventualmente, potevano più agevolmente mangiare "il corpo del reato"

Tentiamo di seguire l'itinerario del reperto.

Il destinatario era Angelo Raffaele Lacerenza, un patriota barlettano amico e discepolo del Mazzini che, anche dopo la morte del maestro nel 1872 perseguì sempre gli ideali mazziniani.

Nel  1860 aveva fatto parte della spedizione di Garibaldi in Sicilia ed era entrato a Napoli con il suo battaglione inserito nella divisione Bixio.

Aurelio Saffi amico del Mazzini e triumviro della repubblica romana del 1849 con Armellini e  lo stesso Mazzini, dopo la morte del illustre genovese raccolse e pubblicò i suoi scritti e ricercava e  riceveva materiale da ogni parte d'Italia.

Allegato all'autografo vi è una sua  trascrizione del 1883 ed un cartoncino appartenuto al Lacerenza.

È la prova che l'autografo appartenne al Lacerenza e probabilmente proprio a lui venne consegnato nel 1871.

Sul biglietto-cartoncino su un verso è montato un articolo del giornale napoletano Roma del 30 settembre /primo ottobre 1883 in cui viene pubblicata una lettera del Saffi al Lacerenza con cui il bolognese che stava scrivendo il proemio al 13º volume degli scritti del Mazzini lodava il Lacerenza per l'attività svolta con e per il Mazzini di cui era amico e lo ringraziava della documentazione fattagli pervenire.

Tra essa vi era  l'autografo del 1871 o più probabilmente la sua fedele trascrizione.

Sull'altro verso è incisa una frase del Mazzini indirizzata al Lacerenza, probabilmente del 1860 , con cui l'avvertiva di iniziare la sommossa a Napoli  e in provincia ritenendo prossimo intervento di Garibaldi; al centro lo stemma del battaglione  Lacerenza e la firma del patriota.

Infine  applicato a mò di bollo un ritrattino del Lacerenza, con la dicitura inglese forget me not (non dimenticatemi).

Quindi ora si può ricostruire con chiarezza l’itinerario del reperto: indirizzato nel 1871da Giuseppe Mazzini al comitato nazionale dell'alleanza repubblicana, di questa faceva parte il Lacerenza che lo prese in custodia; nel 1883  su richiesta di Aurelio Saffi lo trascrisse e ne inviò probabilmente la trascrizione,l o custodì fino alla fine dei suoi giorni, poi  il prezioso autografo passò ai primi del 900 nella collezione di

Fausto Fiorentino  prestigioso editore napoletano e oggi di chi scrive, con l’intenzione di divulgarlo attraverso questa testata di cui è collaboratore, in virtù del principio che la cultura è nostro comune patrimonio.

Nota

1. A. Codignola, Pensiero e azione di Giuseppe Mazzini. Studi critici vari curati da A. Codignola, Comune di Genova, 1855, pp.117-127.

 

 

 

 

 

 

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