Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Francesco II di Borbone nella scia dei suoi predecessori

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Quando l’ultimo sovrano delle Due Sicilie Francesco II, di fronte all’impetuosa avanzata dell’Esercito Meridionale guidato da Garibaldi, decise di abbandonare Napoli nel lodevole intento di non esporla ad essere prima linea di uno scontro, con conseguenti, inevitabili rovine e diede incarico al suo Ministro dell’Interno, Liborio Romano ed alla Guardia Nazionale di vegliare sull’ordine pubblico, scrisse anche un proclama datato 6 settembre 1860.

In esso, accanto alla decisione di contrastare militarmente per l’ultima volta l’avanzata garibaldina, indicò i comportamenti che, in caso di sconfitta, dovevano essere seguiti.

«Qualunque sarà il mio destino, prospero o avverso…. raccomando loro (ai cittadini ed alle comunità) la concordia, la pace, la santità dei doveri cittadini.  Che uno smodato zelo per la mia corona non diventi face di turbolenze.»

Insistette, ‘implorando’,  il valore della ‘concordia’.

 

Invece fu spergiuro e rinnegatore delle sue stesse parole, nella scia dei suoi predecessori spergiuri ed assassini, da Ferdinando IV a Ferdinando II,  quando,  dopo la sconfitta definitiva del 1 ottobre 1860 al Volturno, espose la città di Gaeta a disastri e rovine e vittime.

Il saggio, realista, umanissimo zio di Francesco II, Leopoldo di Borbone, conte di Siracusa (Palermo, 1813-Pisa, 1860) lo aveva invitato con preveggente sensibilità a chiudere storicamente la vicenda storica borbonica senza i bagliori del sangue e delle rovine, nel solco dei parenti di altri Stati e Staterelli della penisola (che non conobbero scie di sangue e di delinquenza), per non aggiungere un altro capitolo sanguinoso alla storia tragica civile e politica dei Borbone di Napoli e chiuderla con una fine nobile ed umana.

Invece dal 1861 in poi, con l’appoggio di Pio IX e dei suoi vescovi e preti filo borbonici, fece di Roma papalina gesuitica, dove sano e salvo con la consorte e i fedeli si era rifugiato, il centro direttivo istigatore di ‘discordie’, di ‘turbolenze’, di ‘delinquenze’, che intendevano ripetere il mostruoso sanfedismo del cardinale Ruffo del 1799.

Questa volta l’infame spergiuro, con il suo complice Papa Pio IX  si trovò di fronte, oltre i tanti meridionali della Guardia Nazionale (coraggiosi fino a dare la vita, verso i quali la gratitudine dei meridionali veri e sinceri dovrà essere eterna, rinnovandone ed onorandone la memoria), anche l’Esercito Italiano, formato da cittadini di ogni parte d’Italia, guidato da tanti meridionali di valore, che doverosamente e giustamente repressero questo tentativo sanfedista.

Il mezzogiorno fu così finalmente liberato dalla spaventosa prospettiva di un mondo dominato da delinquenti e da ladroni, assassini e anche cannibali, ai quali interessavano in massima parte sostanzialmente il furto e la rapina, la vendetta personale e l’assassinio, sotto la bandiera borbonica, come scusa strumentale, come francamente confessarono capi stessi del brigantaggio  nei ‘processi’ a loro carico.

 

 

 

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