La fine storica del Partito d'Azione

Categoria principale: Storia
Categoria: Storia Contemporanea
Creato Giovedì, 10 Settembre 2020 10:18
Ultima modifica il Giovedì, 10 Settembre 2020 10:31
Pubblicato Giovedì, 10 Settembre 2020 10:18
Scritto da Nicola Terracciano
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Il Partito d’Azione Giustizia e Libertà, nel suo spirito risorgimentale, con predilezione verso la tradizione democratico - repubblicana mazziniana, a partire dalla sua denominazione e dalla sua nascita storica (1942), non è, né poteva, né doveva essere un Partito Socialista o un Partito Liberale o un Partito Repubblicano o un Movimento Anarchico, che avevano altra denominazione, altra configurazione storico - ideale, altre finalità oggettive.

Aver voluto forzare il Partito d’Azione Giustizia e Libertà a divenire innaturalmente un Partito Socialista, violentando la sua natura storica, fu l’errore fatale della maggioranza solo numerica del drammatico primo Congresso nazionale del febbraio 1946 a Roma, che provocò la reazione e l’uscita da esso di coloro che il Partito d’Azione l’avevano ideato, fondato, fatto vivere e portato a livelli storici altissimi (nella Resistenza e nel Governo del Paese negli anni drammatici e nodali 1943-1945).

La responsabilità fu di esponenti rispettabili e di grande levatura storica, etica e intellettuale, ai quali l’Italia deve tanto con spirito di gratitudine, in quel periodo e dopo (es. Lussu, Codignola, De Martino), ma che erano stati tra l’altro estranei (perché in esilio, al confino, o in carcere) o minoritari (come i liberalsocialisti) nella ideazione, nella nascita, nello sviluppo del Partito d’Azione Giustizia e Libertà.

 

Per capire quello che nella sostanza avvenne nel fatale primo Congresso Nazionale di Roma del febbraio 1946 non bisogna, credo, soffermarsi sul contrasto Lussu - La Malfa, riducendolo ad una schermaglia personale con una platea di tifosi divisi tra l’uno e l’altro con la vittoria dell’uno e la sconfitta dell’altro, che poi se ne esce dal Partito e per ripicca ne fonda un altro.

La realtà storica e il dramma furono ben altri e alti e sofferti come mai è capitato in altro Congresso politico.

Per incominciare a capirlo, occorre soffermarsi non tanto su Lussu o su La Malfa, su Codignola o su De Martino, su Lombardi o Salvatorelli (tutti degni di ascolto, come tutti gli interventi dei congressisti), ma su Ferruccio Parri, sui suoi due grandi interventi, sui suoi tentativi fino alla fine e sulla sua drammatica uscita dal Partito d’Azione al termine delle votazioni.

Il grande, nobile, indimenticabile, fondamentale  ideatore-creatore del Partito d’Azione Ferruccio Parri, uno dei Padri della Patria, cercó commoventemente e costantemente, dall’inizio alla fine del Congresso, di evitare quella violenza e quella forzatura.

Quando si avvide che era impossibile evitarle anche per le rigidità, i personalismi, gli individualismi, ma soprattutto per l’incomprensione della priorità e della centralità dei problemi politici di fondo della storia italiana di allora, quali erano quelli delle battaglie epocali e decisive per la Repubblica e per la Democrazia, abbandonò il Partito, divenuto altro e quindi strumento storico non più adeguato a quelle battaglie.

Non a caso (la logica della storia è lenta, ma inesorabile) la trasformazione sostanziale del Partito d’Azione Giustizia e Libertà in un Partito Socialista avvenuta coi risultati del Congresso, quando nel panorama politico di allora  ve ne erano già due (se consideriamo che il Partito Comunista era un Partito Socialista scissionista del 1921 e a sua volta dal Partito Socialista ne nacquero due con la scissione socialdemocratica del 1947) portó alla crisi e alla fine di esso con la inevitabile, logica confluenza nel Partito Socialista, come aveva profeticamente e profondamente avvertito e temuto Parri.

Sia ricordato ad onor del vero, per ossequio alla verità storica,  che la base vera del Partito nella sua maggioranza ‘di fatto’ non accettò quella svolta.

Sui 270 mila iscritti rigorosi e veri del Partito d’Azione espressi dai delegati presenti al congresso infatti la votazione fu la seguente: Mozione Codignola (che ebbe, e quindi espresse, anche le posizioni di De Martino-Lussu), che, nella sostanza, si ripete, trasformava il Partito d’Azione Giustizia e Libertà in un Partito Socialista (mentre il Partito d’Azione Giustizia e Libertà ammetteva sì al suo interno una posizione socialista, ma come una tra le diverse della sua composizione, in rispettoso dialogo intellettuale e di azione con le altre, e queste erano la sua novità e la sua originalità storiche): 120 mila voti, Mozione Lombardi 70 mila voti , Mozione Salvatorelli 3 mila voti.

Ma assenti o non votanti furono 70 mila.

Parri speró fino all’ultimo secondo dell’ultimo minuto prima delle votazioni, riunendo tutti i presentatori delle varie mozioni, cercando disperatamente di trovare una conciliazione, una sintesi nello spirito originario del Partito d’Azione nato il 4 giugno 1942.

Quando capì che era stata mutata la natura originaria e che di fatto non c’era più da quel momento in poi di fatto il Partito d’Azione originario, alle ore 24,50 al termine conclusivo del giorno 8 febbraio, invió al Congresso questa amara, lettera di addio:

«Cari compagni del Partito d’Azione, ho il dovere di lealtà di precisarvi la situazione nella quale io mi vengo a trovare nel Partito dopo le sue decisioni.

Voi sapete quanto profondamente vibri in me ogni appello rivolto al nostro comune passato di lotta, ai nostri fratelli caduti, ed ai comuni ideali di libertà e di giustizia per i quali essi sono caduti.

E mai nulla al mondo potrà alterare i sentimenti di fraternità, di combattente che mi legano ai compagni tutti, a cominciare da Emilio Lussu.

Ma il problema che grava sulla mia coscienza è ancora più grande degli affetti e dei sentimenti.

Intendendo interpretare le esigenze della situazione politica generale e dell’avvenire che, a mio parere, poteva spettare al Partito, avevo creduto mio debito proporre al Congresso quella impostazione del nostro problema politico e del nostro programma, che sola, a mio parere, poteva raccogliere il consenso di una maggioranza sufficientemente omogenea.

Il Congresso ha deciso diversamente. Ed io non ho che dà prenderne atto. Spiacente soltanto che i compagni non abbiano inteso la gravità delle decisioni e del momento, e si siano in troppa parte immiseriti nelle competizioni cosiddette di tendenza.

Ma il problema politico che avevo posto rimane per me non risolto.

E rimane aperto su un piano più vasto di quanto il Congresso forse non abbia inteso.

Si tratta della lotta per la Repubblica e per la Democrazia su un piano più vasto del Partito d’Azione.

Ritenevo e ritengo che la migliore strada per svilupparla fosse quella che avevo indicato nel mio modesto discorso.

Il Partito si è messo per un’altra via, che per un complesso di considerazioni, che non sono di oggi, e che sono seriamente meditate, non ritengo adatta.

Ora credo che a me incombano responsabilità maggiori, nei riguardi di quella lotta, maggiori che non quelle del Partito, e sento di non potere ad esse sottrarmi senza venir meno ad un dovere categorico.

Mi vedo costretto quindi a riservare le mie future decisioni, che saranno sempre meditate, e dettate dagli stessi principi spirituali e politici per i quali il Partito d’Azione è nato.

Certo sempre di trovarmi nella lotta accanto ai compagni di ieri, tutti sempre ugualmente cari al mio cuore fedele, sono il vostro Ferruccio Parri.»1

 

 

 

1. G. Tartaglia, I Congressi del Partito d’Azione 1944/1946/1947, prefaz. di Leo Valiani, Edizioni Archivio Trimestrale, Roma, 1984, pp.380-381.