La luce intellettuale di Piero Calamandrei

Categoria principale: Storia
Categoria: Storia Contemporanea
Creato Sabato, 01 Agosto 2020 11:43
Ultima modifica il Lunedì, 03 Agosto 2020 15:26
Pubblicato Sabato, 01 Agosto 2020 11:43
Scritto da Nicola Terracciano
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Il Partito d’Azione fu una grande, singolare comunitá di Personalità libere e forti, ma tra essi brillarono di maggiore luce intellettuale, etica e politica alcuni (es.Parri), che ebbero una naturale funzione di leader, che gli altri riconoscevano ed accettavano in modo spontaneo, come un profondo ossequio morale, mai una dipendenza gregaria o acritica.

Tra questi leader, agli inizi anche formali della nascita del Partito d’Azione, si colloca Piero Calamandrei.

Si laureó in giurisprudenza a Pisa nel 1912 e si perfezionó a Roma col famoso prof. Chiovenda, piemontese, nel settore che fu suo per tutta la vita, quello del diritto processuale civile. 

Nel 1915 divenne docente universitario a Messina proprio di procedura civile.

Passó poi a Modena, poi a Siena e nel 1924 nella nuova facoltà giuridica di Firenze, dove tenne la cattedra di diritto processuale civile fino alla morte, diventando preside di facoltà ed anche rettore dell’Università della sua carissima città.

Fu volontario coraggioso nella Prima Guerra Mondiale, come tanti del Partito d’Azione, sentita in modo risorgimentale come quarta ed ultima guerra di indipendenza, e ne uscì col grado di capitano e poi di tenente colonnello.

Per il suo valore professionale fu nominato nella commissione di riforma del diritto processuale penale già nel 1924.

Ma egli impegnó la sua vita anzitutto anche sul piano civile e politico contro gli sbandamenti nazionalistici e poi fascisti, che, al di là degli ossequi esteriori e retorici, erano in contrasto radicale con lo spirito del Risorgimento liberale e del rispetto delle libere nazionalità.

Con Ernesto Rossi ed i Fratelli Rosselli (Carlo e Nello) contribuì alla formazione di un’associazione antifascista di origine combattentistica, quella dell’Italia Libera e a far vivere il libero dibattito intellettuale in città con il famoso ‘Circolo di Cultura’.

Dopo il delitto Matteotti aderì all’Unione Nazionale di Giovanni Amendola e nel 1925 sottoscrisse il Manifesto degli intellettuali antifascisti redatto da Benedetto Croce.

Collaboró con i citati Fratelli Rosselli e con Gaetano Salvemini al famoso periodico, che era e fu tutto un programma dell’Antifascismo liberaldemocratico e liberalsocialista: Non Mollare.

Per il suo ruolo forte professionale e civile, che ne faceva un sicuro riferimento fondamentale, sostanzialmente antifascista, decise con animo comunque straziato di accettare l’infame giuramento, che metteva fuori dall’Università e sul lastrico quelli che rifiutavano (e lo fecero solo in dodici in tutta Italia).  Non volle (e ci riuscì) che l’Università diventasse nello spirito tutta fascista.

Il prestigio era tale che stessi ministri fascisti, pur a conoscenza del suo radicale antifascismo, fecero ricorso a lui, massima autorità nel campo, per la riforma del diritto civile, che ancora risente nel codice di procedura della sua impronta.

Aderì al Movimento di Giustizia e Libertà dei suoi cari amici e Martiri Carlo e Nello Rosselli (diceva, con una delle sue espressioni memorabili «La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto essa vale quando incomincia a mancare.»), fu contro l’intervento in guerra, ne colse presago le tragedie che avrebbe prodotto e fu tra i protagonisti della nascita del Partito d’Azione nella famosa riunione romana del 4 giugno 1942, il Partito, che più lucidamente era consapevole della tragedia in corso, delle sue origini, dei suoi scenari prossimi e futuri, per far riprendere al Popolo Italiano libertà  e dignità.

Tutti sapevano del suo antifascismo di fondo e subì comunque attacchi di disfattismo, ma il regime non andó fino in fondo all’arresto, come fece anche ad esempio per Benedetto Croce, nel timore di scoprirsi troppo nell’opinione pubblica italiana ed europea.

Subito dopo la  fine del fascismo (non della guerra) del 25 luglio 1943, Calamandrei fu nominato Rettore dell’Università di Firenze, ma dovette lasciare l’incarico e nascondersi con il disastro dell’armistizio dell’8 settembre, dell’occupazione nazista del Centro-Nord, della nascita della fascista Repubblica di Saló, che produssero una tragica guerra civile ed imposero la doverosa Resistenza, che sola potè permettere al Popolo Italiano il recupero della Libertà e della Dignità e che Calamandrei onoró ed esaltó giustamente per tutta la sua vita, promotore o partecipe di momenti celebrativi e con scritti (es. Uomini e città della Resistenza e coi testi di tante lapidi).

Anche suo figlio Franco fu un attivo partigiano, anche se sul fronte comunista, agli antipodi ideologicamente e politicamente di quello azionista, liberaldemocratico e liberalsocialista del Padre.

Dopo la liberazione di Firenze, tornó al suo ruolo di rettore.

Nel 1945 fu membro della Consulta (che sostituiva il Parlamento) e fu uno dei deputati del Partito d’Azione all’Assemblea Costituente del 1946-inizi 1948, che ebbe la funzione di scrivere la nostra cara Costituzione.

Essa ebbe Calamandrei come padre fondamentale per la sapienza giuridica e la tensione civile, anche se non furono recepite altre fondamentali istanze, come quelle della  stabilità del potere esecutivo (per evitare le crisi ricorrenti legate alla brevità e provvisorietà dei governi, fatali al consolidamento delle libere istituzioni, e proponeva una Repubblica Presidenziale) e della netta separazione tra Chiesa e Stato per evitare complicità (come avvenuto nel fascismo) e clericalismi nella società civile e nella formazione delle nuove generazioni democratiche.

Fu fedele al Partito d’Azione sempre, non accettando il suo scioglimento e gridando al termine del drammatico ultimo incontro della direzione del 1947 «Viva il Partito d’Azione!»

Fino alla morte nel 1956 come libero azionista si battè per i suoi ideali nei ruoli che realisticamente erano praticabili nel parlamento e nel paese, all’Università e nel libero dibattito culturale, fondando quella rivista indimenticabile e fondamentale che fu Il Ponte, per costruire il doveroso e necessario legame tra le generazioni, affinchè in mezzo alle macerie delle distruzioni e degli stordimenti non fosse interrotto, spezzato il filo della memoria e della riflessione sui grandi, fondamentali valori e temi civili e politici che avevano animato il Risorgimento, l’Antifascismo, la Resistenza, senza i quali le generazioni dei figli e dei nipoti restano sbandate e smarrite.