L’epistolario di Maria Teresa d’Asburgo in digitale

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Categoria: Storia XVIII sec.
Creato Sabato, 01 Agosto 2020 11:36
Ultima modifica il Lunedì, 03 Agosto 2020 15:25
Pubblicato Sabato, 01 Agosto 2020 11:36
Scritto da Antonio Mileo
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La WBG, casa editrice di Tubinga, ripropone una nota opera di Friedrich Walter che raccoglie le lettere e i documenti della corte di Maria Teresa. Si tratta di una riproduzione, in versione digitale, di un volume pubblicato per la prima volta a Darmstadt, nel 1968, dalla Wissenschaftliche Buchgesellaschaft.

La nuova apparizione sugli scaffali, ormai sempre più spesso virtuali, delle librerie tedesche è parte di un recente progetto editoriale della Wissen Bildung Gemeinschaft – l’acronimo, Sapere, Formazione e Comunità, rivela gli intenti scientifici e divulgativi della casa editrice – che ha l’obiettivo di ripresentare al vasto pubblico alcune opere ritenute rilevanti per la storia tedesca moderna e contemporanea.

L’impegno per la riscoperta della storia dell’Impero è affidato a volumi che ripercorrono la vita di corte attraverso documenti d’archivio e che, in questa nuova veste, sono sempre arricchiti da un’introduzione, da un apparato di note al testo con indice dei nomi e delle cose notevoli, e da una vasta bibliografia.

 

Lo studioso Friedrich Walter, autore di quest’opera su Maria Teresa, è noto a generazioni di studenti universitari germanofoni soprattutto per aver contribuito alla monumentale rassegna delle fonti dell’amministrazione centrale austriaca, che fu pubblicata in dieci volumi tra gli inizi del Novecento e il 1970 e che ancora oggi costituisce uno dei principali testi di riferimento per la consultazione degli atti della cancelleria di corte viennese tra il 1491 e il 1867.

Walter fu un esperto interprete degli archivi austriaci e possiamo prenderlo alla lettera quando afferma che in questo caso “il compito della raccolta delle fonti non poteva essere quello di offrire un riassunto completo dei documenti risalenti al governo teresiano, in quanto questo sarebbe stato impossibile”.

Piuttosto ogni lettore dovrebbe con ciò essere capace di farsi un’idea dell’imperatrice e di “dare colore” a quella che altrimenti potrebbe sembrare una mera serie di eventi storici messi in fila in ordine cronologico (Introduzione, pag. XI). Da qui la scelta di ampliare la raccolta e integrare gli atti di Stato con i documenti più “personali”.

In questo volume protagonista assoluta è Maria Teresa, dalle cui lettere emerge dunque un autoritratto completo. Non si apprezzano soltanto l’agire politico dell’imperatrice, fortemente voluta al trono dal padre Carlo VI con la prammatica sanzione del 1713, e la linea da questa dettata nelle faccende di Stato, in cui si intravvedono le prime mosse del riformismo che poi si svilupperà pienamente con il governo del figlio Giuseppe.

Dalle lettere emerge altresì la dimensione privata della vita di Maria Teresa, le sfumature del suo carattere, i suggerimenti di moglie e soprattutto di madre. Emergono quindi le relazioni con le figlie, le umane preferenze e le istruzioni risolute nell’educazione di una discendenza sparsa sui troni più importanti d’Europa.

Il libro riserva pagine interessanti e perfino divertenti, anche al lettore partenopeo. Un filone abbastanza nutrito di scritti è infatti rivolto alle figlie Maria Carolina, nel Regno, e Maria Antonietta.

Le parole dell’imperatrice aprono così uno squarcio sulla società napoletana, o, almeno, lasciano sorgere quale considerazione avesse di quella realtà. Sono degne di nota, in questo senso, tre lettere, per tre figlie diverse: Maria Giuseppina, Maria Carolina e Maria Antonietta.

La prima, del 13 ottobre 1763, è indirizzata all’educatrice di Maria Giuseppina, cioè alla contessa Lerchenfeld: qui l’imperatrice definisce i punti che ritiene rilevanti nell’educazione della figlia, destinata in sposa al futuro re di Napoli, Ferdinando IV – l’arciduchessa Maria Giuseppina morirà tuttavia di vaiolo poco prima delle nozze. Il secondo documento è una lunga lettera dell’aprile 1768, scritta a Maria Carolina, appena proclamata regina a Napoli. Il terzo accenno al popolo napoletano si trova infine nella lettera che l’imperatrice invia il 1 settembre del 1779 all’altra figlia, Maria Antonietta.

In questi tre coloriti documenti (riportati di seguito in trascrizione) le vivide impressioni circa la società napoletana e circa il popolo nel Regno si intrecciano con le istruzioni date alle figlie. I consigli dell’imperatrice ne risentono, per cui il lettore avverte chiaramente come Maria Teresa, pienamente consapevole dell’eterogeneità dei vasti domini fino a poco prima assoggettati alla Casa d’Austria, oltre a sottolineare orgogliosamente le qualità della famiglia reale («sei una tedesca nata e quindi hai quelle qualità che caratterizzano la nostra nazione, cioè la bontà e la giustizia»), cerchi di preparare le figlie al confronto con un popolo lontano e percepito come assai diverso:

«Ti devi assolutamente adeguare al gusto della nazione. […] Diventerai allora una vera napoletana e non dovrai deridere certi costumi e certe abitudini, perché ogni nazione e ogni popolo ha le sue usanze», scrive a Maria Carolina.

E aggiunge:

«Gli italiani sono più vivaci e più briosi dei nostri bravi tedeschi, nei loro confronti bisogna pertanto essere molto attenti.» Mentre all’educatrice di Maria Giuseppina: «Il mio cuore di madre ne è estremamente preoccupato. Considero la povera Giuseppina una vittima della politica. […] Ha un carattere assai chiuso, e questo è certamente un bene da quelle parti. […] Si deve esercitare con l’italiano e con lo spagnolo, così come nella musica. Poiché è destinata a Napoli, le si deve alleggerire quanto più possibile il lavoro. La corte del posto ci tiene molto all’etichetta e vuole avere sovrani benevoli e gentili. Ma proprio questo mia figlia non sa fare, e invece sarebbe necessario.»

Il confondersi della dimensione pubblica e di quella privata, che caratterizza la raccolta di Walter, non è estraneo nemmeno alle lettere “napoletane” di Maria Teresa. Qui, proprio prendendo spunto dai suggerimenti alle figlie, si individuano infatti le caratteristiche principali del suo governo.

Accanto a motivi riformistici che si accentueranno sotto Giuseppe II, come le limitazioni agli ecclesiastici e, più in generale, la connessione tra il benessere del sovrano e quello del popolo, ritornano temi di stampo carolino, il segno dell’eredità paterna, quali la concezione del potere come onere e l’importanza della clemenza, ritenuta un cardine della politica estera.

La nuova versione in digitale del libro di Walter è, pertanto, lo strumento per una comoda consultazione di documenti che offrono uno sguardo sul Regno di Napoli, ormai indipendente, da un punto di osservazione privilegiato.

La prospettiva della corte viennese, nella seconda metà del Settecento, lascia intuire infatti non solo quel che restava del tentativo di integrazione della Città nell’Impero durante il viceregno austriaco, sotto Carlo VI, ma anche i legami ancora esistenti tra il cuore dell’impero teresiano e l’area mediterranea.

 

Le tre lettere “napoletane” di Maria Teresa

 

La prima, del 13 ottobre 1763, è indirizzata alla contessa Lerchenfeld. L’imperatrice definisce i punti rilevanti nell’educazione della figlia Maria Giuseppina, che morirà prematuramente di vaiolo, ma che era destinata in sposa al futuro re di Napoli, Ferdinando IV:

 

«Le affido mia figlia. […] Non si tratta solo dell’educazione di una delle mie figlie, bensì di una possibile aspirante al trono nel giro di quattro anni. Ne va non solo di un regno intero, ma anche del suo consorte e, infine, della sua felicità. […]

Avrà un consorte giovane, che dalla sua infanzia non ha mai visto nessuno al di sopra di sé e che non conosce limiti, non si occupa di nulla ed è circondato solo da adulatori e da italiani, cosa che ne aumenta ulteriormente i pericoli. Lavoro gomito a gomito con la corte di Spagna, sperando che mi concedano di mandare un paio di persone con mia figlia, ma ne dubito; e poi dove troverei consiglieri adeguati? […]

Non posso negare che vedo vantaggi da questa unione, ma il mio cuore di madre ne è estremamente preoccupato. Considero la povera Giuseppina una vittima della politica. […]

Il giovane re mostra propensione solo per la caccia e per lo spettacolo; è quanto mai infantile, niente impara e niente sa fare se non parlare il cattivo italiano di quella terra. […] È abituato a seguire i suoi capricci e non ha mai avuto nessuno che gli abbia potuto o voluto impartire una educazione. Questa è la condizione infelice del principe… […]

Desidero che mia figlia non sia ostinata, cosa per cui ha una certa propensione. Ha un carattere assai chiuso, e questo è certamente un bene da quelle parti. […]

Deve intrattenersi con lavori d’ogni sorta, letture, pittura, musica. A Napoli vedrà solo poche persone al di fuori di queste circostanze, pertanto deve abituarsi ad essere autonoma e felice con se stessa.»

Le istruzioni successive sono più concrete:

«L’ordine nell’alzarsi e nell’andare a letto e per i mestieri restano così come sono qui, anche d’estate. Tutte le domeniche va in chiesa […].

La colazione cambia quotidianamente, come preferisce la principessa: che mangi però anche pane, quanto ne vuole, escluso nei giorni festivi, quando prende cioccolata con quattro pezzi di pane, ma mai cornetti. In questi giorni, a cena, solo una zuppa e qualcosa che non sia dolce o al forno. A pranzo e a cena è abituata a mangiare quanto vuole, senza che la si tormenti. E può andare a letto spogliata.

Non può ordinare le portate, ma può scegliere liberamente tra quello che c’è. Deve fare il rosario a voce alta nella sua stanza, tranne la domenica e i giorni di festa quando c’è preghiera insieme nella cappella. Deve uscire quanto più possibile, per fortificarsi, si deve esercitare nella lingua guelfa e spagnola, così come nella musica. Poiché è destinata a Napoli, le si deve alleggerire quanto più possibile il lavoro. La corte del posto ci tiene molto all’etichetta e vuole avere sovrani benevoli e gentili. Ma proprio questo mia figlia non sa fare, e invece sarebbe necessario.»

 

La seconda lettera, dell’aprile 1768, è indirizzata da Maria Teresa alla figlia Maria Carolina, appena proclamata regina di Napoli:

 

«Mia amata figlia, niente mi ha interessato tanto quanto la preoccupazione e al tempo stesso la gioia che mi provoca l’impegno che sento di doverti preparare alla posizione che ricoprirai a breve. […] L’esempio del sovrano è tutto. […]

Tieni in considerazione quelli che amano la religione e quelli che la praticano, e mostra loro il tuo rispetto. Offri loro la tua attenzione e fa’ il contrario con quelli che deviano dagli obblighi religiosi. Questi sono gli unici mezzi che ti daranno sempre un buon risultato. Spero che alla tua corte tutto si svolga regolarmente e che anche lì ci siano tanti buoni cristiani e persone oneste come quelle di cui io ho avuto finora la fortuna di potermi circondare qui. […]

Sii clemente con tutti e non essere altera, soprattutto con gli uomini. Tu e il re siete ancora molto giovani; proteggiti dalle persone della tua età: sarebbe naturale se tu li preferissi, ma non prestar loro fiducia e non credere alle loro relazioni. Puoi divertirti con loro senza prestar fede a quello che dicono.

Ogni inizio è difficile, […] ma Dio non lascerà la tua mano, se resterai sul sentiero della virtù, se sarai precisa nelle preghiere, nell’esercizio dello spirito e nelle letture religiose. Lì disponi di una bella biblioteca: […] forse hai fortuna e riuscirai a insegnare al re la passione per la lettura. […]

Un altro obbligo importante è l’elemosina. In considerazione delle tue entrate, credo sia giusto dare al tuo padre confessore cento fiorini al mese per i poveri. Non dico che tu debba limitarti a questa cifra, ma che potresti forse renderla stabile. Una grande principessa è costretta a dare di più, ma non vorrei che le tue donazioni passassero per le mani delle donne o delle dame stesse. Potresti farti aiutare dai ministri. […] Immischiati negli affari solo tanto quanto lo desideri il re. [….]

Un’altra madre ti spingerebbe a provare ad avere in essi un ruolo maggiore, ma io conosco bene il peso e i dispiaceri che gli affari comportano. […]

C’è ancora un punto spinoso, in riferimento sia a te che alla regione in cui ti troverai a vivere. Lì vivono molti tedeschi “geniali”: non dovresti dimenticare che tu sei una tedesca nata e che quindi hai quelle qualità che caratterizzano la nostra nazione, cioè la bontà e la giustizia. Devi proteggere queste persone attraverso la tua parola guida, ma senza “impegno”, e devi sempre pensare che molti di questi sotto l’aspetto di “tedeschi geniali” nascondono il loro odio e i loro interessi.

Spero che il re si dimostrerà clemente verso coloro che l’ultima guerra ha reso infelici; ma, come in ogni governo ci sono infelici, così ce ne saranno molti anche a Napoli, soprattutto tra la nobiltà e il clero, poiché essi ora vedono maggiormente limitati i loro diritti rispetto a quando la mia Casa è entrata in possesso di quel Regno: allora essi erano veramente potenti e dispotici e non ci mostravano alcuna devozione. Da questo punto di vista, ti tempesteranno di suppliche. Proteggiti e ascolta tutti, se il re lo consente, e rassicurali che ne informerai il re, il quale desidera solo la verità e la giustizia. […]

Con queste risposte conquisterai il loro cuore, senza fare promesse, e guadagnerai tempo per informarti meglio e per farti guidare. […]

Ogni interesse e ogni regalo deve essere bandito per sempre dalla tua corte. Questa precauzione è in quella terra ancora più necessaria che qui. Gli italiani sono più vivaci e più briosi dei nostri bravi tedeschi, nei loro confronti bisogna pertanto essere molto attenti. Io so che tu sei poco prudente e molto istintiva; e questo a causa della tua gioventù e della tua inesperienza.

Tu più di ogni altro devi stare in guardia. Gli “impegni”, le protezioni, le inimicizie e le gelosie sono in Italia ancora più amate che qui. Solo con un comportamento deciso, buono e misurato […] riuscirai a conquistare tutti. […]

Non trattare i tedeschi meglio dei locali, devono esserci equità e pari considerazione tra di loro. Ti devi assolutamente adeguare al gusto della nazione. Sei destinata a governare su di loro, perciò devi assumere quanto più possibile il loro gusto per assicurarti la loro fiducia. […]

Diventerai allora una vera napoletana e non dovrai deridere certi costumi e certe abitudini, perché ogni nazione e ogni popolo ha le sue usanze. A Napoli si ha più propensione per gli inglesi e meno per i francesi. Tu resta neutrale […] perché sei legata ad un Borbone. Evita i paragoni: ogni Paese ha qualcosa di buono e qualcosa di marcio: ha distribuito così la Provvidenza.»

 

La terza lettera è scritta dall’imperatrice il 1 settembre 1779 all’altra figlia, Maria Antonietta:

 

«Avrai sentito dell’eruzione del Vesuvio a Napoli. Più dell’eruzione si è dovuto temere il popolo, che lì è terribile e fanatico. Trenta o quarantamila persone hanno preteso che si aprissero loro le chiese e hanno portato in processione San Gennaro. Il re Ferdinando e la regina Maria Carolina hanno faticato a rientrare dal teatro in cui si trovavano. I due cavalieri, inviati per riportare l’ordine e ritardare di un giorno la processione, sono stati presi in ostaggio. Il popolo non ha fatto niente di male, ma ha continuato a sostenere le sue pretese. È terrificante avere un popolo così. Sono molto felice che tu sorella non sia incinta.»