Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Il Partito d’Azione e la Rinascita Liberale

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Spesso si richiama la ‘Rivoluzione Liberale’ di Piero Gobetti, ma quasi nessuno conosce sia la rivista ‘Rinascita Liberale’, sia la figura importante alle origini del Partito d’Azione, quale fu storicamente Adolfo Tino (Avellino, 1900-Milano, 1977), un altro dei giovani di singolare tempra di quegli anni tumultuosi del primo dopoguerra.

Era figlio di Alfonso, insegnante di scuola, di orientamenti liberali ed animatore della prima Società di Mutuo Soccorso Irpina, intestata a Giuseppe Garibaldi.

Si iscrisse a giurisprudenza a Napoli, ma la prima vocazione fu il giornalismo, diventando cronista parlamentare a 18 anni del quotidiano romano “Giornale d’Italia”, dove lavorava già il fratello Sinibaldo.

Fra il 1918-1924 potè conoscere le personalità politiche più importanti.

Anche per lui, come per tanti, il delitto Matteotti fu lo scossone morale, oltre che politico, che aprì gli occhi definitivamente sulla natura illiberale ed assassina del fascismo, per cui passó all’azione e, con un collega del quotidiano, il cosentino Armando Zanetti, fondó ‘Rinascita Liberale’, che ebbe la stessa parabola, in termini di durata, di ‘Il Caffè’ di Bauer e Parri.

 

Vicino ad Amendola, non condivise la posizione dell’Aventino, ritenendo che non bisognava abbandonare il Parlamento, ma operare energicamente in esso per contrastare il fascismo.

Il periodico subì sequestri e dovette chiudere nel 1925.

Riprese gli studi, si laureò, trasferendosi a Milano (che diventerà la sua città adottiva), dove esercitó la sua attività forense, ma collegato sempre con gli ambienti liberali amendoliani, crociani e con la rete di Raffaele Mattioli e poi con Ugo La Malfa, che venne a Milano nel 1933 per lavorare alla Banca Commerciale Italiana (che ebbe un ruolo prezioso nell’opposizione interna al fascismo).

Adolfo TinoTino fu uno degli animatori della nascita di un nuovo partito, che, sulla base del martello tragico dell’esperienza fascista, rinnovasse la tradizione liberaldemocratica italiana e sapesse riunire e collegare tutte le varie correnti e personalità antifasciste nel paese ed in esilio (in particolare ebbe collegamenti con Carlo Sforza, che si trovava negli Stati Uniti), per aiutare l’Italia nel drammatico passaggio dalla dittatura al ritorno di istituzioni liberaldemocratiche, ma rinnovate dalla decisa scelta repubblicana, essendo risultata traditrice del suo ruolo storico la dinastia sabauda, e farle riprendere il cammino iniziato col Risorgimento.

Fu tra i fondatori del Partito d’Azione nel 1942 e contribuì a far nascere il suo famoso periodico ‘L’Italia Libera’ (che era tutto un programma come alternativa all’Italia resa serva e schiava dal tragico fascismo e che stava conducendo l’Italia ad un tragico disastro epocale ed alla barbarie nell’alleanza con il nazismo di Hitler e di Auschwitz).

‘Partito d’Azione’ e ‘L’Italia Libera’ ebbero vasta diffusione e si costituirono nuclei diffusi e preziosi da Nord e Sud, costituendo una forza che fu fondamentale con altre  per gli eventi drammatici che seguirono negli anni cruciali 1943-1944-1945-1946.

Di fronte ai primi interventi repressivi fascisti, Tino fu costretto all’esilio in Svizzera. Con la caduta del fascismo del 25 luglio 1943, ritornato a Milano, fu uno degli animatori dell’accordo tra i partiti antifascisti per far fronte ai gravi problemi di un paese ancora in guerra e con i nazisti, che scendevano ad occupare di fatto l’Italia.

Con il ritorno del fascismo repubblichino, strumento del dominio nazista nel Centro-Nord, Tino dovette di nuovo fuggire in Svizzera, ma operando in collegamento con il suo Partito d’Azione, che scriveva nella Resistenza sui monti e nelle città pagine eroiche indimenticabili, lievito morale, civile e politico della nuova Italia.

Dopo il 25 aprile 1945 continuò a dare il suo contributo prezioso, ma non volle cariche o ruoli di primo piano e tale rimase, facendo a Milano il proprio lavoro quotidiano di consulente legale di Mediobanca (nata nel 1946), fino ad esserne anche presidente, e visse fino alla morte nel 1977 fedele a quelle tradizioni politiche, culturali e civili rinnovate, che avevano trovato nel Partito d’Azione una incarnazione storica indimenticabile, che contribuì con tutte le sue forze al Nord, al Centro, al Sud, nelle Isole a far tornare un regime liberale e democratico rinnovato (si pensi all’estensione del diritto di voto alle donne), a far trionfare la Repubblica, a far nascere quella Costituzione, che è stata e rimane un baluardo contro ogni sbandamento o tragica deviazione nella complessa storia d’Italia.

Il Partito d’Azione nacque, dunque, in un momento tragico della storia d’Italia, con il fascismo che aveva trascinato l’Italia nella fornace della Seconda Guerra Mondiale nel giugno 1940.

Questa decisione sciagurata (per le mille conseguenze disastrose che essa produsse, tutte imputabili al fascismo) fu la logica conseguenza della natura violenta, bellicista  colonialista, antidemocratica e illiberale del fascismo (emersa già con l’aggressione all’Etiopia, paese membro della Società delle Nazioni, e con l’intervento in Spagna a favore del colpo di stato militare fascista contro la legittima Repubblica Democratica), per cui era stata naturale anche l’alleanza con il nazismo tedesco-austriaco, dominato dalle stesse pulsioni, tradendo e assassinando tutto il Risorgimento, che era stato lo storico movimento di indipendenza anzitutto contro lo straniero tedesco-austriaco (il tiranno esterno, accanto a quelli interni, non a caso sempre alleati della potenza austriaca-tedesca)  e di libertà.

Nel loro delirio di esaltazione della forza bruta e di potenza, nazismo e fascismo non avevano calcolato che essi avrebbero suscitato la più profonda e radicale reazione delle forze spirituali e civili dei popoli democratici (Inghilterra con il suo possente Commonwealth, la Francia, gli Stati Uniti), che avrebbero trovato le energie per sconfiggere quello scenario di dittatura e di dominio della forza brutale.

In una situazione, che vedeva già all’orizzonte la sconfitta, con una Italia avvilita e disonorata, uscì dalla clandestinità e dalla cospirazione il Partito d’Azione.

«Storicamente ed idealmente legato ai movimenti che dal 1922 in poi hanno affermato nel pensiero e nell’azione l’esigenza democratica ed al sacrificio di Amendola, Gobetti, dei fratelli Rosselli e di quanti altri, dopo Matteotti, hanno consacrato la loro fede con l’esilio e nelle carceri, il Partito d’Azione non è la continuazione di nessuno di tali movimenti, ma tutti li comprende e li supera, in un disegno ed in una azione politica, più ampi, più decisi e più radicali….

Esso invita nel suo seno chiunque intenda superare motivi tradizionali di azione politica, e collaborare a una grande opera di ricostruzione politica e sociale, senza pregiudizi, interessi e spirito di parte…

Le riforme costituzionali e sociali (fissate nei ‘Sette Punti’ ed argomentati in modo concreto) non esauriscono l’obiettivo supremo che per l’oggi e per il domani il Partito d’Azione si è posto. E’ anche una esigenza morale e nazionale insopprimibile che ha presieduto alla formazione del nuovo partito e ne ispirerà l’azione. si tratta di restituire all’Italia, al popolo italiano, percossi da tanta sventura, la fede nella tradizione del risorgimento, rinnegata dal fascismo, e nell’avvenire degli ordinamenti liberi che il risorgimento conquistò.

Si tratta di restituire all’Italia e al popolo italiano, disonorati da un ventennio di tirannide e di vergogne, la loro unità e dignità nazionale, perché riconquistino il loro posto e la loro dignità internazionale.

Gli Italiani ricordino che in un grave momento del nostro Risorgimento nacque il Partito d’Azione in cui si ritrovarono liberali progressisti e democratici garibaldini, per imporre il compimento dell’opera di unificazione e di indipendenza nazionale.

L’ora presente è più fosca e tutto è in gioco. Ma lo spirito che deve riunire e muovere gli Italiani è lo stesso.»1

 

 

1. L’Italia Libera, Giornale del Partito d’Azione, n.1,  gennaio 1943.

 

 

 

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