Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

La Eleonora Pimentel di Antonella Orefice

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Antonella Orefice ha dedicato un  testo di recente pubblicazione alla nobile figura di Eleonora Pimentel Fonseca dal titolo Eleonora Pimentel Fonseca- L’eroina della Repubblica napoletana del 1799, edito dalla Salerno Editrice nella collana “I Profili”.

Il lavoro, molto equilibrato e obiettivo in relazione ad alcune valutazioni di carattere storico, vuol essere innanzitutto un omaggio ideale ad una coraggiosa martire laica della nostra storia napoletana.

Nel riportare, negli anni presenti la bontà degli ideali di Eleonora Fonseca Pimentel e dei martiri repubblicani napoletani del 1799, l’autrice non ha esitato ad affrontare alcuni argomenti delicati che sono stati oggetto di diatribe storiche.

Nel lavoro si evidenzia come i tanti repubblicani napoletani del 1799,  che pagarono fino all’estremo sacrificio per i loro ideali, furono dei “sognatori”, ma nel contempo dei precursori dei tempi in relazione alle idealità di libertà e uguaglianza repubblicane.

Come ebbe già modo di scrivere Indro Montanelli, essi ebbero  «il solo  torto di nascere in anticipo sui tempi, ma ciononostante contribuirono moltissimo a farli maturare. Come tutte le grandi imprese, il Risorgimento aveva bisogno di pionieri, ed essi lo furono.»

Il giudizio storico di Montanelli sui repubblicani napoletani, scritto tanti anni fa,  compendia bene ciò che  emerge dal volume della Orefice.

D’altronde Piazza dei Martiri, come lo splendido lungomare dedicato a Francesco Caracciolo, sono la testimonianza dell’omaggio ad essi tributato nel corso degli anni successivi dalla città di Napoli.

Il pregio maggiore che si riscontra nel testo  è quella giusta pacatezza obiettiva di  scrivere testualmente in relazione al discusso ruolo dei Francesi:

«In conclusione – osserva l’autrice - si può affermare che l’esercito francese si comportò indubbiamente da esercito di occupazione; oltre a pretendere 2500 ducati per le spese di guerra, impose alla capitale il mantenimento della truppa, trasferì sui conti dei commissari civili francesi le rendite degli ordini cavallereschi e monastici soppressi, tentò di appropriarsi di opere d'arte appartenute ai Borbone e non permise ai patrioti di formare un esercito nazionale.»

Inoltre emerge  l’onestà intellettuale della Orefice di mettere in luce non solo la bontà degli ideali che animarono tali uomini, ma riconoscere nel contempo gli errori compiuti, soprattutto in relazione alla travagliata legge sulla feudalità, che avrebbe potuto conquistare i contadini alla causa rivoluzionaria.

 

A tal riguardo scrive che «la legge comunque non fu emanata subito non solo per le posizioni diverse dei maggiori rappresentanti repubblicani, per i loro eccessivi scrupoli giuridici, ma soprattutto per l’estrazione sociale di molti legislatori, quasi tutti ricchi proprietari terrieri, che, per quanto animati da idee libertarie, tendevano a temperare i rigori di un sistema che tendeva a colpire le ricchezze e i privilegi della classe alla quale appartenevano.

Ma intanto i contadini, lontani dalle discussioni di Governo e delusi dall’attesa iniziarono a dar credito a chi da tempo avversava la nuova politica, i suoi rappresentanti e soprattutto l’armata francese che spesso si era abbandonata a ruberie di ogni genere, sentendosi legittimata a perpetrare violenze e a soddisfare la propria avidità.»

L’equanime giudizio storico sul ruolo dei Francesi e sulla legge concernente la feudalità fa onore alla storica napoletana, direttrice del Nuovo Monitore Napoletano, ed emerge chiaramente, anche sulla scia dei lavori precedenti dedicati ad Eleonora e ai repubblicani napoletani del 1799.

Antonella Orefice dimostra essere la studiosa più appassionata di un momento storico importante, in cui la figura che più lo rappresenta è stata Eleonora Pimentel Fonseca, e non Eleonora Pimentel de Fonseca.

Quell’omissione del “de”, essendo Eleonora una nobile portoghese, ci fa capire, e questo nel testo è ben rimarcato, quanto fossero sentiti gli ideali di uguaglianza da parte dell’eroina del 1799, per la quale la  volontà di togliere dal proprio nome quel “de” nobiliare intendeva significare di voler essere donna vicina al popolo, per il quale tanto si prodigò, in vari e ricercati modi  sul Monitore Napoletano  per conquistarlo alla causa rivoluzionaria. 

Eleonora, che era una nobile di nascita, lottò affinché si realizzasse e si imponesse il concetto, allora rivoluzionario, di nobiltà d’animo e non di nobiltà di nascita.

La Repubblica Napoletana ebbe vita breve, e dopo la partenza dei Francesi il 27 aprile, i repubblicani riuscirono comunque ad  adottare provvedimenti per andare incontro anche alle richieste del popolo, ma non ebbero il tempo.

La stessa protagonista, come si è già evidenziato, con generosità eccessiva  fece proprio questo impegno notevole e straordinario, non solo sul Monitore Napoletano, affinché le idealità di libertà, uguaglianza repubblicane in quei primi mesi del 1799 fossero recepite da tutti, invitando i patrioti ad essere sempre  più  generosi e impegnati in un’opera di comunicazione della bontà dei “sacri nomi di libertà e uguaglianza”.

La studiosa e storica napoletana ci racconta bene nel contempo come in quel  precoce periodo storico Eleonora Pimentel Fonseca fosse consapevole di quanto arduo si mostrasse  far assurgere la “plebe” alla dignità di popolo.

Si consideri come tale nobile lotta di far acquisire al popolo l’interiorizzazione del concetto di democrazia liberale avrebbe costituito un problema anche negli anni e  nei secoli successivi, data la forza delle varie componenti reazionarie ad impedire che ciò avvenisse.

La Pimentel si aggirava per Napoli per cercare di capire con quali mezzi «diffondere l’impagabile ricchezza dell’uguaglianza sociale, di comprendere i bisogni dei deboli, di quella gente che da bambina aveva visto morire sui cigli delle strade, non temendo di affrontare a viso aperto gli stessi Francesi  quando si rendeva necessario farlo per denunciare le loro malversazioni.»

Quindi il testo di Antonella Orefice, pur dedicato alla figura che è rimasta più nei cuori rispetto ai pur  tanti  altri protagonisti del 1799,  analizza in maniera critica quelli che furono i momenti clou della Repubblica Napoletana, soffermandosi anche sulla differente posizione di un repubblicano autentico,  quale fu il generale Championnet, e sui suoi inevitabili  contrasti con il Direttorio parigino, che giunse al punto di arrestarlo per insubordinazione, dato che Championnet non si mostrava un succube sempre obbediente, ma un sincero democratico, animato da sentimenti di  rispetto e ammirazione  nei confronti dei patrioti napoletani.

Nel libro sono riportati anche  i nomi degli uomini  di chiesa che appoggiarono apertamente la Repubblica e furono molto attivi a propagandare i concetti essenziali di libertà e uguaglianza, scrivendo e divulgando i Catechismi repubblicani, anche in dialetto. 

Tuttavia, la controrivoluzione sanfedista del cardinale Fabrizio Ruffo  aveva iniziato da tempo il suo percorso in Calabria, raggiungendo una consistente forza di  15000 unità, e  facendo seguito alle rivolte già attive  in Puglia  in  Abruzzo e alle insorgenze in Terra di Lavoro e nelle altre province,  mentre Eleonora continuava sul Monitore la sua battaglia.

Tuttavia,  come scrive testualmente l’autrice, «in cuor suo Eleonora era consapevole che quel bel sogno si stava per trasformare in un incubo senza risveglio. Dal vaso di Pandora si sprigionavano tutti i mali del mondo uccidendo giorno dopo giorno anche la speranza.»

Si avvicinava il momento della dolorosa sconfitta e del martirio per tanti repubblicani, il “fior fiore” dell’intellettualità napoletana, traditi da falsi trattati di capitolazione, che avrebbero dovuto garantire salva la vita seppur in esilio.

Il tradimento operato da Horatio Nelson trovò l’opposizione decisa ma inutile dello stesso Ruffo.

Dopo i primi martiri di Procida, toccò all’ammiraglio Francesco Caracciolo, umiliato e condannato alla forca come un volgare malfattore.

Poi fu la volta delle Giunte di Stato, che in maniera arbitraria eseguirono solo il volere del re e della regina.

Un’intera generazione di intellettuali illuminati, come anche di esponenti del clero, fu destinata al martirio.

La loro valenza morale è esposta con rigore storico dall’autrice che, da valida ricercatrice, ci offre dei documenti  storici inediti, tra cui delle lettere rivolte ai familiari, che fanno rivivere al lettore i terribili, ma anche coraggiosi ultimi giorni di vita vissuti dai martiri repubblicani prima della carneficina.

Tornando ad Eleonora Pimentel Fonseca, a cui il testo è dedicato, la frase da lei pronunciata prima dell’impiccagione, «Forse un giorno gioverà ricordare tutto questo», ha attraversato la memoria storica durante gli anni e i secoli successivi per rivivere  fino ai giorni nostri, e per tale ragione la parte finale del testo è un commovente rilancio della memoria di Eleonora, dall’anticamera della morte alla cronaca dell’esecuzione, con «le ventiquattro ore di cappella consumate tra preghiere, ricordi e riflessioni» fino a quel tardo pomeriggio del 20 agosto, in cui sarebbe stata condotta al patibolo insieme a Gennaro Serra, Giuliano Colonna, Vincenzo Lupo, Antonio, Domenico Piatti, il vescovo Michele Natale e il sacerdote Nicola Pacifico.

Dopo la morte della protagonista, il racconto procede con un mistero   suggestivo, ossia quello della tomba scomparsa, tutto da leggere per appassionarsi ad un arcano occultato da secoli.

Oltre al precedente lavoro di Maria Antonietti Macciocchi, il nuovo libro sulla figura  di Eleonora Pimentel Fonseca che Antonella Orefice consegna alla storia,   si caratterizza e si apprezza notevolmente soprattutto per lo spirito di obiettività e di ricerca di comunicazione attenta, rigorosa e completa. 

D’altronde  è  la sua figura che risalta indubbiamente in tale esperienza napoletana del 1799, niente togliendo al valore dei migliori intellettuali che allora Napoli espresse, e che si avviarono al martirio con lei per gli ideali di libertà e uguaglianza.

In un testo precedente La Penna e la Spada l’autrice scriveva che Eleonora era stata una donna vissuta in un tempo che non le apparteneva. E nel  testo  si poneva  in rilievo l’analisi obiettiva di un momento della storia, su cui il regime borbonico aveva decretato la damnatio memoriae.

Ma, dopo la lettura di questa nuova appassionante biografia, si può dire che la condanna della memoria è stata vinta, e il libro di Antonella Orefice, scritto con passione, tenacia e sacrificio, ne è una ulteriore notevole testimonianza.

Come ebbe modo di scrivere ne La Penna e la Spada la stessa Orefice, Eleonora è stata fondamentalmente una donna vissuta in un tempo che non le apparteneva, una  persona  venuta dal futuro, ma relegata al passato come ad un castigo.

 

 

 

 

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