Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Menotti Garibaldi, sulle orme del padre

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Fu chiamato “Menotti” in ricordo del patriota modenese risorgimentale fatto giustiziare dal tiranno duca Francesco IV nel 1831, a segnalare che, pur combattendo in Brasile, il padre, Giuseppe Garibaldi,  aveva sempre presente il Risorgimento d’Italia.

Dall’infanzia Menotti visse tra i pericoli della vita avventurosa  dei genitori. Aveva 12 giorni, quando la madre Anita lo salvò da un assalto nemico, tenendolo, stando a cavallo, stretto al collo-braccio, come è stato poi eternato nella statua di Anita al Gianicolo.

Al ritorno in Italia visse con la nonna a Nizza e poi in un collegio nazionale fino a 14 anni  quando il padre lo portò con sé a Caprera  e lo formò direttamente  nei valori militari e politici che per il genitore erano fondamentali: esercizio fisico, uso delle armi, lavoro tenace, amore dell’agricoltura, la Patria da redimere e da liberare da occupanti stranieri e dai tiranni interni, un forte, energico, deciso liberalismo democratico e laico lontano da astrattismi e pregiudizi ideologici.

Menotti diede subito prova di aver bene appreso dalla scuola dell’eroe dei due mondi e fu già valoroso nel 1859 nella campagna di Lombardia durante la Seconda Guerra di Indipendenza, ma il vero battesimo lo ebbe coi Mille nello storico scontro di Calatafimi del 15 maggio 1860, riportando anche una ferita alla mano.

 

Inserito nel battaglione Bixio fu valoroso nei successivi scontri fino alla battaglia del Volturno del 1 ottobre 1860. Seguì il padre nella sfortunata e drammatica vicenda di Aspromonte (intrapresa per risolvere la secolare questione romana), restando ferito una seconda volta.

Seguiva con Giuseppe le vicende risorgimentali degli altri popoli (slavi, polacchi, ungheresi), anche per i riflessi italiani di un indebolimento della potenza austriaca.

Combatté valorosamente  nella terza guerra di indipendenza del 1866, ed a Bezzecca meritó la medaglia d’oro.

Per la sua ormai solida esperienza militare ed il suo valore ebbe a 27 anni uno dei comandi dell’insurrezione per Roma del 1867.

Partecipó alla difesa della Francia contro i Prussiani tra la fine del 1870 e il 1871 a Digione ed assunse il comando dell’intera spedizione garibaldina, assurgendo quasi al livello del padre e meritando la Legion d’Onore.

Così crebbe anche la sua immagine nazionale accanto a quella del genitore nell’immaginario collettivo, accresciuto dai tanti momenti commemorativi ai quali era costantemente invitato.

Incarnó politicamente le classiche posizioni garibaldine: accettazione della monarchia per il ruolo risorgimentale decisivo esercitato, ma forte posizione democratica e laica, vicinanza al movimento operaio, con l’adesione a molte società di esso.

Fu deputato per il collegio di Velletri dal 1876 al 1900 per otto legislature ed una volta anche per Roma.

Fu consigliere comunale di Velletri e provinciale  di Roma, esercitando anche la funzione di presidente del Consiglio di quella fondamentale provincia (una targa marmorea a Palazzo Valentini lo ricorda).

Per Velletri fece tanto ed anche la cantina sperimentale, combattendo gli effetti della filossera, la malattia dei vini, importando quelli americani, così salvando il fondamentale settore dei Castelli.

Sempre operoso, ebbe anche spirito imprenditoriale, operando inizialmente in Calabria nella commercializzazione dei prodotti agricoli e in lavori stradali.

Nel citato solco paterno ebbe forte l’amore per la terra, memore dell’esperienza a Caprera e si stabilì a Roma, portando avanti due progetti già indicati dal padre: la canalizzazione del Tevere, onde evitare allagamenti nella nuova capitale, e la bonifica dell’Agro Romano, abbandonato da secoli al degrado ed alla malaria.

Si intendeva dare lavoro a migliaia di persone, diffondendo la laboriosità e non la carità e i mendicanti di papalina memoria e si diffondevano ricchezza, progresso e civiltà.

Approfittando della liquidazione della proprietà ecclesiastica, del latifondo papalino, in parte comprò, in parte ebbe in enfiteusi perpetua, diverse aree della Campagna Romana, tra le quali Carano, dove si stabilì con la famiglia, rendendole produttive, canalizzandole, sviluppando cerealicoltura e zootecnia.

Ripopoló e miglioró le condizioni di vita dei contadini e la sua proprietà era quella che aveva l’autoambulanza per il trasporto dei malati, la distribuzione del chinino, le scuole, il telegrafo.

Questa attività impegnativa economica e civile costava e creava anche problemi finanziari, essendo poi Menotti impegnato su tanti altri fronti, politici, amministrativi, di rappresentanza garibaldina.

Come laico e aderente alla massoneria (il padre Giuseppe era giunto al vertice del Grande Oriente), fu scomunicato, anche perché aveva occupato terre che erano appartenute al Capitolato di San Pietro.

Era il capo della varia famiglia Garibaldi e attenuò in vita i rapporti tesi tra il fratello Ricciotti, Stefano Canzio e la seconda moglie di Garibaldi, Francesca Armosino.

Tra le personalità alle quali fu più vicino occorre richiamare il siciliano Francesco Crispi, divenuto anche Presidente del  Consiglio, che era stato uno dei principali protagonisti del Risorgimento, pagando con sacrifici ed esilio il suo impegno, partecipando con la sua moglie valdostana Rosalia Montmasson (l’unica donna ammessa) alla spedizione dei Mille, quindi garibaldino di ideali e di calore.

Menotti condivise diverse scelte crispine discusse, in fatto di amministrazione centralista e anche di partecipazione dell’Italia alla politica coloniale in Africa, nel clima dell’epoca che vedeva nel possesso delle colonie in Africa come per tutte le potenze europee (Inghilterra e Francia in primo piano, seguite da Belgio, Olanda, Germania) un elemento di forza nazionale, di sviluppo commerciale, di spazi per l’emigrazione attratta in modo forte in quel periodo e dopo dal grande mito americano (dagli Stati Uniti all’Argentina), di aiuto di civilizzazione concreta per popolazioni, che vivevano in situazioni di miseria materiale e in regimi medievali, negatori dei diritti fondamentali dell’uomo.

Ammalatosi di febbre nella sua tenuta di Carano, morì poi a Roma il 23 agosto 1903.

L’immenso corteo da Porta San Giovanni fece il lungo percorso fino a Carano. Ad esso partecipó anche Gabriele D’Annunzio, che tenne un discorso appassionato.

Fu sepolto nella Tomba che aveva fatto costruire nella sua tenuta e dove era stato messo già un suo caro figlioletto, Giuseppe, nato nel 1884 e morto a due anni.

Italia BidischiniMenotti, come il padre, aveva ardentemente amato l’Italia e forse non a caso fu attratto anche dal nome della sua futura sposa sedicenne conosciuta durante un ballo e subito innamoró: Italia Bidischini.

La famiglia Bidischini è stata una delle tantissime patriottiche, che furono la base del volontariato risorgimentale e spesso poco note nell’immaginario collettivo (in confronto ad esempio ai Cairoli, ai Poerio-Imbriani).

Italia era sorella del patriota Francesco, nato a Smirne, nell’impero ottomano, nel 1835 in una famiglia di commercianti di origine veneta, di Palmanova, figlio di Giuseppe (1807-1885) e di una greca Lucrezia Zamvas (1810-1895). Era associato con una società inglese nel commercio della seta.

La famiglia di Giuseppe si trasferì di nuovo a Palmanova, dove nacquero poi altri due figli. I suoi legami commerciali si estendevano anche a Bucarest.

Già nel 1859 Francesco conobbe Garibaldi e lo seguì poi nella spedizione dei Mille e nel 1866 nella Terza Guerra di indipendenza, divenendo amico di Menotti.

Fino alla morte visitó Garibaldi a Caprera, divenendo un intimo amico di famiglia, fino ad imparentarsi con il grande nizzardo.

Anche Italia come Francesco nacque a Smirne di madre greca il 14 giugno 1852 e anche per biografia fu vicino quindi a Menotti, nato anche lui fuori d’Italia e con madre non italiana.

Si sposarono a Bologna il 9 luglio 1868, dove abitava il fratello Francesco.

Lei aveva 16 anni e Menotti 28. Si recarono a Caprera dopo le nozze.

Ebbero sei figli nati tutti a Roma, ma tutti legati a Carano: Anita (1875-1961), Rosa ‘Rosita’ (1877-1964), Gemma (1878-1851), Giuseppina ‘Peppina’ (1883-1910), Giuseppe ‘detto Peppiniello’ (1884-1886), Giuseppe ‘detto Peppino’ ’(1887-1969).

Delle quattro sorelle, di energia ‘garibaldina’, forti come querce, come quelle che dominano il prato di Carano, si sposó solo Rosa ‘Rosita’, che si congiunse il 15 febbraio 1897 col conte orvietano  Vittorio Ravizza (da cui il ramo fino ad oggi di ‘Ravizza Garibaldi’) (1874-1947) di antica e nobile famiglia toscana, che fu anche sindaco di Orvieto e che visse con la nuova famiglia Garibaldi, compresa spesso Italia, nella sua tenuta nella frazione di Orvieto, Canale (dove morì poi Italia).

Dal figlio di Rosita Garibaldi e Vittorio Ravizza, nacque Giulio Ravizza Garibaldi (1898-1950), il quale sposó poi Gabriella Barluzzi, avendone Maria Stefania, sposa di Alessandro Samuele Feretti, madre dell’attuale rara, sensibile, cortese Costanza Ravizza.

Ma gli eredi viventi di quinta, di sesta, di settima generazione di Giuseppe Garibaldi ed Anita de Jesus Ribeiro, legati ai rami di Menotti, di Ricciotti, di Teresita sono tanti e ad essi va un sentito omaggio di rispetto e di affetto, nell’augurio della fedeltà e dell’azione, nei limiti delle possibilità, per salvaguardare e promuovere i valori alti, nobili, salvifici umani, civili, politici dell’immenso patrimonio storico legato alla Figura Universale di Giuseppe Garibaldi e al glorioso Risorgimento dell’Unità e della Libertà.

 

 

 

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