Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Maria Clementina e il rifiuto di Ferdinando IV

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La mattina dell' 11 settembre del 1800 pioveva, ma ciò nonostante a piazza Mercato la folla si accalcava per non perdersi quell'ultima esecuzione capitale dei rei di Stato della Repubblica del 1799.

Erano passati diversi mesi dall'ultima condanna ed anche il boia, per contenere la spesa pubblica, era stato licenziato.

La gente, un tempo così eccitata da questo tipo di  spettacolo, assetata del sangue dei traditori del re e del popolo, quella mattina nutriva invece sentimenti di pietà per la vittima o forse era solo satura di vendetta.


Da vico mpisi (vicolo degli appesi - e il nome dice tutto) sbucò nella piazza il corteo dei Bianchi di Giustizia e dei carnefici che accompagnavano la macabra marcia verso il patibolo di Luisa Sanfelice. Era  pallida e in abito scuro quella colpevole madre della patria che della repubblica aveva solo amato un repubblicano.

Il ceppo l'aspettava per porre fine alle sue sofferenze, ma la mano inesperta di quel macellaio improvvisato boia per l’occorrenza, sbagliò il colpo fatale e la scure incise profondamente la spalla della povera infelice.

 

Lei si rialzò, riuscendo a muovere giusto qualche passo prima che lui riafferrandola finì di spiccarle la testa dal tronco con un coltello. Ma questa storia è fin troppo nota.

Due mesi prima, nella calda estate palermitana, la principessa ereditaria Maria Clementina d’Asburgo Lorena, moglie di Francesco di Borbone, dopo aver già avuto una bambina, Carolina, metteva al mondo l'aspettato erede maschio che, per la gioia di nonno Ferdinando, gli faceva da "supponta" ereditando lo stesso nome.

Era uso che la puerpera reale allorché partoriva il maschio potesse chiedere al re tre grazie che dovevano essere esaudite.

In quell'occasione Clementina pose tra le fasce del bimbo un biglietto con un'unica richiesta: la grazia per Luisa Sanfelice.

Ma il cuore di Ferdinando era ancora  indurito dall'odio e gettando il neonato sul letto rifiutò fermamente la grazia.

Maria Clementina fu l'unica che tentò di salvare un reo di Stato dal patibolo e da quel momento visse in grande tristezza. Quell’episodio fu foriero di infausti presagi.

Venne l'autunno e il re Ferdinando, che ancora temeva di tornare nella capitale, ordinò che il 23 novembre a Napoli si festeggiasse l’onomastico della sua triste nuora Clementina.

La cerimonia si svolse in un  palazzo Reale illuminato, ma senza la Corte e la festeggiata.

Tra gli altri fu invitato anche il Marchese Sessa, proprietario di un  palazzo a Cappella Vecchia adibito ad ambasciata inglese  dove avevano abitato gli Hamilton e Orazio Nelson.

Arrivò a palazzo Reale con la sua carrozza, salì il monumentale scalone e fu ricevuto dal cerimoniere maggiordomo in livrea, il vecchio Vespasiano Macedonio.

Omaggiò il Principe di San Nicandro e il principe di Cassero che svolgevano le funzioni vicarie del re Ferdinando.

Poi il rinfresco, una sfogliatella, le solite chiacchiere sul ritardo del ritorno della corte a Napoli, sugli scampati pericoli dell'anno prima, e un brindisi di augurio alla festeggiata futura regina di Napoli, Maria Clementina. Annoiato dalla non brillante compagnia il Marchese prima degli altri lasciò palazzo.

Questo fu l'ultimo onomastico non festeggiato dalla triste Maria Clementina che, in rotta con i suoceri, incompresa da Francesco marito amorevole ma troppo debole,vide in breve tempo morire il suo bambino e sfiorire la sua stessa vita. Aveva 24 anni  quando morì il 15 novembre del 1801, otto giorni prima del suo nuovo onomastico che sognava finalmente di festeggiare.

Carlo De Nicola scrisse che «se avesse vissuto, e se fosse a capo del governo, avrebbe fatto la felicità del Regno... Siamo sotto la sferza di Dio, ed anche in questa morte vedo un castigo per noi». Fu sepolta nella Basilica di Santa Chiara, a Napoli con suo figlio. Francesco si risposò con Maria Isabella di Spagna.

 

Invito ufficiale per il

 

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