Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Il “Bizantino meridionale” della Basilica di Sant’Angelo in Formis

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La Basilica Benedettina di Sant’Angelo in Formis, intitolata all’Arcangelo Michele, è stata oggetto di diversi studi da parte di vari storici e si è mostrato alquanto  difficile   determinare con precisione la data precisa della sua  costruzione.

Tuttavia, considerando che  i Padri benedettini cassinesi, fin dall’anno 720, si avvalsero della facoltà loro concessa dai Principi longobardi di Benevento di edificare, per tutto il Principato capuano, monasteri secondo la regola Benedettina,  si è concordato da parte degli studiosi che l’attuale Basilica, eretta sopra le antiche rovine di un tempio dedicato alla dea Tifatina,  esisteva già al tempo del vescovo di Capua Pietro I (925-938), allorché  fu donata ai monaci di Montecassino, che volevano costruirvi un monastero.

 

Infatti, la costruzione è espressamente menzionata, per la prima volta, in un documento della prima metà del X secolo, con cui il vescovo di Capua Pietro I concedeva ai monaci dell’abbazia di Montecassino la Chiesa di San Michele Arcangelo, prima detta ad arcum Dianae  poi ad Formas, e infine Informis o in Formis

La Chiesa fu successivamente tolta ai monaci, per essere  ridonata nell’anno 1073 dal conte di Aversa, Riccardo I.

L'allora abate benedettino, Desiderio di Montecassino, poté ricostruirla secondo un proprio progetto, dietro espressa richiesta di Papa Gregorio VII e del principe Riccardo, occupandosi altresì degli affreschi,  che decorano l'interno e che costituiscono uno tra i più importanti e meglio conservati cicli pittorici dell'epoca nel sud Italia.  

Pertanto, si intende porre l’attenzione prevalentemente   sui criteri ermeneutici del ciclo pittorico di questo rinomato gioiello dell’arte romanica, in quanto esso rivela anche un  proprium di carattere locale e campano.

Per la realizzazione del ciclo pittorico ritornano i nomi del principe normanno Riccardo I, come finanziatore e dell’abate Desiderio quale responsabile della scelta degli autori di quelli che sarebbero diventati i celebri affreschi della Basilica.

La decorazione fu studiata a partire dal XIX secolo, e l’attenzione degli studiosi non poteva non focalizzarsi sull’analisi dello stile delle pitture e la valutazione del grado di bizantinismo, che esse esprimono.

E’ ancora “aperta” la questione riguardante proprio gli artisti che diedero vita ad affreschi che comunicano tutta la bellezza, la profondità del testo biblico in stile romanico bizantino. Erano buoni conoscitori dell’arte, della tecnica e della spiritualità bizantina.

Desiderio aveva chiamato da Costantinopoli artisti per l’abbazia madre di Montecassino, e ciò costituisce una prova della “fucina umanistica” che si affermava in Italia meridionale, prima dell’umanesimo moderno. Inoltre vi era l’apporto di artisti locali che avevano fatto proprio il linguaggio pittorico bizantino.

Certamente il carattere  del cantiere pittorico della Basilica si rivela innovativo, in quanto in Sant’Angelo in Formis si coglie un luogo di incontro tra le classiche forme bizantine e la tradizione occidentale.

La scelta stessa  di rappresentare, al centro dell’abside il Cristo in trono non è riconducibile a esempi bizantini, visto che a Bisanzio è la Vergine ad occupare il centro del catino absidale.

Invece, nella Basilica di Sant’Angelo in Formis nel registro superiore la figura solenne del Cristo Pantocrator (Creatore di ogni cosa) si staglia contro un luminoso cielo azzurro.

Come ha osservato don Francesco Duonnolo, che alla Basilica che ha dedicato degli studi, in tale contesto si evince, un “ proprium campano locale”, dato dal dinamismo pittorico di   talune raffigurazioni.1

Fu Emile Bertaux, autore di L’art dans l’Italie meriodionale, il primo ad individuare nel ciclo pittorico della Basilica, una nuova corrente che assumeva un’autonomia di linguaggio pittorico, propriamente italiana e meridionale.2 

Da quanto riporta ancora Francesco Duonnolo, fu lo storico dell'arte Emile Bertaux, per primo e poi con altri studiosi, a voler riconoscere, nel ciclo santangiolese, il testo fondamentale di una nuovo movimento artistico, con piena autonomia di linguaggio, che rappresenta un’autentica “parlata”  indigena italiana.

I celebri affreschi che ornano l’interno della Basilica costituiscono la più importante testimonianza della cultura pittorica campana degli ultimi tre decenni dell’XI secolo e delle nuove tendenze figurative importate in Italia dai mosaicisti bizantini chiamati da Desiderio a Montecassino.

D’altronde è riconoscibile, rispetto alla fissità contemplativa dell’arte bizantina, pregna di staticità ed ieraticità, un’espressione pittorica che assume elementi più coinvolgenti, anche di drammaticità che supera la freddezza del tipico romanico - bizantino.

Francesco Duonnolo, tra l’altro, ha rilevato il rossore delle guance dei personaggi e il coinvolgimento emotivo, chiaramente visibile in alcune scene dipinte.

Il superamento della sobrietà classica pacata e naturale del romanico - bizantino si compie, pertanto,  in un nuovo stile “romanico bizantino meridionale” per assumere la valenza di una narrazione della “teologia visiva” degli affreschi più consona ad esprimere alla gente comune l’amore e la chiarezza del messaggio del Nuovo Testamento.

In questa comunicazione pittorica, mirata a commuovere e coinvolgere, a Sant’Angelo in Formis  è nato un nuovo stile di narrazione, di indole certamente bizantina, ma anche con un proprium locale.

Ma il nuovo stile “romanico-bizantino-meridionale”, non ha intaccato quella sobrietà classica, pacata e naturale.

 

 

 

Note

1. Cfr.: F. Duonnolo, Sant’Angelo in Formis: il tempio, la Basilica, gli angeli, Lavieri Editore, Sant’Angelo in Formis, 2004; Duonnolo, Come un roveto ardente, La teologia visiva della Basilica Benedettina di Sant’Angelo in Formis, Libreria Editrice Vaticana, Roma, 2016.

2. E. Bertaux, L’art dans l’Italie meriodionale  École française de Rome, 1978.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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