L'amor di Patria nella poetica di Alessando Poerio

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Alessandro Poerio nacque a Napoli il 27 agosto 1802, in una “famiglia di patrioti”, celebrata in un famoso libro di Benedetto Croce.

Il padre Giuseppe era stato un illustre esponente della Repubblica Napoletana del 1799 e il fratello Carlo, per le sue idee liberali e costituzionali, patì più volte le carceri borboniche. Alessandro seguì il padre in esilio dopo la Restaurazione del 1815. Tornati a Napoli nel 1819, Alessandro partecipò all’insurrezione per la Costituzione ma, dopo la repressione dei moti costituzionali, la famiglia Poerio fu costretta di nuovo all’esilio, prima a Graz, poi a Trieste e infine nel 1823 a Firenze.

Desideroso di approfondire i suoi studi, nel 1825 Alessandro decise di frequentare le più rinomate Università europee. In Germania,  a Weimar, conobbe il famoso poeta e letterato tedesco Johann Wolfgang von Goethe.

Tornato a Firenze l’anno successivo il giovane patriota riprese e consolidò i rapporti non solo con gli esuli conterranei Carlo Troya, Pietro Colletta, Matteo e Paolo Emilio Imbriani, ma anche con Giovan Pietro Vieusseux, Gino Capponi, Giovanni Battista Niccolini, Niccolò Puccini, Pietro Giordani.

L’amico prediletto fu il napoletano Antonio Ranieri, per le affinità caratteriali e il fervente amor di Patria.

 

Nel 1827 conobbe e presentò al Ranieri Giacomo Leopardi, con cui instaurò un duraturo rapporto di amicizia, nonostante qualche momento di dissenso quando Alessandro a Parigi fece la conoscenza del linguista e patriota Niccolò Tommaseo, che non godeva la stima del poeta di Recanati che lo aveva definito un “asino di profonda ignoranza”.

Tuttavia, mai venne meno il sentimento di stima reciproca tra il Poerio e  Leopardi.

Nel 1830, in seguito allo scoppio dei moti costituzionali in Francia, venne decretata l’espulsione immediata di Giuseppe e Alessandro Poerio dalla Toscana. Padre e figlio, non riuscendo a trovare riparo in terra italiana, partirono alla volta di Parigi, dove Alessandro ebbe modo di conoscere la scrittrice  George Sand.

Dal rapporto instaurato con Niccolò Tommaseo, già dal 1834, Alessandro aveva riacquistato gradualmente spiritualità e  fede. Durante gli anni successivi sventure familiari, tra cui l’imprigionamento del fratello Carlo nel 1837, la morte del padre nel 1843, di nuovo la prigionia per Carlo negli anni 1844 e 1847, lo segnarono non solo nello spirito ma anche nel fisico. Ciononostante, convinto della necessità dell’azione patriottica, nel giugno del 1848, al seguito del generale napoletano Guglielmo Pepe, andò a combattere in difesa della Repubblica Veneta di San Marco, guadagnandosi, a costo della vita, il grado di comandante in capo di tutte le truppe di terra del Governo provvisorio presieduto da Daniele Manin.

Nonostante fosse di salute gracile, miope e quasi sordo, Alessandro Poerio, aveva sentito il bisogno di combattere in difesa di Venezia, partecipando valorosamente all’attacco di Cavanella d’Adige.

Il 27 ottobre 1848, durante una vittoriosa sortita a Mestre, che fu presto abbandonata dagli Austriaci, fu tra i primi ad avanzare, cantando, insieme con gli altri soldati un inno da lui composto. Ma una scheggia di mitraglia lo colse all'improvviso, frantumandogli un ginocchio. Dopo un tempestivo soccorso si rese necessaria l'amputazione della gamba. Da lì a pochi giorni sopraggiunse un tetano mortale che gli stroncò la vita.

«Morì discorrendo della sua cara Italia - ricordò di lui Guglielmo Pepe - con le stesse sentenze che gli eroi di Plutarco avrebbero usato nel parlare di Atene e di Sparta.»

Sentendosi prossimo alla morte, chiese di confessarsi, ed al sacerdote che lo esortò al perdono, lasciò le sue ultime parole: «Io amo tutti; odio soltanto i nemici d’Italia.»

Il 3 novembre 1848, alle 11 del mattino, si spense serenamente. I funerali furono celebrati nella basilica di San Marco con grande partecipazione di soldati e di popolo.

Alessandro Poerio nella sua vita trovò sempre conforto nella poesia, da cui, emerge, non solo l’importante tematica patriottica, ma anche uno spirito romantico, tra visioni e malinconie, fantasie e rimembranze, comprensione del dolore umano e aneliti spirituali.

Nelle sue opere trovava rifugio il tormento di un spirito sensibile che si spingeva oltre i limiti della caducità terrena.

Fu Niccolò Tommaseo, promotore di  ideali religiosi e non solo patriottici, ad aiutarlo a superare quelle profonde crisi spirituali, di cui lasciò ampia traccia nelle liriche.

Il tormento patriottico ispirò profondamente i suoi componimenti. Del Risorgimento italiano «fu ad un tempo poeta e cooperatore», come di lui scrisse  Gilberto Secrétant, un poeta che credeva fortemente nell’alta missione della poesia di “sospingere la patria a risorgere”.

Il Risorgimento, Ai Martiri della causa italiana, e Libertà furono le liriche maggiormente dettate dallo spirito patriottico, oltre a quelle dedicate a Dante, Petrarca, Ferruccio, Andrea Doria, Michelangelo, Tommaso Campanella, Ugo Foscolo, Giacomo Leopardi, Giuseppe Giusti e Vincenzo Bellini.

Ma in particolar modo ne Il Risorgimento, il poeta racchiuse tutto il suo pensiero in relazione alla libertà e all’indipendenza della Patria. Non a caso, essa fu definita dal Settembrini «la canzone bellissima». Per risorgere, l’Italia non aveva solo bisogno dei pur necessari riti di quella civile religione, celebrata da Ugo Foscolo.

«Non fiori, non carmi/degli avi sull’ossa, /ma il suono sia d’armi/ma i serti sian l’opre/ma tutta sia scossa/ da guerra - la terra/ che quella ricopre.»

Era il tempo dell’azione decisiva per riscattare la «rea servitù» di tanti secoli, ripristinando la continuità della virtù, dagli avi ai posteri. Era il tempo della necessaria guerra agli stranieri, il momento di un «adulto furor» per vendicare «un lungo soffrir».

Era necessario riscoprire la «fratellanza», attingendo all’amor di Patria e provare orrore per un passato saturo di guerre civili, di «oltraggi fraterni» di divisioni e contrapposizioni.

Per Alessandro Poerio, le mani degli Italiani sarebbero state veramente libere nel momento stesso in cui avrebbero deciso di amarsi bandendo per sempre le memorie empie di tali oltraggi fratricidi.

Solo così le armi contro gli stranieri sarebbero state rese sacre anche dal volere divino protettore degli “oppressi”.

La fratellanza rappresentava il preludio necessario per una libertà da guadagnarsi col valore militare.

Bisognava combattere e morire «da soli» per il  «patrio avenir», senza contare sul malvagio aiuto straniero che avrebbe vanificato la lotta per la libertà e dell’indipendenza

Pur soli, i patrioti, «i figli d’Italia» avrebbero ritrovato una volontà più vera, capace di mettere radici, come un seme fecondo, nella gloriosa impresa.

Il suo credo nelle capacità degli Italiani di combattere per la libertà e l’indipendenza fu di quella spontanea sincerità che mosse in quegli anni gli animi più nobili della penisola. Con  Il Risorgimento Alessandro Poerio fu un idealista “profeta dell’avvenire”, e il suo ardente amor di Patria  lo spinse a combattere fino all’estremo sacrificio.

 

 

IL RISORGIMENTO:

 

Non fiori, non carmi/degli avi sull’ossa, /ma il suono sia d’armi/ma i serti sian l’opre/ma tutta sia scossa/ da guerra -la terra/ che quella ricopre/Sia tremenda guerra/sia guerra che sconti/ la rea servitù/ Divampi di vita/ la speme latente/ di scherno nutrita/Percuota gli strani/ che in questa languente/ beltade-sfrenate/ cacciaron le mani/ d’un lungo soffrire/sforzante a Vendetta/ l’indulto furor. Sorgiamo, e la stretta / concordia dell’ire/ sia Italo Amor. / Sian l’empie memorie/ di oltraggi fraterni/ d’inique vittorie/ per sempre velate/ ma resti e s’eterni/ nel core-un orrore/ di cose esecrate/ e, Italia, i tuoi figli/ correndo ad armarsi/ con libera man/ nel forte abbracciarsi/tra lieti perigli/ fratelli saran./ O sparsi fratelli/ o popolo mio/ Amore v’appelli./ Movete; nell’alto/ decreto di Dio/ fidenti-volenti/ movete all’assalto. Son armi sacrate;/ gli oppressi proteggi/ de’ Cieli il Signor/ ma questa è sua legge/ che di Libertade/ conquista al valor./ Fu servo il tiranno/ del nostro paese/al domo Alemanno/ le terre occupava/ superbo il Francese./ Respinto-dal vinto/ poi quelle sgombrava./Si pugni, si muoia;/ de’ prodi caduti/ l’estremo sospir/ con Fede saluti/ la libera gioia/ del patrio avvenir./ Ma vano pensiero/ fu l’inclita impresa/se d’altro straniero/ l’alta maligna/ sul capo ci pesa./ Sien soli- i figliuoli/ d’Italia; né s’alligna/ qual seme fecondo/ nel core incitato/ verace voler,/ se pria non v’è nato/ sospetto profondo/ dell’uomo stranier./ O Italia, nessuno/stranier ti fu pio;/ errare dall’uno/ nell’altro servaggio/ t’incresca per Dio!/ fiorente-possente/ d’un sol linguaggio./ Alfine in te stessa/ o patria vagante/ eleggi tornar;/ti leva gigante/t’accampa inaccessa/ su’ monti e sul mar.

BIBLIOGRAFIA:

Benedetto Croce- Una famiglia di patrioti- Adelphi- 2010

Amedeo Quondam- Risorgimento a memoria- Le poesie degli Italiani- Donzelli Editore- 2011

Anna Poerio Riverso- Alessandro Poerio- Vita e Opere- Casa Editrice Fausto Fiorentino, 2000

 

 

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