Giosuè’ Carducci, il vate della Patria una e libera

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Categoria: Storia del Risorgimento
Creato Martedì, 05 Maggio 2020 12:36
Ultima modifica il Martedì, 05 Maggio 2020 12:45
Pubblicato Martedì, 05 Maggio 2020 12:36
Scritto da Nicola Terracciano
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Giosuè Carducci (Pietrasanta, Lucca, 1835 - Bologna, 1907) è stato ristretto e deformato  da precisi ambienti politico – culturali - religiosi, nani e lividi, nell’immaginario collettivo solo ad alcune poesie indimenticabili apprese nella scuola, legate ad emozioni familiari (Pianto antico, per il figlioletto Dante morto prematuramente), per atmosfere di Borghi e Luoghi (San Martino, Davanti San Guido).

Si aggiungono le notizie  (da pochi possedute) di essere stato uno straordinario docente di storia della letteratura italiana per 44 anni all’Università di Bologna, creando una scuola di discepoli, tra i quali Giovanni Pascoli, poi suo successore sulla cattedra.

Bologna  (dove è sepolto con solenne, essenziale semplicità e dove è conservata ed onorata la sua casa, divenuta Museo) fu la città amatissima, di cui è stato anche consigliere comunale, e che lo ha sempre onorato.

Pochi sanno che è stato senatore dal 1890 in poi.

Pochissimi sanno che è stato il primo Premio Nobel italiano per la letteratura nel 1906 con questa motivazione «Non solo in riconoscimento dei suoi profondi insegnamenti e ricerche critiche, ma su tutto un tributo all’energia creativa, alla purezza dello stile e   alla forza lirica, che caratterizza il suo capolavoro di poetica.»

Nel 1907, alla sua morte il comune di Castagneto Marittimo cambiò la sua denominazione in Castagneto Carducci.

Ma pochissimi ancora ricordano e nessuno lo richiama, specialmente oggi, quando si elogia il popolo italiano per la sua disciplina civile in occasione della tragedia del coronavirus, che egli è stato il cantore e il vate della Patria, suscitatore e diffusore in tutti gli ambienti (dalla scuola alle famiglie, all’Università, in ogni angolo d’Italia con scritti sui giornali e coi libri, al Parlamento) del sentimento di amore e di orgoglio di essere ‘Italiani’.

 

Egli si assunse cosi il compito di educare il popolo italiano a riconoscersi come tale e ad andare fiero di se stesso,  facendo propri la sua storia, i Padri, i Grandi, che avevano fatto la Patria, i quali avevano come stella polare «L’Italia avanti tutto! L’Italia sopra tutto.»

Egli esaltò l’Italia nelle sue dimensioni del territorio, dell’arte, della storia. La cantò nella sua unità geografica, «l’Italia una, indivisibile, eterna...», coi suoi paesaggi naturali e storici belli e armoniosi.

Esaltò Roma, simbolo perenne di civiltà «patria, diva, santa genitrice» della Nazione italiana, che ne ha ereditato la missione di diffondere ovunque civiltà e libertà.

Cantò ed esaltò l’epopea del Risorgimento, «gli anni virili» della rinascita nazionale, con gli slanci ideali, le passioni ardenti, i combattenti con la spada e con la penna, i suoi profeti, come Mazzini, i suoi martiri come i Fratelli Cairoli e i caduti di Mentana del 1867.

Apprezzò dei leggendari Mille di Garibaldi il siciliano Francesco Crispi (uno dei protagonisti con la moglie valdostana Rosalia Montmasson), che giunse ad divenire presidente del consiglio (e fece innalzare il monumento a Giordano Bruno a Campo dei Fiori), di cui Carducci condivise le posizioni politiche,  il veneto Alberto Mario (che partecipó con la moglie inglese Jessie White) , di cui curò gli scritti, il ligure Giuseppe Cesare Abba, su cui ebbe profonda influenza, anche per le sue pubblicazioni, in particolare per l’opera più famosa della memorialistica garibaldina, Da Quarto al Volturno (1891, edizione definitiva), che non a caso Abba dedicó a Carducci.

Ma soprattutto esaltò e cantò Giuseppe Garibaldi «il più popolarmente glorioso degli italiani moderni», di cui intendeva scrivere una biografia, ma presso l’editore Zanichelli fece uscire nel 1872 una pubblicazione specifica a lui dedicata con tutti gli scritti, in versi e in prosa, prodotti negli anni.

 

Dalle Odi Barbare, Libro I. 1880

 

Una poesia a Giuseppe Garibaldi

 

 

 […] Oggi l'Italia t'adora. Invòcati
la nuova Roma novello Romolo:
tu ascendi, o divino: di morte
lunge i silenzii dal tuo capo.

Sopra il comune gorgo de l'anime
te rifulgente chiamano i secoli
a le altezze, al puro concilio
de i numi indigeti su la patria.

Tu ascendi. E Dante dice a Virgilio
"Mai non pensammo a forma piú nobile
d'eroe". Dice Livio, e sorride,
"È de la storïa, o poeti.

De la civile storia d'Italia
è quest'audacia tenace ligure,
che posa nel giusto, ed a l'alto
mira, e s'irradia ne l'ideale".

Gloria a te, padre. Nel torvo fremito
spira de l'Etna, spira ne' turbini
de l'alpe il tuo cor di leone
incontro a' barbari ed a' tiranni.

Splende il soave tuo cor nel cerulo
riso del mare del ciel de i floridi
maggi diffuso su le tombe
su' marmi memori de gli eroi.

 

Altre due poesie.

 

 Alle fonti del Clitumno tratta dal Libro I delle Odi Barbare è un componimento del 1876 che si fa studiare solo per il pittoresco paesaggio umbro con gli animali che vanno a dissetarsi alle limpidissime acque del fiume.

Essa contiene invece  anche una dura requisitoria contro il cristianesimo, il suo spirito repressivo, distruttivo e cupo, i cui effetti negativi sono finiti con l’avvento dell’Italia una, libera, laica e moderna.

 

[…] Roma più non trionfa

Piú non trionfa, poi che un galileo

di rosse chiome il Campidoglio ascese,

gittolle in braccio una sua croce, e disse

- Portala, e servi. -

 

Fuggîr le ninfe a piangere ne' fiumi

occulte e dentro i cortici materni,

od ululando dileguaron come

nuvole a i monti,

 

quando una strana compagnia, tra i bianchi

templi spogliati e i colonnati infranti,

procedé lenta, in neri sacchi avvolta,

litanïando,

 

e sovra i campi del lavoro umano

sonanti e i clivi memori d'impero

fece deserto, et il deserto disse

regno di Dio.

 

Strappâr le turbe a i santi aratri, a i vecchi

padri aspettanti, a le fiorenti mogli;

ovunque il divo sol benedicea,

maledicenti.

 

Maledicenti a l'opre de la vita

e de l'amore, ei deliraro atroci

congiungimenti di dolor con Dio

su rupi e in grotte:

 

discesero ebri di dissolvimento

a le cittadi, e in ridde paurose

al crocefisso supplicaro, empi,

d'essere abietti.

 

Salve, o serena de l'Ilisso in riva,

o intera e dritta a i lidi almi del Tebro

anima umana! i foschi dí passaro,

risorgi e regna.

 

E tu, pia madre di giovenchi invitti

a franger glebe e rintegrar maggesi,

e d'annitrenti in guerra aspri polledri

Italia madre,

 

madre di biade e viti e leggi eterne

ed inclite arti a raddolcir la vita,

salve! a te i canti de l'antica lode

io rinnovello.

 

Plaudono i monti al carme e i boschi e l'acque

de l'Umbria verde: in faccia a noi fumando

ed anelando nuove industrie in corsa

fischia il vapore.

 

 

 

Dalle Odi BarbareLibro I . 1877

 

Nell’annuale della fondazione di Roma

 

Te redimito di fior purpurei
april te vide su ’l colle emergere
da ’l solco di Romolo torva
riguardante su i selvaggi piani

te dopo tanta forza di secoli
aprile irraggia, sublime, massima,
e il sole e l’Italia saluta
te, Flora di nostra gente, o Roma.

Se al Campidoglio non piú la vergine
tacita sale dietro il pontefice
né piú per Via Sacra il trionfo
piega i quattro candidi cavalli,


questa del Fòro tuo solitudine
ogni rumore vince, ogni gloria;
e tutto che al mondo è civile,
grande, augusto, egli è romano ancora.

Salve, dea Roma! Chi disconósceti
cerchiato ha il senno di fredda tenebra,
e a lui nel reo cuore germoglia
torpida la selva di barbarie.

Salve, dea Roma! Chinato a i ruderi
del Fòro, io seguo con dolci lacrime
e adoro i tuoi sparsi vestigi,
patria, diva, santa genitrice.

Son cittadino per te d’Italia,
per te poeta, madre de i popoli,
che desti il tuo spirito al mondo,
che Italia improntasti di tua gloria.

Ecco, a te questa, che tu di libere
genti facesti nome uno, Italia,
ritorna, e s’abbraccia al tuo petto,
affisa ne’ tuoi d’aquila occhi.

E tu dal colle fatal pe ’l tacito
Fòro le braccia porgi marmoree,
a la figlia liberatrice
additando le colonne e gli archi:

gli archi che nuovi trionfi aspettano
non piú di regi, non piú di cesari,
e non di catene attorcenti
braccia umane su gli eburnei carri;

ma il tuo trionfo, popol d’Italia,
su l’età nera, su l’età barbara,
su i mostri onde tu con serena
giustizia farai franche le genti.

O Italia, o Roma! quel giorno, placido
tonerà il cielo su ’l Fòro, e cantici
di gloria, di gloria, di gloria
correran per l’infinito azzurro.