Salvatore Di Giacomo e la medicina

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Quando si parla di Salvatore Di Giacomo (1860-1934), subito ci vengono in mente le sue poesie, le sue novelle, le sue attività teatrali, oppure la sua direzione della biblioteca “Lucchesi Palli”, raccolta, unica del suo genere, di attività teatrali e musicali, allocata in quella splendida cornice che è la Biblioteca Nazionale di Napoli “Vittorio Emanuele III” (foto.1 fonte internet).
Poco conosciuti, sono invece, i suoi studi medici, che furono intrapresi, per volontà paterna, nel 1878, per poi essere abbandonati nel 1880, alla fine del secondo o inizio del terzo anno accademico.
È noto il suo articolo autobiografico in cui racconta, per lui,  l’orribile episodio della caduta dei pezzi anatomici sulle scale del Teatro Anatomico, presso l’ Ospedale degl’ Incurabili. Fatto che fece decidere a Di Giacomo l’abbandono degli studi di Medicina.
Tuttavia, nonostante questo, le prove di una forma mentis medica possono essere rintracciate in alcuni scritti.
In una novella “Brutus”, pubblicata in Pipa e Boccale nel 1893, sono chiari dei concetti fondamentali per un medico.
In questo racconto, rassomigliante gli scritti di Poe o Doyle, si descrive un fantomatico medico, Samuele Lehmann, uomo biondo, magro, occhiali d’oro, sempre vestito di nero.
Nella storia, imperniata sulla scomparsa di cani o gatti, si evidenziano due aspetti:
- il primo,  anamnestico. Si rileva chiaramente l’anamnesi di Max. È un rapporto psichiatrico mediante il quale vengono riferiti gli aspetti patologici,  più salienti, che hanno interessato i genitori e le sorelle del personaggio;

- il secondo, mette in luce le conoscenze scientifiche di Di Giacomo. Non c’è solo la descrizione di un gabinetto di fisiologia, ma anche una elencazione di Dottrine fisiologiche e dei loro propugnatori. Inoltre è descritta in maniera molto chiara la sintomatologia dell’idrofobia (rabbia), che ha interessato il medico oggetto della novella.

 

Ma di descrizioni sintomatologiche nelle opere di Di Giacomo ce ne sono altre, ad esempio, in un’altra novella, il Menuetto pubblicata nel 1888  nella raccolta  Rosa  Bellavita, è riferito molto bene un processo degenerativo, verosimilmente post-virale, dell’orecchio interno. Di Giacomo ne dà una precisa spiegazione: una grave sordità lo aveva colto, improvvisamente. Era stato dapprima un ronzio, come svegliarsi di un sonno faticoso, poi fu silenzio eterno.
Una  rappresentazione di una congiuntivite presumibilmente allergica viene descritta in un’altra novella, Serafina, edita nel 1886 nella raccolta Mattinate Napoletane.
Ma Di Giacomo non solo è un illustratore  di semeiotica, precisa e coerente con la realtà, ma è anche un attento osservatore del mondo dell’ assistenza sanitaria del suo tempo.
In pratica descrive, con una impronta verghiana, un percorso che parte da una accettazione, che oggi chiamiamo triage, fino all’eventuale ricovero.
Nella stessa novella (Serafina ndr) è riportato il percorso dei feriti che nel 1886 si svolgeva a Napoli e segnatamente nell’ Ospedale dei Pellegrini. Dalle parole si evince che in base al tocco della campanella all’ingresso, il sanitari di guardia, erano in grado di stabilire la gravità e pertanto organizzare un servizio idoneo. Infatti, un Tocco significava ferito Semplice, due, ferito in grave stato, tre, ferito moribondo.  Inoltre, si desume che non tutti gli ospedali potevano, nel XIX secolo, raccogliere entrambi i sessi. La protagonista della novella, viene, dopo i primi soccorsi, inviata all’ospedale degli Incurabili, nosocomio che accoglieva entrambi i sessi.
E proprio su questo ospedale  Di Giacomo, scrive delle pagine, più belle e più toccanti, relative alla descrizione dei luoghi e al pathos dei personaggi.
In un articolo, Agl’ Incurabili, pubblicato sul “Corriere di Roma,  il giorno 11 luglio 1887, dove l’ autore riprende una parte autobiografica pubblicata ne “l’Occhialetto” nel settembre 1886, vengono tratteggiati degli ambienti dell’ Ospedale, voluto da Maria Lorenza Longo nel 1519.
Leggendo questi passi sembra, che quei luoghi, molti dei quali non più esistenti, vivano ancora oggi.
Di Giacomo ci accompagna per mano attraverso le corsie dove “giacciono” sui letti i malati di “ogni specie” di malattie, dal cosiddetto Eczema acuto fino alle ustioni di secondo grado; ci fa percepire le ore delle giornata con le turnazioni degli operatori sanitari:
Sentiamo, al mattino un “infermiere inserviente” che passa nelle corsie per organizzare presumibilmente la distribuzione dei farmaci; vediamo le suore che incominciano l’assistenza: vengono accuditi prima i bambini, poi gli anziani e … poi tutti gli altri; A metà mattinata, ascoltiamo, il vocio degli studenti e le discussioni cliniche; scorgiamo, infine, un convalescente che non vede l’ora di tornare a casa..
Nel complesso percepiamo la sofferenza e la paura degli ammalati. La paura, soprattutto relegata alla pratica clinica della dissezione post mortem, per comprendere le cause del decesso, in un periodo dove non esistevano le attuali tecnologie diagnostiche avanzate. A tal proposito, Di Giacomo fa dire ad una paziente: ‘A paura mia è d’essere tagliata doppo morta. Sulamente pe chesto io nun vurria muri! Pecchè pure doppo morta si me tagliano io ò sento…
Interessante è il fatto che il poeta conoscesse, molto bene, l’anatomia e le procedure chirurgiche.
Dà una descrizione , sia della sala operatoria, sia dell’intervento chirurgico al seno, eseguito nel reparto dei paganti, dove, a dire di Di Giacomo,  si soffre di meno. La rappresentazione è degna di un quadro di Henry Gervex (Parigi 1852-1929) – (Foto. 2 Museo d’ Orsay- fonte internet).
Di Giacomo ci dona nel, complesso della sua opera, una precisa nomenclatura anatomo clinica, che solo un addetto ai lavori è in grado di comprendere e di conoscere! Non a caso egli ha scritto quell’opera particolare che è la Storia della Prostituzione, dove è ben descritta l’evoluzione della malattia sifilitica.

 

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