Ai “pessimisti” ad oltranza della crisi covid-19

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Premetto che per carattere non sono affatto un ottimista, bensì un dannato pessimista. Tuttavia, nella circostanza dell’attuale crisi Covid-19, mi sono imposto un ottimismo che a mio avviso è di importanza vitale.

E perciò grido ai “pessimisti” di vario genere che costellano i media e la rete: Ma si può sapere cosa volete ancora?

Lo grido come uomo, ma ancor più come medico, psicologo e filosofo.

E lo grido inoltre commettendo l’azzardo di associarmi senza esitazione al fronte degli “ottimisti”; pur sapendo di stare in tal modo in una compagnia spesso piuttosto imbarazzante.

A questo fronte appartengono infatti manipolatori politici dal cinismo rivoltante, “complottisti” deliranti della peggior specie, negazionisti altrettanto deliranti etc.

Eppure, nelle circostanze in cui stiamo vivendo, l’ottimismo non solo è d’obbligo ma è anche giustificato da evidenze di non poco conto.

Parlo delle opinioni e proiezioni di alcuni scienziati (sebbene tutti messi alla gogna), ma parlo anche dei fatti puri e semplici, ossia del progressivo declino della curva dei contagiati, degli ammalati e dei morti. Ma soprattutto parlo di tutti noi immersi nel quotidiano.

Impegnati come siamo in una lotta strenua per sopravvivere ad un’emergenza estremamente ambigua, perché da un lato essa è assoluta ed oggettiva, mentre dall’altro lato è appena relativa e soggettiva.

 

In particolare è relativa alle straordinarie aspettative di sicurezza che vengono espresse da una società nella quale da tempo la scienza tecnologica pretende di avere il potere di bandire ogni genere di rischio (specie la morte, da considerare ormai un intoccabile tabù, come fatto e come tema).

Parlo insomma qui di tutti noi, di me, di te, di lui. Cioè parlo di coloro che (per fortuna) non sono stati toccati fisicamente dal Covid-19, ma intanto ne sono stati toccati in maniera non meno drammatica sul piano psicologico e perfino spirituale.

Parlo di coppie confinate in spazi ristretti entro i quali esplodono conflitti latenti da tempo, parlo di bambini e adolescenti privati degli “sfoghi” che finora consideravano ovvi, parlo di lavoratori e imprenditori che hanno visto crollare le loro minime sicurezze ed i loro minimi possessi, parlo di risparmiatori che vedono andare in fumo ciò su cui riposavano le loro speranze per il futuro, parlo di credenti che non possono più accedere alle funzioni religiose, parlo di sportivi impediti nei loro allenamenti, etc.

E infine parlo anche di persone con patologie serie costrette a rinviare esami e trattamenti.

Ebbene, schierata di fronte a costoro sta la ferrea falange in armi dei “pessimisti”. Anche questa estremamente eterogenea e non certo sempre bene intenzionata.

Spiccano però in essa tre tipi in particolare:

1) lo scienziato empirico immerso nei suoi dettagliatissimi dati, il quale non vuole vedere nulla aldilà di questo ristrettissimo orizzonte (cioè al di là del proprio naso), e così pretende di ignorare anche una parte dei fatti nudi e crudi; 2) l’ideologo politico-polemico, che non vedeva l’ora di sfruttare la circostanza per mettere a nudo le falle e le vergogne del “sistema” socio-politico al quale si sente avverso;

3) un certo genere di sofisticato e spocchioso filosofo tipicamente moderno (non a caso più interessato alla “ragion pura” che non invece all’etica) al quale sta a cuore in primo luogo mostrare il suo incomparabile genio a fronte della legione di scemi (secondo lui) che ha l’ardire di pronunciarsi qua e là (vedi il caso Andrea Zhok).

Ogni giorno i componenti di questa falange flagellano senza pietà coloro che osano militare nel fronte degli “ottimisti”.

Come scienziati oppongono la loro indignata stizza contro chi pretende di ignorare o svalutare i loro “dati”, e così insistono sui tuturi scenari desolati e desolanti che si apriranno senz’altro se non si farà come loro dicono.

Come ideologi politici riaffermano a muso duro quell’inoppugnabile tragedia senza la quale essi non potrebbero portare a compimento il loro progetto critico-polemico.

Come filosofi si immusoniscono contro chi osa resistere alle loro olimpiche Aufklärungen e minacciano infine di ritirarsi dalla scena come Prime Donne intollerabilmente offese.

Dunque è soprattutto a costoro che io dico: Ma si può sapere cosa volete ancora?

Noi “ottimisti” (almeno quelli meglio intenzionati) abbiamo accettato le restrizioni e continueremo a farlo (obbedendo così ai moniti dei “pessimisti” più ad oltranza), ci siamo caricati sulle spalle un peso quotidiano immenso anche se mille voci in noi protestano contro una molto probabile esagerazione, ed infine paghiamo il prezzo di tutto questo non solo ogni attimo della nostra miserabile giornata ma anche nel dover accettare le catastrofi che (di questo passo) il futuro ci riserverà.

Ebbene, dovremmo pure rinunciare ad abbeverarci a quella flebile fonte di speranza che abbiamo dovuto scavare dentro di noi, dato che fuori c’è il totale deserto? Dovremmo anche rinunciare a quella minima dose di ottimismo che ci siamo dovuti imporre (realistica o meno che sia) come l’ultima ancora di salvezza prima del totale tracollo finale?

Volete questo da noi?

E dovremmo infine accettare che di fatto lo volete solo e soltanto in nome del vostro Ego inflazionato, davanti al quale vi inchinate ogni mattina come l’unico dio che possiate mai ammettere?

Ma sinceramente… tacete!

 

 

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