Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

L’Italianità di Giacomo Leopardi

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Mentre una coscienza dell’Italia come entità culturale distinta esisteva sin dal Medioevo, e un’idea della civiltà italiana circolava tra i letterati della penisola fin dall’Umanesimo, durante il periodo risorgimentale l’Italianità si mostrava come un’identità da far emergere.

All'ItaliaSopra il monumento di Dante costituiscono i Canti in cui Giacomo Leopardi espresse il suo sofferto amore per “l'Italianità”, dopo undici anni dalla pubblicazione del carme I Sepolcri di Ugo Foscolo.

Indubbiamente in Leopardi  era il concetto di “Italianità” che emergeva, piuttosto che  di “Nazione” o “Patria” intesa in senso politico.

Se il destino avesse concesso al poeta di Recanati di prolungare la sua vita fino alla gloriosa Primavera dei Popoli del 1848 – osservò Francesco De Sanctis  – egli avrebbe avuto maggior fiducia nella progressiva affermazione della concezione di Nazione in egual maniera in cui la percepirono i patrioti che lottavano per la sua realizzazione.

Seppure fortemente ostacolato dal reazionario e legittimista padre Monaldo, a diciannove anni, nel marzo  del 1817,  Leopardi aprì il suo cuore all’amico Pietro Giordani con una lettera che costituisce il documento più esplicito e più memorabile riguardo al suo amore per l’“Italianità”.

«Mia patria è l’Italia per la quale ardo d’amore ringraziando il cielo d’avermi fatto italiano, perché alla fine la nostra letteratura, sia pur poco coltivata, è la sola figlia legittima delle due sole vere tra le antiche” scrive Leopardi al Giordani, rimarcando che il suo era stato un percorso  graduale, ma di cui avvertiva la preziosità a cui era giunto il suo “sentire.» 

 

Monaldo Leopardi, disapprovando tenacemente gli ideali nazionalistici che il figlio manifestava nei sui  scritti, attribuì  alla nefasta influenza del Giordani la graduale emersione identitaria di Italianità.

Secondo Giuseppe Galasso  essa affiorava e si consolidava «con picchi che non sono traumi repentini ed estemporanei, ma rappresentano, di volta in volta una sedimentazione di emozioni, riflessioni, travagli, disegni e sogni, disinganni e frustrazioni che costellano l’esperienza esistenziale del Leopardi dall’inizio alla fine.»

Leopardi scrisse i due Canti, All’italia e Sopra il monumento di Dante, tra settembre ed ottobre del 1818,  quando aveva vent’anni, con un’epistola dedicatoria rivolta a Vincenzo Monti,  opponendo alla sua decadenza l’orgoglio di un glorioso passato,  associato al culto della memoria classica che ben si rapportava a quell’ “amor di patria”, che aveva già rivelato all’amico  Pietro Giordani.

Nel contempo, tra il marzo e il dicembre dello stesso anno, il poeta era intento all’elaborazione del Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica, opera di accorata difesa e rivendicazione  di un patrimonio  di tradizione letteraria con il sommo Dante Alighieri, che «tanto collocò in alto con il pensiero e l’opera il nome dell’Italia.»

Egli invitava, pertanto i suoi connazionali ad essere fieri d’essere compatrioti di Dante, di Petrarca, e dell’Ariosto e dell’Alfieri, di Michelangelo, di Raffaello e del Canova .

« […] Ora chi potrebbe degnamente o piangere o maledire questa portentosa rabbia, per cui, mentre i Lapponi e gl’Islandesi amano la patria loro, l’Italia, l’Italia dico, non è amata, anzi è disprezzata, anzi sovente è assalita e addentata e insanguinata da’ suoi figli? [..]» scrisse testualmente, incoraggiando i giovani a non arrendersi alle miserie del presente.

«O Giovani italiani, io dico italiani, ancora siamo grandi; ancora  abbiamo nelle vene il sangue di coloro che prima in un modo e quindi in un altro signoreggiarono il mondo; ancora beviamo quest’aria e calchiamo questa terra e godiamo questa luce che godé un esercito d’immortali; ancora arde quella fiamma che accese i nostri antenati, e parlino le carte dell’Alfieri e i marmi del Canova. […]

Questa patria, o Giovani italiani, considerate se vada sprezzata e rifiutata, vedete se sia tale da vergognarsene quando non accatti maniere e costumi e lettere e gusto e linguaggio dagli stranieri, giudicate se sia degna di quella barbarie la quale io seguitando fin qui colla scrittura, non ho saputo né potuto appena adombrare.

Io non vi parlo da maestro ma da compagno, (perdonate all’amore che m’infiamma verso la patria vostra, se ragionando per lei m’arrischio di far parola di me stesso) non v’esorto da capitano, ma v’invito da soldato. Sono coetaneo vostro e condiscepolo vostro, ed esco dalle stesse scuole con voi, cresciuto fra gli studi e gli esercizi vostri, e partecipe de’ vostri desideri e delle speranze e de’ timori. 

Ma che potrò io? e qual uomo solo ha potuto mai tanto quanto bisogna presentemente alla patria nostra? Alla quale se voi non darete mano così com’è languida e moribonda, sopravvivrete o Giovani italiani all’Italia, forse anch’io sciagurato sopravvivrò. Ma sovvenite alla madre vostra ricordandovi degli antenati e guardando ai futuri, dai quali non avrete amore né lode se trascurando avrete si può dire uccisa la vostra patria; secondando questa beata natura onde il cielo v’ha formati e circondati; disprezzando la fama presente che tocca per l’ordinario agl’indegni, e cercando la fama immortale che agl’indegni non tocca mai,   che ci sovrasta; avendo pietà di questa bellissima terra, e de’ monumenti e delle ceneri de’ nostri padri; e finalmente non volendo che la povera patria nostra in tanta miseria, perciò si rimanga senz’aiuto, perché non può essere aiutata fuorché da voi.»

Si riscontra, pertanto, fin dalle prime opere letterarie del Leopardi l’emergere di un’identità dell’Italianità, comunicata attraverso emozioni, travagli interiori, riflessioni sofferte tra disinganno e speranza, tra frustrazioni  e fiduciose aspettative.

Giuseppe Galasso ha osservato «che anche nel sentimento nazionale del Leopardi e nella sua traduzione in atteggiamento politico occorre vedere e leggere un risvolto e una pagina non trascurabile della sua vicenda esistenziale», che tuttavia non inficia la valenza del contributo della sua opera alla coscienza linguistica e letteraria dell’Italianità e del suo significato nel corso del Risorgimento.

«Un’importanza storica evidente - evidenzia lo storico napoletano -  sol che si pensi a che cosa abbia significato il rapporto tra letteratura, poesia e movimento nazionale, e non solo in Italia nella prima metà del XIX secolo.»

Dal maggio del 1830 Leopardi si era trasferito in Toscana, avvicinandosi agli esponenti delle tendenze riformatrici liberali di Firenze, in particolare con Giovan Pietro Viesseux, Gino Capponi e Pietro Colletta. Della frequentazione di questi ambienti liberali, rimase traccia anche negli archivi della polizia toscana.

Imponendosi la sua fama di poeta dell’Italianità, nel marzo del 1831 fu nominato deputato di Recanati nell’Assemblea Nazionale convocata a Bologna dal Comitato del governo provvisorio che capeggiava i moti di quell’anno nelle province settentrionali dello Stato Pontificio.

Tuttavia, l’interesse primario del poeta, anche negli anni successivi, fu una riflessione sull’ “Italianità”, identificata con la tradizione  linguistica e letteraria e individuata nella ricerca di una dimensione etica, civile e culturale che, negli anni successivi alla sua morte, ebbe una risonanza europea.

Non a caso sulla rivista Quaterly Review, William Gladstone scrisse che l’opera leopardiana «diventava l’espressione più dolorosa e più alta dell’avverso destino che aveva colpito il poeta come la sua patria.» 

 

 

 

Bibliografia:

P.Citati, Leopardi, Mondadori, 2010.

G. Galasso, L’Italia Nuova, vol. VI, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 2013.

 

 

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