Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Calamità e preghiere

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Il 28 maggio 2006 Papa Benedetto XVI, al secolo Joseph Aloisius Ratzinger, nel corso della sua visita in Polonia, fece tappa al campo Auschwitz-Birkenau il 28 maggio 2006.

Nel suo discorso pubblico, rimasto memorabile, si domandò dov’era Dio in quei giorni, perché avesse taciuto e come mai aveva potuto tollerare quell’eccesso di distruzione e il trionfo del male.1

Ma forse sarebbe stato più opportuno che il Papa si fosse chiesto  dove era lui in quei giorni e cosa aveva fatto lui e la sua per evitare tanto male.

Le strettissime connessioni tra la Chiesa Cattolica Romana e il nazifascismo sono abbondantemente dimostrate.  Oggi tanto si discute dell’apertura degli Archivi Vaticani e del ruolo che ebbe Pio Pio XII in quegli anni, prima come Nunzio Apostolico in Germania, poi come Pontefice,  e  tutta la gerarchia ecclesiastica.

Certo è che il 16 Ottobre del ‘43 non si presentò davanti al ghetto, sotto casa sua, con le mani alzate per bloccare il rastrellamento di 1256 ebrei romani e neppure il successivo giorno 18 davanti al treno blindato in partenza dalla stazione Tiburtina diretto proprio al campo di Auschwitz-Birkenau.

Da quel campo tornarono solo in 17.

 

Quello era il coronavirus del momento e nessuno, a partire delle gerarchie ecclesiastiche italiane e tedesche, se ne preoccupò.

Oggi assistiamo alle solite manifestazioni generalizzate di preghiere perché cessi la pandemia, come prima si implorava il Cielo e si organizzavano processioni perché non pioveva e i campi erano aridi o perché pioveva molto e c’erano le alluvioni. Si pregava per i terremoti, l’invasione delle cavallette, la peste e il colera, in una sequela senza fine.

Ma ancora oggi, nonostante preghiere, processioni, ostentazioni del Santissimo e autoflagellazioni, nessuno è mai riuscito ad ottenere alcunché. Le chiese sono sprangate, finanche il Santo Sepolcro a Gerusalemme, i confessionali deserti e i cosiddetti “protettori” tutti silenti.

La situazione non è più allegra nel mondo musulmano, dove i luoghi di culto sono interdetti ai fedeli, finanche alla Mecca e a Gerusalemme.

Non volendo citare nessuno degli infiniti casi odierni che ci propinano incessantemente i Media, riferisco delle impressioni di un celebre viaggiatore, Alessandro Dumas, di passaggio a Cosenza in occasione del terremoto del 1835. Egli ebbe modo di osservare e descrivere alcune processioni e autoflagellazioni dei monaci Cappuccini, di cui produco un breve stralcio.2

«… appena scesi dai gradini della chiesa li vedemmo sollevare la corda nodosa che tenevano nella mano destra e colpire, senza interrompere i loro canti, ognuno sulle spalle di colui che lo precedeva e ciò non con un simulacro di flagellazione, ma a più non posso, con tutte le forze che ognuno aveva in corpo. Allora le grida, i clamori ed i gemiti raddoppiarono. Tutti i presenti caddero in ginocchio percuotendo la terra con la fronte, gli uomini urlavano, le donne mandavano gridi e non contente d’imporre ad esse stesse la penitenza frustavano senza tregua i loro sfortunati bambini che erano venuti così come si va ad una festa … Era una flagellazione universale...»

Addirittura, uno dei monaci era battuto da quello che lo seguiva, mediante una corda che oltre ai soliti nodi era munita di grossi chiodi che ad ogni colpo lasciavano sulla sua schiena una traccia di sangue.

Quello che i monaci e la folla invocavano non era certamente il Dio dei Cristiani, ma un sanguinario Moloc, ben conosciuto della notte dei tempi, il cui culto dominava nel mondo assiro, in quello babilonese e finanche nei palazzi e nelle capanne d’Egitto.

Anche le frasi di circostanza del tipo “andrà tutto bene”, che suonano come tanti scongiuri, non si contano più.

Qualcuno addirittura ci vuol far credere che le sue news, dopo anni di fuoco di sbarramento a protezione degli affari personali, non raccontano bugie.

Ma invece di fare tanto sfoggio di fandonie e di superstizioni che sconfinano nella stregoneria, non sarebbe il caso di verificare  cosa ne pensa il Dio della Bibbia delle sofferenze del genere umano?

L’apostolo Paolo, nella lettera indirizzata «… a quanti sono in Roma, amati da Dio, chiamati a essere santi …», fece una semplicissima constatazione: «Sappiamo infatti che fino a ora tutta la creazione geme ed è in travaglio; non solo essa, ma anche noi, che abbiamo le primizie dello Spirito, gemiamo dentro di noi, aspettando l’adozione, la redenzione del nostro corpo.»3

Il tema della sofferenza tocca quindi tutto il genere umano e non solo, ma anche il resto della creazione, comprendendo le piante e gli animali.

Ancora oggi per indicare una persona in buona salute, si dice che è sana come un pesce. Niente di più errato, poiché anche i pesci hanno le loro  malattie e parassitosi, al punto che esistono in commercio numerosi trattati sulle patologie ittiche.

Per non parlare degli animali e delle piante, assillate queste ultime da un numero infinito di patologie quali le virosi (anche malattie causate da virus!), insetti e parassiti animali e vegetali di ogni genere.

Nel Vangelo è scritto ancora che «Egli fa levare il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» ma la cosa è perfettamente intuibile e, come la pioggia e i terremoti, il covid 19 non ha riguardi per nessuno, colpendo indistintamente chiunque ne viene a contatto4.

Accettiamo quindi le calamità che ci cadono addosso, non con tremore e spirito di rassegnazione, formulando scongiuri e ponendo Dio sotto accusa, ma rimboccandoci le mani per fare tutto quello che è in nostro potere, aiutando per quanto è possibile il nostro prossimo e osservando le regole che ci sono dettate, al fine di non danneggiare nessuno.

Infine, chi crede nel Dio dei Vangeli certamente ripudia kermesse, scongiuri e stregonerie, ma si raccoglie in segreto nei suoi angoli silenziosi e si rivolge a cuore aperto al Creatore dell’universo. E Colui che ascolta, nella Sua infinita saggezza, certamente prenderà le giuste decisioni.5

 

Note

1. Discorso di Papa Benedetto XVI in  visita al campo di Auschwitz, 28 maggio 2006.

2. Impressions de voyage par Alexandre Dumas. Le capitaine Arena, Paris, Michel Levy Frères, 1854, parzialmente tradotto da Antonio Coltellaro, Viaggio in Calabria, Soveria Mannelli (Catanzaro), Rubbettino, 1996.

3. La Sacra Bibbia . Versione riveduta in testo originale dal dott. Giovanni Luzzi, Tip. R. Coppini, Firenze, 1969, Romani cap. 8.

4. Matteo cap. 5 v. 44-45, La Sacra Bibbia cit.

5. Matteo cap. 6 v. 5-13, La Sacra Bibbia, cit.

 

La foto di copertina è tratta da Roberto Zamboni, Dimenticati di Stato

 

 

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