Eravamo felici ma non lo sapevamo!

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Eravamo felici ma non lo sapevamo quando andavamo in villa comunale per la nostra passeggiata e percorrevamo, un poco annoiati, i suoi lunghi viali, o quando, in maniera svogliata, ammiravamo il nostro golfo con il Vesuvio sullo sfondo e inalavamo il profumo della salsedine del nostro lungomare e ancora più distrattamente davamo un’occhiata ai cani che si rincorrevano felici sulla sabbia nera ricoperta, in parte, di un manto d'erba, criminale eredità di errori commessi, voglio credere in buona fede, da  nostri lontani, amati amministratori comunali.

Ridevo dei tuoi eccessivi selfie, delle tue femminili arrabbiature e allora, mentre t'immortalavi, per distrarmi mi limitavo a guardare, non so, l'eterno cantiere chiuso della Casa del Fascio, pensando che prima o poi i lavori si sarebbero completati ed avremmo avuto, un giorno, la nostra biblioteca pubblica, magari riuscendo a dare una sede al nostro Archivio Storico Comunale degna della sua importanza, un Archivio finalmente liberato dall'abbandono. Poi uno sguardo fugace alle finestre chiuse dell'Hotel Stabia, un pezzo di storia della nostra Castellammare, come l'antico edificio dell'ex Banca d'Italia, ora banca Stabiese.

E all'improvviso, come sempre, tu, consapevole della mia noia, mi strattonavi svegliandomi dalle mie fantasie di stabiese innamorato della sua bellissima Città, dicendomi: «Andiamo!» 

 

Cambiando itinerario ce ne andavamo per la nostra via Toledo, il bel Corso Vittorio Emanuele, con i suoi negozi e le sue vetrine scintillanti, le sue strade sempre piene di gente indaffarata.

Si andava fino al Bar Fontana, dove qualche volta ci fermavamo per un buon caffè,  girando poi per Piazza Matteotti, uno sguardo sfuggente alla nostra bella stazione, baluardo a ricordo del nodo ferroviario più antico d'Italia, poi verso via Roma, risalendo fino a via Santa Maria dell'Orto.

Di nuovo in villa comunale, stavolta per sostare, fermata obbligatoria, al chiosco del giornalaio, il nostro amato Stanino, per comprare il giornale, scambiare qualche chiacchiera fugace e via, passo dopo passo verso l'auto, per il ritorno a casa.

Eravamo felici e non lo sapevamo quando la mattina ci svegliavamo, facevamo colazione, indossavamo la nostra tuta sportiva e via per percorrere i nostri dieci chilometri di strada, dal Miramare a Pozzano e ritorno.

Era bello camminare con passo veloce sul lungomare, lasciarci dietro lo schiamazzo dei ragazzi che avevano marinato la scuola, percorrere il porto dove è più forte e pungente l'odore del mare con le sue barche e reti di pescatori lasciate sul molo. Arrivare all'Acqua della Madonna, superare i cantieri navali, i nostri bicentenari cantieri oggi desolatamente chiusi, lo sconforto di andare oltre le malinconiche, Antiche Terme, abbandonate al loro triste destino, verso via Acton, dove solitamente tu mi lasciavi per aumentare il passo, correndo veloce verso l'aspra, seppur breve salita di Pozzano, mentre io mi accontentavo di proseguire dritto, per evitarla, passando davanti i ruderi delle abbandonate Terme Vanacore, ormai covo di erbacce, topi e serpenti.

Ci rincontravamo là, oltre il bivio della Panoramica, per  ammirare le spiagge deserte, il tacito orizzonte, qualche lontana barca a vela.

E venivamo rapiti da quella magnifica nave di legno a vela russa ancorata nel porto, perfetta riproduzione della prima fregata militare costruita da Pietro il Grande nel lontano 1703.

Prima ancora avevamo visto varare la maestosa Trieste, l'ultimo gioiello varato dal nostro glorioso cantiere.

Era infinitamente bello, eppure non davamo a tutto questo la giusta importanza, come se il possederlo fosse un nostro diritto, e impensabile era l’idea di rimpiangerlo, tanto era implicito che questa luogo, questo mare, questo cielo, questa terra fosse nostra e che nessuno ce l'avrebbe mai tolta alla nostra vista.

Questa era la nostra Città, il luogo dove eravamo nati, dove tante generazioni prima di noi ci avevano preceduto lasciandocelo in eredità.   

Guardavamo con superficialità le cose intorno a noi, non apprezzavamo, ed invece ora eccoci qui, chiusi nelle nostre case a meditare sugli errori commessi, sulle cose non fatte, a rimpiangere le nostre noiose passeggiate.

Dove sei mia bella villa comunale? Mio struggente lungomare?

Non vediamo l'ora di riprendere ad annoiarci, a criticare la vetrina di quel negozio, la gente che si affolla disordinata e ciarliera, l'assordante suono dei clacson, la vita che scorre.

E aspettiamo trepidanti di poter guardare con occhio meno torvo la moltitudine di ragazzini che maleducatamente s'impossessano e fanno propri  gli attrezzi ginnici, di quella bella palestra all'aperto posta nei giardini pubblici.

Mi accorgo di scrivere come se questi ricordi appartenessero ad un’epoca lontana, ma sono soltanto di ieri, fotogrammi felici di una manciata di giorni appena trascorsi, ma che ora sembrano lontani di un secolo, le foto sbiadite di un nostalgico album di famiglia.

Ed ora eccoci qui ad accogliere malinconicamente la primavera dal balcone di casa, ad ascoltare angosciati catene di notiziari, bollettini di contagi ancor più macabri di quelli di guerra, la  borsa che crolla, l'eroismo di medici ed infermieri che lottano contro un nemico invisibile, ronde di poliziotti e carabinieri che sorvegliano strade spettrali, richiamando all’ordine incoscienti fuggitivi, ambulanze che corrono a sirene spiegate, la paura che accompagna ogni colpo di tosse.

Viviamo da reclusi, rubando una boccata d'aria al balcone, uscendo furtivi nel cortile, evitando i vicini per tutelarci l’un l’altro.

Eppure  in questi giorni di vita sospesa stiamo imparando a conoscerci, ad ammirare limiti e progressi della Scienza, smascherare gli inetti politici e gli sciacalli, i  profittatori che cercano di arricchirsi aumentando prezzi a dismisura, i giochi della finanza barbara e cinica, i volti dei medici eroi dalla maschere schiacciate sul volto.

Chissà se tra qualche anno ne avremo memoria. E' già capitato!  La storia ce lo ha insegnato.

Quando la nausea sartriana da eccessivi  notiziari ci vince, ci disintossichiamo con buoni e vecchi libri, che a rileggerli non fa mai male.

Ho ritrovato Daniel Pennac e ricomincio dal bel Paradiso degli orchi per riassaporare le avventure del povero Malaussène, capro espiatorio per antonomasia.

Ma quando scende la sera si fa sentire più forte il desiderio di sentirci essere  italiani. Da qualche balcone si ode l’inno di Mameli e poi le note di canzoni nostalgiche. Ci abbracciamo tutti col pensiero come mai avevamo fatto prima. Siamo vivi, siamo pronti a resistere. Qualcuno ha già scritto che siamo i partigiani di una Nuova Resistenza, un eccesso linguistico, senza dubbio, ma a volte abbiamo bisogno anche di queste frasi roboanti per sentirci protagonisti, partecipi di questa battaglia, individuale e collettiva nello stesso tempo.

Oggi più che mai ci sentiamo patrioti. Siamo tutti Italiani o forse solo adesso stiamo imparando ad esserlo oltre ogni provincialismo. Chi l'avrebbe mai detto! L’Italia è divenuta un modello per l’Europa e magicamente ci scopriamo anche europei, forse solo per sentirci meno soli, per darci coraggio e non pensare alla morte, consapevoli che quando vinceremo la nostra battaglia per la vita  niente sarà più come prima.

Eravamo felici, ma non lo sapevamo! Domani, forse, lo comprenderemo senza dimenticarlo. Forse.  

 

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