Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

La repressione borbonica e la sua vendetta postuma

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La repressione borbonica del 1799 sui repubblicani sconfitti divenne famigerata in tutta Europa, sia per le dimensioni, sia per le modalità di esibita e compiaciuta crudeltà.

Il numero totale delle vittime è ignoto e le condizioni in cui avvennero le stragi furono tali da rendere impossibile una quantificazione esatta. Una stima approssimativa e dichiaratamente incompleta è quella di Anna Maria Rao:

«da 118 a 120 i giustiziati di Napoli e delle isole flegree, 1.251 condannati ad altre pene più o meno gravi nel 1799-1800 secondo il registro pubblicato dal Sansone, che include esuli e condannati alle carceri del Regno, 1.207 condannati all’esilio secondo il Conforti [...]. Il numero degli esuli fu in realtà molto maggiore [...] se si considerano le liste degli esuli sbarcati a Marsiglia e a Tolone fra l’agosto del 1799 e il luglio del 1800, sulla base delle quali il loro numero sale a più di duemila. Ancora maggiore, e ancor più incalcolabile, fu il numero complessivo delle persone arrestate e detenute nelle carceri del Regno – trentamila per Vincenzo Cuoco, addirittura quarantamila per il Colletta […] già alla fine di giugno del 1799 nei soli «Granili» di Napoli erano detenuti 1.369 prigionieri».1

Le cifre sono, per forza di cose, certamente parziali e frammentarie, poiché i borbonici ebbero cura di cercare di nascondere quanto più possibile le prove di quanto avevano operato, anche tramite distruzioni sistematiche di documenti ufficiali ed altro.

I sovrani Ferdinando I, Francesco I e Ferdinando II emisero decreti che imponevano di bruciare ingenti quantità di materiale documentario relativo a processi celebratisi davanti alla Gran Causa dei Rei di Stato e le Regie udienze, che quindi dovevano comprendere anche processi contro repubblicani.2

Ma l’occultamento della storia fu condotto dai borbonici quanto più possibile. Il cardinale Ruffo quando seppe che avvenivano atti di antropofagia, con lazzaroni e sanfedisti che mangiavano i corpi dei repubblicani uccisi, diede ordine di nascondere l’accaduto, ma non risulta che imponesse misure contro i cannibali.

Ecco un brano di lettera del cardinal Ruffo al direttore di polizia Della Rossa in data 24 agosto 1799:

«Si è osservato in questa Capitale che nella strada della Rua Catalana si trovino esposte delle dipinture indecentissime, rappresentanti atti crudelissimi, e specialmente parti di corpo umano dilaniate ed esposte in mano di uomini e rappresentate su dei piatti». Il cardinale ordinava la rimozione di questi dipinti, mentre non imponeva alcuna misura contro i sanfedisti rei di questi atti, largamente documentati anche da altre fonti.3

 

Inoltre i condannati a morte dai tribunali borbonici furono soltanto una frazione dei repubblicani che furono uccisi dai vincitori in aperta violazione dei patti solennemente sottoscritti. Resta impossibile quantificare quanti vinti furono semplicemente assassinati da sanfedisti e lazzaroni in un ciclo di violenze endemiche ed anarchiche che imperversò a Napoli sino agli inizi del 1800.

 

La testimonianza di Carlo De Nicola

Anche fonti borboniche testimoniano la gravità delle violenze esercitate da sanfedisti e lazzaroni ed i loro colpire a casaccio, indiscriminatamente, nella popolazione senza distinguere fra repubblicani, borbonici o neutrali. Un testimone oculare di convinzioni legittimistiche, Carlo De Nicola, lasciò nel suo diario privato una descrizione minuta della situazione di Napoli dopo la caduta della repubblica e sino ai primi mesi del 1800.4

La fonte è insospettabile di simpatie repubblicane, perché il suo autore scrivendo il proprio diario privato spesso esprime giudizi recisi contro la repubblica napoletana, definita drasticamente «infame governo giacobino».5

Malgrado ciò, la sua descrizione di quanto avviene per mano dei sanfedisti è oggettiva e dettagliata.

I soldatacci delle “masse” (i caotici reparti militari dell’armata della Santa Fede) ed i lazzaroni comunque irrompevano arbitrariamente nei negozi e nelle abitazioni private, mossi dalla volontà di saccheggiare e rubare ed accusando indistintamente i malcapitati proprietari di essere dei “giacobini”.6

Non furono eventi sporadici, se si pensa che l’intero quartiere di santa Lucia a mare poco dopo la riconquista borbonica della metropoli finì con l’essere abbandonato al saccheggio.7

Successivamente, il 17 luglio avvenne un altro grave disordine sempre nel quartiere di santa Lucia, dove truppe dell’armata della Santa Fede si erano rifiutate di pagare le consumazioni effettuate ed avevano preferito mettere mano alle armi piuttosto che versare il dovuto. Il risultato fu un violento tumulto, a sedare il quale si dovette far intervenire la cavalleria. Commentò il De Nicola:

«Se non si arresta con rigorosa disciplina e castigo l’insolenza delle truppe insorgenti saranno guaio. Da tutte le parti del Regno si sente che continuano quelle a dar saccheggi e guasti, ciò disgusta le popolazioni, e deve per necessità produrre disordini.»8

Ogni pretesto era buono per darsi al saccheggio, come accadde il 13 dicembre del 1799, quando si ebbe un incendio enorme esteso da Chiaia sino a via Toledo.

«Il danno è stato rilevantissimo; anche perché è accorsa la solita gente popolare che ora comunemente dicesi di s. Fede, e quello che dal fuoco sottraevasi si perdeva tra le loro mani. Non hanno mancato di dire che l’incendio si fosse causato dai Giacobini, giacché ora tutto a questi si rifonde anelando il popolo con tal pretesto ripigliare i saccheggi se potesse riuscirvi.»9

Il giorno seguente il diarista commentò:

«Nel popolo sempre più fermenta il piacere del saccheggio col solo pretesto della s. Fede, e questo mi fa tremare. Nell’incendio di ieri notte la s. Fede fece più danno del fuoco, e la notte passata si è attaccato fuoco ad un’altra casa ai gradoni di Chiaia. Il fuoco non ha preso piede, ma la s. Fede ha fatta la sua parte. Le case laterali a quella incendiata furono quasi interamente saccheggiate. Insomma il popolo è sempre più insolente e sfrenato, ladro ed assassino; cerca il pretesto del Giacobinismo e ne profitta, il Governo di questo solo si occupa e di niente più; ecco lo stato attuale di Napoli che farà compassione ai secoli futuri».10

Ai saccheggi di maggiori dimensioni se ne affiancarono altri, in numero incalcolabile, eseguiti da piccole bande di lazzari. Lunedì 8 luglio il diario racconta di lazzaroni che «dando la voce “Viva il re” facevano aprirsi le case, dove commettevano assassinii e saccheggi, sento che siasi ordinato chiudersi i portoni a 24 ore, e non aprissi a gente armata qualunque fosse il pretesto».11

Oppure, il De Nicola riferì per giovedì 12 settembre di una folla di lazzaroni che fece irruzione in una casa, capeggiata da un figuro che il diarista definiva «infame assassino».

Il proprietario fu accusato dai lazzari di essere un “giacobino” e si volle arrestarlo.

L’uomo ebbe un malore, presumibilmente un infarto, e morì sul posto. Successivamente si scoprì che egli era stato accusato pretestuosamente. Il caporione degli assalitori portava con sé una «carta repubblicana», che egli voleva mettere addosso alla vittima per incriminarlo.

«Non mi fido dire altro», conclude De Nicola. Nella stessa data fu saccheggiata dai soliti noti l’abitazione di un gentiluomo dell’Olivella. I reparti militari borbonici presenti in città rimasero inerti ed accorse a difenderla un contingente di truppa inglese.12

I sedicenti combattenti della Santa Fede assalirono anche i luoghi consacrati. Il 22 giugno furono saccheggiati da una turba i monasteri di Monte Oliveto, San Pietro a Maiella, Montevergine, Madonna delle Grazie.13

Successivamente, il 27 agosto, il popolaccio cercò di saccheggiare il monastero di san Lorenzo.14

La situazione era comunque simile in tutto il regno, ovunque vi fossero sanfedisti.

Il De Nicola riporta che «In Castellamare la truppa di massa commetteva delle continue insolenze e saccheggi»15

Il 15 novembre del 1799 vi furono tumulti a Molfetta, con il popolaccio che «si diede al saccheggio ed al massacro dei galantuomini del luogo, per cui si mandò a Barletta per aver gente ed artiglieria».16

Il 10 dicembre il diario riporta che «Molti capi di massa si son situati in varii luoghi del Regno e si mantengono a forza di prepotenze». A Pozzuoli, pochi giorni prima, si era rischiato un altro tumulto fra ufficiali dell’armata della Santa Fede e la popolazione.17

I saccheggi dei sanfedisti, i tumulti, le zuffe fra le “masse” e la popolazione che sporadicamente cercava di opporsi alle prepotenze dell’armata di ventura raccolta dal cardinale Ruffo punteggiarono sanguinosamente il Mezzogiorno per lungo tempo. Ad esempio, il 7 aprile del 1800 a Salerno una rissa che aveva coinvolto un sanfedista degenerò in una sommossa, in cui i salernitani esasperati aggredirono la truppa.18

Le indisciplinate masse sanfediste si battevano anche fra di loro, come avvenne il 18 agosto, quando si ebbe un tumulto fra calabresi ed un gruppo di “camiciotti”.

I primi avevano cercato di rapinare i secondi, ciò che aveva condotto ad una zuffa con un morto. Nello stesso giorno, a Caserta, era stato ucciso un “alleato” dell’armata della Santa Fede, un turco, perché aveva cercato di violentare un ragazzo.19

Il De Nicola, borbonico, riconobbe che i lazzaroni ed i sanfedisti si servivano pretestuosamente della politica al fine di saccheggiare e precipitare tutto nell’anarchia.20

«Intanto la situazione di Napoli è pericolosissima, perché il popolo sempre più diventa insolente, e si avvia per una terza anarchia, perché va dicendo che il Cardinale Ruffo e i ministri son tutti Giacobini, e che la giustizia vuol farla egli, e lo disse ieri sul mustaccio a Ruffo stesso e a Salandra. La verità è che gli piace il saccheggio, ed il disporre della vita e della roba di tutti coloro che sono al di sopra di lui».21

Dal momento dell’irruzione in città delle masse sanfediste si susseguirono quotidianamente per settimane centinaia di arresti di cittadini, che venivano torturati, feriti, mutilati ed uccisi.22

Martedì 2 luglio il De Nicola scriveva:

«Per Napoli poi si son dati nuovamente ad andare arrestando quei che credono sospetti, e quello che fa più orrore è che gli ammazzano come li prendono. In conseguenza puole imciamparvi qualche innocente, ed essere vittima di tal furore. Se non gli ammazzano  li portano direttamente a bordo dei vascelli Inglesi […] Ecco dunque la città in preda di nuovo ad una tanto più tremenda anarchia, quanto è militare.»23

Martedì 16 luglio il De Nicola scrisse che erano stati arrestati tutti i giudici del tribunale di cassazione esistente sotto la repubblica, fra cui il marchese Tomaso De Rosa, un uomo anziano e malato di convinzioni borboniche, che aveva accettato controvoglia l’incarico.24

Alla stessa data un ufficiale di fanteria dell’esercito era arrestato dai suoi uomini fatto a pezzi e bruciato pubblicamente.25

Era sufficiente veramente un nonnulla per venire incarcerati, con tutti i rischi del caso.26

Bastava non avere il codino per essere arrestati, o comunque portare i capelli corti, ritenuti simbolo di repubblicanesimo, anche se in verità in quel momento andavano di moda senza connotazioni politiche.27

Altri motivi d’imprigionamento furono kafkiani. Ad esempio, il 17 agosto del 1799 fu arrestato un uomo, perché durante la repubblica aveva chiesto ed ottenuto di poter cambiare il nome. Egli precedentemente era registrato come Ferdinando Quarto ed egli, palesemente imbarazzato, aveva domandato di potersi chiamare Gaetano.

L’inoffensivo cambiamento fu sufficiente per condurre al suo arresto dopo il ripristino del precedente regime.28

Ancora a settembre, quando la repubblica era caduta da tempo, era insicuro circolare di notte a Napoli, poiché i sanfedisti si aggiravano esercitando arresti arbitrari e derubando le vittime, che finivano letteralmente spogliate.29

In un’altra circostanza, i sanfedisti arrestarono un uomo e quasi lo linciarono soltanto perché leggeva un dispaccio regio tenendo il cappello in testa.30

Il trattamento degli arrestati era duro anche in rapporto all’epoca. Alcuni furono incatenati ed ebbero anche un collare al collo.31

Poteva succedere che un arrestato morisse per strada in conseguenza degli strapazzi subiti, oppure che perisse in carcere.32

Il De Nicola poteva riportare che nel solo 6 luglio undici nobili erano morti soffocati nelle carene delle navi in cui erano stati imprigionati.33

Naturalmente, in un tale marasma sociale e con l’impunità garantita alle orde sanfediste, gli assassini era frequentissimi: soltanto nella notte di mercoledì 2 ottobre il De Nicola può contarne sette, mentre in quella di giovedì 3 ottobre egli ne computa cinque.34

Il De Nicola riferisce anche di alcuni dei notori episodi di cannibalismo compiuti dai lazzaroni, riportati da molte fonti: «Son ricominciati gli arresti e i saccheggi. È degno di essere notato che fu veduta ieri una cosa orrorosa a dirsi […] Essendosi brugiati i corpi di due Giacobini, il popolo furioso e sdegnato, ne staccava i pezzi di carne abrustolita e li mangiava, offrendoseli l’un l’altro fino i ragazzi. Eccoci in mezzo ad una città di cannibali antropofagia che mangiano i loro nemici.».35

Non fu per nulla un unicum, perché il 27 agosto al diarista giungeva notizia di un'altra banchetto di cannibali: «Circa le ore 18 è seguita la esecuzione al Mercato dei cinque condannati a morte, ed il popolo la cui ferocia sempre più cresce, è infierito sui cadaveri di coloro che son rimasti sospesi alle forche, avendo fatto a pezzi quello di Fiani e Gaetano de Marco e portata in trionfo per la città le budella ed i pezzi mutilati […] Arriva fino a proibire che girino le borse per i suffragii alle anime degli afforcati».36

Dopo questi episodi (ma i casi di antropofagia dei lazzaroni furono assai più numerosi) quella detta dei Bianchi, una confraternita religiosa che assisteva i condannati a morte, fece sapere che non osava più prestare il suo servizio per paura del popolaccio. La loro supplica fu rivolta ai giudici del tribunale della Vicaria, chiedendo che si ordinasse di far seppellire immediatamente i corpi per non lasciarli «in balia della sfrenatezza e deplorabile ferocia del popolo».37

Il diarista riportava nel suo manoscritto un feroce componimento che aveva come destinatario il “populazzo”, per citare l’Ariosto, che giungeva a praticare l’antropofagia. «Orda famelica/Di sangue umano/È l’empio popolo/Napoletano/Insaziabile/Si nutre e pasce/Fin dalle fasce/Sempre fu dedito/alla rapina/e a stragi a incendii/Or solo inclina/Il fier cannibale/In parallelo/D’un nostro lazzaro/sembra un agnello/La tigre è docile/A paragone/D’un tal carnivoro/Volgo poltrone/Egli si abbevera/D’umano sangue/Le carni mangiasi/dell’uomo esangue».38

Il governo di re Ferdinando IV assisteva inerte alle continue violenze di sanfedisti e lazzaroni, concedendogli una totale impunità, di fatto e di diritto. Ad ottobre, scrive De Nicola, «la città è piena di assassini che spogliano impunemente, mentre la forca è in azione pei soli rei di stato, e per perturbatori della publica tranquillità non ci si pensa affatto. […] Si crede sicuramente che sia quella istessa gente che si è armata col pretesto di truppe Realiste, ed i soldati in massa che sono in Napoli, né si pensa a disarmarli».39

Un alto magistrato, il Commissario di Campagna, chiese ed ottenne dalla Giunta di Governo lo scarceramento di tutti i sanfedisti che si erano resi responsabili di omicidi, saccheggi ed altri reati «commessi nelle ferali giornate del 14, 15, e 16 giugno, giacché, diceva che in questi si dovea condonare l’ardore per la difesa del Trono, o per dir meglio, dovea condonarsi loro ogni eccesso, perché causato dall’ardore di difendere il Trono e la buona causa. La Giunta di Governo ha approvata tal rimostranza, e Napoli è popolato nuovamente di assassini.».40

Carlo De Nicola il 23 gennaio del 1800, dopo quasi un anno di prevaricazioni delle “masse”, scriveva deluso e sconsolato: «Il governo non avverte che il popolo sempre più insolentisce, cerca le occasioni di cominciare da capo i saccheggi, guarda da alto in basso i galantuomini, e publicamente dice, che giamberghe non devono restarne. È arrivato anzi a dire, che devono ora fare un poco di complimento ai Regalisti, avendone bastantamente fatto ai Giacobini. Mentre tutto ciò è visibile agli occhi di tutti, si vede il Governo occupato unicamente al castigo dei rei di Stato, e niente prender cura del Lazzarismo, il quale si è maggiormente ingigantito nel vedersi assoluto dai saccheggi e da ogni delitto commesso». Era difatti giunta l’amnistia regia con cui si concedeva il «perdono dai delitti commessi» da quelli che «con lode seguirono le Armate cristiane».41

Dopo un anno di costante tensione ed aver saputo d’innumerevoli episodi di brutalità di ogni sorta dei lazzaroni, Carlo De Nicola si sfogava nel suo diario: «Non è da credersi quello che si è sofferto da simili birboni e dai popolari tutti, e questi basta che veggono un galantuomo, che guardandolo da l’alto in basso, o intuonano una delle loro canzoni, come quella che comincia “Alla morte, alla morte Giacobbe”, o gli dicono sul mostaccio qualche cosa di smile, senza che possa risentirsi chi così è trattato, senza che possa risentirsi chi così è trattato, perché immediatamente si uniscono, e come Giacobino gli mettono le mani addosso».42

Questo scenario apocalittico di Napoli dopo la conquista sanfedista era stato descritto in un diario privato da chi era un convinto sostenitore di re Ferdinando IV di Borbone.

 Il cuore di re Ferdinando

È banale precisare che quanto riportato da De Nicola nel suo famoso diario fu soltanto una piccola parte di quanto accadde per mano dei borbonici durante la loro repressione.

Altre cronache, diari o memorie sono ben conosciute per il loro crudo realismo, come la breve narrazione di Giuseppe de Lorenzo su quanto gli era avvenuto e ciò a cui aveva assistito.

Il De Lorenzo percorse la città attraversata da stuoli di briganti e lazzaroni, che saccheggiavano case, arrestavano cittadini, li ferivano, li uccidevano, oppure portavano con sé donne e ragazze dopo averle completamente denudate. Ovunque si trovavano cadaveri, teste ed arti recisi.

L’albero della libertà innalzato su piazza del Mercatello era stato abbattuto e su di esso sanfedisti e lazzaroni urinavano, davanti ad un gruppo di donne. I prigionieri erano condotti dinanzi all’albero, quindi ricevevano scariche di fucileria ed erano infine decapiti, feriti o morti che fossero. I capi recisi erano conficcate su picche o presi a calci per divertimento. Passando in piazza Trinità maggiore, il testimone scorse gruppi di sanfedisti che mangiavano su cadaveri. Arrestato da un gruppo di lazzaroni, fu condotto al ponte della Maddalena, dove si trovava il cardinale Ruffo.

Il luogo era sede di una sorta di mattatoio improvvisato, in cui erano massacrati gli arrestati, uomini e donne, ragazzi, adulti ed anziani. Due carri erano sempre pronti per caricare i corpi delle vittime, che, abitualmente feriti o moribondi ma ancora vivi, erano gettati in mare.43

Un altro resoconto del trattamento inferto agli sconfitti sono le Memorie del generale Guglielmo Pepe. Arrestato assieme ad altri, il futuro generale fu derubato di tutto, tranne che della camicia. Un lazzarone stentava a strappargli gli stivali, cosicché un altro della medesima masnada propose di tagliare le gambe al prigioniero.

Gli altri arrestati si trovavano in condizioni identiche, se non peggiore, alcuni coperti solo da una camicia, altri nudi, circondati da lazzari che gettavano urla ferine e li colpivano con sassi ed immondizia, fra minacce di farli a brani.

Alcuni furono massacrati per strada, a poca distanza da dove si trovava il cardinale Ruffo. A migliaia, secondo il Pepe circa ventimila, furono imprigionati nei vasti magazzini dei Granili, dove furono costretti a giacere sulla nuda terra, in mezzo ad insetti.

Le guardie per divertimento malvagio talora sparavano sulle finestre dell’edificio, provocando feriti e morti fra i prigionieri. I carcerati rimasero senza né cibo né acqua per due giorni, prima che alcuni fossero trasferiti nelle sentine di una nave, attraverso le vie di Napoli fra gli insulti e le minacce dei lazzari.44

Un elenco completo delle fonti che trattano della ferocia con cui i borbonici imperversarono su Napoli dopo la caduta della repubblica sarebbe troppo lungo e d’altronde sfonderebbe la proverbiale porta aperta. Si può ancora puntualizzare che la vendetta dei regi cadde un poco sull’intero Meridione, con il consueto, tragico corteo di saccheggi ed assassini.45

Famigerati sono rimasti i massacri di Altamura e quelli di Termoli e Casacalenda,  ma furono soltanto alcuni fra i molti.46

L’avanzata delle “masse” fu segnata, sin dagli inizi, da gravi violenze sulla popolazione civile, già in Calabria a Crotone ed a Paola.47

L’armata della Santa Fede operò alla sua maniera anche in Italia centrale, all’epoca repubblica romana, con saccheggi e violenze a Pesaro, Urbino, Ancona, Lugo, Roma, Velletri e Senigallia, in cui furono particolarmente colpiti gli ebrei.48

Si è talora cercato di ridimensionare le responsabilità del governo borbonico in tutto questo, ma si tratta di una posizione davvero difficile da sostenere. L’armata della Santa Fede fu costruita attingendo a galeotti fatti uscire appositamente dalle carceri, bande di malviventi alla macchia, mercenari prezzolati, sbandati e spostati di ogni sorta.49 

Come per un esercito seicentesco nella guerra dei Trent’anni, il saccheggio costituiva per tale orda un succedaneo allo stipendio. Ad esempio, diverse fonti attestano che il cardinale Ruffo avrebbe promesso ai suoi uomini la libertà di mettere a sacco il ghetto di Roma.50

Il suo creatore e comandante, il cardinale Ruffo, tentò macchinosamente di giustificarsi dell’operato dei suoi uomini. Egli, scrivendo al primo ministro borbonico, l’inglese John Acton, vergò:

«Il dover governare, o per dir meglio comprimere un popolo immenso, avvezzo all’anarchia la più decisa; il dover governare una ventina di capi ineducati ed insubordinati di truppe leggere, tutte applicate a seguitare i saccheggi, le stragi e la violenza, è così terribile cosa e complicata, che trapassa le mie forze assolutamente. Mi hanno portato ormai 1.300 giacobini, che non so dove tener sicuri, e tengo ai Granari del Ponte, ne avranno trascinati, o fucilati almeno 500, in mia presenza senza poterlo impedire, e feriti almeno 200, che pure nudi hanno qui trascinati. Vedendomi inorridito da tale spettacolo, mi consolano, dicendomi che i morti erano veramente capi di bricconi, che i feriti erano decisi nemici del genere umano, che il popolo li ha insomma ben conosciuti. Spero che sia vero, e così mi quieto un poco».51

Si rifletta un momento su tale brano, in cui chi aveva funzioni di viceré nel Mezzogiorno continentale, il Ruffo, sentiva il bisogno di giustificarsi davanti al primo ministro del suo sovrano, l’Acton, accusando in modo durissimo la sua armata d’indisciplina e di praticare assiduamente massacri e saccheggi.

Il cardinale diceva di non essere in grado d’impedire che i sanfedisti agissero in modo tale da lasciarlo inorridito, ma egli aveva creato tale esercito ricorrendo ad un dato materiale umano, ne era il comandante ed aveva incitato i suoi uomini servendosi di strumenti propagandistici come la famigerata “congiura delle corde”.

Il commento finale dell’alto prelato, in cui egli diceva di sentirsi consolato dalle parole  … dei sanfedisti o lazzaroni («Spero che sia vero, e così mi quieto un poco»), che gli assicuravano essere tutti “malvagi” coloro che avevano ammazzato, è il tocco finale di un brano in cui il Ruffo cerca di assolvere sé stesso dalla responsabilità di essere a capo di una simile masnada.

Realmente egli credeva a quanto gli dicevano persone che, davanti ai suoi occhi stessi, compivano atrocità tali da suscitare orrore nel Ruffo stesso?

Il minimo che si possa dire è che egli giocò da apprendista stregone, evocando forze che poi non fu in grado di controllare, ma della cui natura era perfettamente consapevole.

Mentre il cardinale, uomo intelligente, si sforzava quantomeno di mostrare ripugnanza per gli uomini di cui si era circondato e per le loro azioni, il suo monarca al contrario esibiva esultanza alla notizia dell’eliminazione fisica dei vinti.

Un brano celebre di Benedetto Croce fu intitolato con feroce ironia  Il cuore di re Ferdinando, in cui lo storico riportava le impressioni del sovrano sulla giornata del 20 agosto e le relative esecuzioni capitali su repubblicani.52

Il Borbone rispondeva ad una lettera del Ruffo così scrivendo: «ricevei ieri la vostra lettera del 20, che mi ha fatto gran bene, sentendo che costi non vi sia nulla di allarmante, l'allegria riprendendo il suo solito corso nel popolo; che si continui a cantare il Tedeum da tutte le Congregazioni in rendimento di grazie all'Altissimo; che si siano incominciate le esecuzioni dei Rei, e che la Giunta di Stato travagli senza intermissione».53

Il re pertanto si rallegrava della notizia che il boia aveva preso ad abbattere i repubblicani (quelli rimasti ancora vivi a quella data, dopo mesi di eccidi ... ), che la giunta chiamata a processarli lavorasse a pieno regime e che il popolo (quei lazzari così ben descritti nelle fonti coeve) fosse contento.

Due giorni più tardi, il sovrano riprendeva la questione con il suo buon amico cardinale, trasmettendogli un’altra lettera:

«La Giunta di Stato deve sbrigarsi nelle sue operazioni, e non far vaghi e generali rapporti, e quando li avea fatti, bisognava ordinarle di verificare in ventiquattr'ore i fatti, prendere i capi e senza cerimonie impiccarli. Spero che non si sia dilazionata la giustizia che mi si dice si doveva far lunedi; se mostrate timore, siete fritti, e l'aver fatto eseguir l'altra [quella del 20] con tanto apparato di truppe mi è sommamente dispiaciuto, mentre più semplicemente si faceva, era meglio, e lesto lesto, senza far star il popolo ad aspettar tante ore, ed impazientarsi».54

Il re Ferdinando IV di Borbone dava quindi prova del suo cuore, ordinando d’impiccare quanto prima possibile i repubblicani e d’evitare di far aspettare il popolaccio con l’esecuzione delle sentenze capitali, che erano per i lazzaroni fonte di sollazzo e divertimento.

 

Le conseguenze della violenza borbonica e la vendetta postuma dei repubblicani

Il caos sociale intenzionalmente provocato nel 1799 da re Ferdinando IV di Borbone, dai suoi collaboratori e consiglieri, e la lunga serie di saccheggi, massacri e violenze endemiche protrattisi sino agli inizi del 1800 permisero alla classe dirigente reazionaria un’effimera riconquista del regno contro un avversario rimasto quasi senza aiuti esterni e con forze armate improvvisate.

Il re Borbone, vincitore sul campo di battaglia grazie agli ingenti appoggi di inglesi, russi e turchi ed al ricorso massiccio ad ex galeotti, briganti, lazzaroni e mercenari balcanici, ottenne una vittoria militare, ma andando incontro ad una catastrofe politica. Parafrasando Miguel de Unamuno, i borbonici vinsero, ma non convinsero.

Peggio ancora (per loro), le modalità della vittoria crearono una frattura insanabile fra la camarilla dei Borboni e buona parte della società meridionale, specialmente il ceto colto.

Il plateale spergiuro del sovrano con la rottura dei patti di resa sottoscritti, lo sterminio degli oppositori (veri e presunti), la licenza e l’arbitrio concessi al Quinto Stato formato da criminali e spostati di ogni sorta furono per il Meridione un trauma collettivo. Similmente a quanto avviene nella psiche di un singolo individuo dopo un evento traumatico, il ricordo degli eccidi dei sanfedisti e lazzaroni continuò ad ossessionare la memoria collettiva d’intere fasce sociali ed a fungere da monito contro ogni riconciliazione con la dinastia fedifraga.

Un grande storico, profondo conoscitore della storia del regno di Napoli e napoletano sino al midollo, come Benedetto Croce aveva individuato la frattura che i sanguinosi eventi del 1799, autentico Flegetonte infuocato, avevano tracciato nella mentalità e nell’immaginario collettivi dell’intellettualità e della società civile meridionali.

«Nella storia, è grandissima ciò che potrebbe dirsi l'efficacia dell'esperimento non riuscito, specie quando vi si aggiunga la consacrazione di un'eroica caduta. E quale tentativo fallito ebbe più feconde conseguenze della Repubblica napoletana del Novantanove? Essa servi a creare una tradizione rivoluzionaria e l'educazione dell'esempio nell'Italia meridionale.

Si potrebbe istituire una ricerca assai istruttiva sui superstiti e i discendenti dei repubblicani del Novantanove: la storia delle famiglie acquisterebbe il carattere di storia sociale. Essa, mettendo a nudo le condizioni reali del paese, fece sorgere il bisogno di un movimento rivoluzionario fondato sull'unione delle classi colte di tutte le parti d'Italia, e gittò il primo germe dell'unità italiana; mentre spinse i Borboni ad appoggiarsi sempre più sulla classe che li aveva meglio sostenuti in quell'anno, ossia sulla plebe».55

La radice di questa divaricazione fra i Borboni ed il popolaccio da una parte, la classe colta del Mezzogiorno dall’altra va ricondotta proprio alla violenza irrazionale e traditrice esercitata nel 1799 dal regime dispotico sui vinti: «Non è possibile proclamarsi punitore in nome della giustizia divina […] e, nel tempo stesso, infrangere la parola data e i fatti giuramenti e le consumate capitolazioni, formare tribunali di sangue, prendendo sfacciatamente i cosiddetti giudici di tra i partigiani meno scrupolosi […]; e infierire, dopo la vittoria, mandando a morte, non più per alcuna necessità politica, ma per saziare odi e vendette personali. E accompagnare quest'orgia di sangue e di sevizie, non già col cupo fanatismo del despota, ma col ghigno inverecondo di un carnefice pulcinella, che tripudia nell'opera sua. L'illusione è squarciata, la finzione è svelata, il vincitore diventa un assassino, la guerra un delitto comune».56

L’inimicizia insanabile verso la casata borbonica prodotta dalla feroce vendetta sui repubblicani era così destinata a rinnovarsi di generazione in generazione, trasmettendosi sino al 1860 ed oltre: «L’immaginario degli unitari era segnato perennemente dall’ossessione del ritorno della Santa Fede o delle restaurazioni. Era un quadro concettuale riemerso dai ricordi personali e familiari, oltre che dalle memorie collettive di generazioni di militanti, rivoluzionari o semplici osservatori […]. Si trattava di una vera e propria categoria dell’esperienza che li portò a rifiutare qualsiasi riconoscimento formale dell’avversario».57

La violazione della parola data da parte del sovrano e la licenza ed impunità concesse al Quinto Stato dei fuorilegge furono tradimenti della funzione stessa del monarca, che nell’ordinamento istituzionale del regno di Napoli era il supremo garante dell’ordine e della legge. Re Ferdinando IV di Borbone invece era diventato, pur di riottenere il trono, il capo di galeotti, briganti e lazzari, li aveva aizzati e scagliati sulle popolazioni che avrebbe dovuto proteggere e li aveva premiati per le loro azioni.

La violenza indiscriminata verso intere città, inclusa la capitale, senza distinguere neppure fra repubblicani, borbonici e neutrali, doveva inevitabilmente alienare dalla fedeltà alla casa regnante i moltissimi che erano stati colpiti, direttamente od indirettamente.

La sistematica distruzione dell’intellettualità del Sud, che finì in buona parte sul patibolo od in esilio, sgomentò la società civile del regno di Napoli, dell’Italia intera ed anche di paesi esteri: «quella vera ecatombe, che stupì il mondo civile e rese attonita e dolente tutta Italia» secondo le parole dello storico meridionalista Giustino Fortunato.58

La scelta della classe dirigente borbonica di procedere ad «un generale “ripurgo”, secondo la parola che la regina aveva coniata e si piaceva di ripetere con insistenza» fu fatale per le sorti della dinastia dei Borboni.59

Nonostante gli sforzi del regime dispotico d’impedire la conservazione del ricordo di quanto era accaduto nel 1799-1800, esso era troppo vivido e coinvolgeva troppe persone perché potesse essere rimosso.

Ciò che era successo non fu né obliato né scusato, determinando l’ostilità imperitura di buona parte della società meridionale, specialmente delle classi colte e politicamente più attive, verso il casato dei re lazzaroni e tutto ciò che esso rappresentava. La frattura rese impossibile ai sovrani borbonici avere una salda base di consenso, condusse a ricorrenti rivolte ed ad una continua, latente opposizione, sino al collasso finale del regno delle Due Sicilie.

Alcuni aneddoti della fine dei repubblicani sconfitti e traditi rimasero giustamente celebri per la loro potenza simbolica: il cadavere dell’ammiraglio Francesco Caracciolo, fatto impiccare dopo un processo farsesco, che riemerge dal mare e finisce con il galleggiare davanti alla nave su cui si trova re Ferdinando di Borbone, che spaventato si ritrae dalla sua vista. 

Eleonora de Fonseca Pimentel che prima di morire sul patibolo cita il versetto virgiliano Forsan et haec olim meminisse iuvabit.60

È quanto realmente accadde, perché la memoria delle stragi dei vinti, autentici Manes invendicati come nelle credenze degli antichi romani, era destinata a tormentare i vincitori sino a condurli alla rovina.

 

 

Note

1. A. M. Rao, La Repubblica napoletana del 1799, in Storia del Mezzogiorno, vol. IV, tomo II: Il Regno dagli Angioini ai Borboni, Napoli, Edizioni del Sole, 1986, pp. 544-545.

2. V. Verrastro, Tra criminalità e processi. Le carte giustiziarie, in Archivio di Stato di Potenza, in Archivi Italiani, vol. XX, Città di Castello 2004, pp. 29 sgg.

3. Archivio di Stato. Registro dei Reali Dispacci pervenuti al Direttore generale della Polizia, 1798-99, pp. 120-122, citato in Benedetto Croce, Rivoluzione napoletana del 1799. Biografie, racconti, ricerche, terza edizione aumentata, Bari 1912, p. 81

4. C. De Nicola, Diario napoletano. 1798-1825, Napoli 1906.

5. Ibidem, p. 226.

6. Ibid, pp. 308-309.

7. Ibid, p. 227.

8. Ibid, p. 269.

9. Ibid, p. 394.

10. Ibid, p. 395.

11. Ibid, p. 234.

12. Ibid, pp. 310-311.

13 Ibid, p. 208.

14. Ibid, p. 295.

15. Ibid, p. 377.

16. Ibid, p. 376.

17. Ibid, p. 393.

18. Ibid, p. 438.

19. bid, p. 284.

20. Ibid, p. 293, martedì 27 agosto. «Tutto il tumulto di ieri fu causato dal trasporto del popolo, che vorrebbe cominciare da capo ad andar saccheggiando per la s. Fede, ed il cardinal Ruffo lo disse all’istante, e se non si mette freno a questo gusto, non staremo mai quieti. Ecco quello che fu. Sono in voga tanti, che si dicono capi di Società Realiste, ch’è un altro disordine.».

21. Ibidem, p. 295, mercoledì 28 agosto.

22. De Nicola, cit.«Quanti poveri innocenti piangono le altrui colpe, quante infelici case senza risorsa e senza che abbiano in niente peccato. Sarebbe un quadro da dar terrore se tutto potesse mettersi sotto l’occhio del lettore quanto è accaduto in Napoli da dieci giorni. Io non ho accennata che la menoma parte. Per Napoli si son veduti trascinar a centinaia ogni giorno gli arrestati dal popolo ed il trascinar solo sarebbe stato niente; ma dilaniati, feriti, mutilati, e morti, portandone le teste sulle aste. E chi sa se tutti erano rei.»

23. Ibidem, p. 223.

24. Ibid, p. 246. «Mio grande amico, uomo che per la santità di costumi, per cuore, per sentimenti di attaccamento al Sovrano, ha pochi uguali. Costa a me che non voleva affatto accettare […] Son sicuro che la sua innocenza trionferà, ma frattanto si tratta di un povero vecchio di anni 67 circa, accidentato».

25. Ibidem., p. 248.

26. Ibid, p. 225.

27. Ibid, p. 279. Lunedì 12 agosto. «Quest’oggi si son vedute arrestate due giovani persone, un uomo ed una donna, e si è detto essere marito e moglie. Si è veduto trasportarli a piedi alle carceri, e alla punta di un’asta portavano i capelli posticci che gli avevano strappati, essendo tutti  e due rimasti in zazzera. Avevano l’aria di essere gente pulita. Chi sa se la moda di tagliarsi i capelli non gli abbia cagionato tale affronto, se finisce la cosa così. Dovrebbe finalmente porsi fine a tali arresti per le strade. So io delle gentildonne che per trovarsi coi capelli recisi per sola moda, non escono neanco per andare al s. Sacrificio della Messa, pel dubbio di non ricevere qualche affronto per strada.»

28. Ibidem, p. 283.

29. Ibid, pp. 302-303.

30. Ibid, p. 460. 15 maggio 1800.

31. Ibid, p. 271.

32. Ibid, p. 275.

33. Ibid, p. 230.

34. Ibid, p. 342.

35. Ibid, p. 224.

36. Ibid, p. 296.

37. Ibid, p. 298.

38. Ibid, p. 466.

39. Ibid, p. 348, 19 ottobre 1799.

40. Ibid, p. 393, 10 dicembre 1799.

41. Ibid, p. 415.

42. Ibid, p. 466.

43. Le Memorie del de Lorenzo sono riportate parzialmente in Croce, Rivoluzione napoletana del 1799, cit., pp. 233-247.

44. G. Pepe, Memorie del generale Guglielmo Pepe intorno alla sua vita, Lugano 1847, pp. 96-111.

45. A. Massafra (a cura di), Patrioti e insorgenti in provincia: il 1799 in Terra di Bari e Basilicata, Edipuglia, 2002.

46. A. Orefice, Termoli e Casacalenda nel 1799. Stragi dimenticate, Arte Tipografica Editrice, Napoli 2013.

47. P. Colletta, Storia del reame di Napoli dal 1734 sino al 1825, vol. I, Firenze 1856, pp. 276-277; V. Cuoco, Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799, Bari 1980, cap. XLV.

48. R. G. Salvadori, 1799: gli ebrei italiani nella bufera antigiacobina, Firenze 1999

49. Il regno di Napoli aveva un istituto giuridico detto “truglio”, che consentiva di arruolare in massa criminali comuni nell’esercito. F. Gaudioso, Brigantaggio, repressione e pentitismo nel Mezzogiorno preunitario, Galatina 2002, pp. 11 sgg.

50. G. A. Sala, Diario romano degli anni 1798‐99, in Scritti di Giuseppe Antonio Sala pubblicati sugli autografi da Giuseppe Cugnoni a cura di V. E. Giuntella, Società romana di storia patria, Roma, 1980; vol. III, p. 122; R. De Felice, Gli ebrei nella Repubblica romana del 1798-99, in Rassegna storica del Risorgimento, 1953, pp. 327-356.

51. Ruffo a Acton, 21 giugno 1799, citato in A. Manes, Un cardinale condottiero. Fabrizio Ruffo e la Repubblica Partenopea, Roma 1996., p. 156.

52. Croce, Rivoluzione napoletana del 1799, cit., p. 82.

53. Ivi

54. Ivi

55. Croce, La rivoluzione napoletana del 1799, Bari 1912, 3° edizione accresciuta, Prefazione all’edizione precedente, p. XI.

56. Ibidem, p. XV.

57. C. Pinto, La guerra per il Mezzogiorno. Italiani, borbonici e briganti 1860-1870, Bari-Roma 2019.

58. G. Fortunato, I napoletani del 1799, in Scritti varii, Trani 1900, pp. 139, 148-151, 159, 162.

59. Croce, Il cardinal Ruffo e la riconquista del regno di Napoli, in «La Critica. Rivista di Letteratura, Storia e Filosofia diretta da Benedetto Croce», 41, 1943.

60. A. Orefice, Eleonora Pimentel Fonseca. L’eroina della Repubblica Napoletana del1799, Salerno Editrice, Roma, 2019.

 

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