Il colera del 1865 nel Salento

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I recenti casi di epidemia da Covid-19, che tanto allarme stanno destando a livello nazionale ed internazionale, mi inducono a pubblicare, ad integrazione di un mio precedente scritto, alcune nuove notizie sul colera che colpì varie parti d’Italia nel 1865, giungendo fino in Puglia, dove, sia pure con intensità e gravità diverse, interessò le tre province in cui la regione era suddivisa amministrativamente.1

Il morbo, ci dicono le cronache del tempo, era partito da molto lontano, per la precisione da Alessandria d’Egitto, dove vi era stata un’epidemia, e da lì si era diffuso, favorito dalla sempre più intensa circolazione delle persone e dalla maggiore rapidità delle comunicazioni, altrove.

In Italia, come riferisce un ampio resoconto contenuto in una pubblicazione dalla Direzione statistica del Ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio, da me rinvenuta e risalente al 1881, il virus fu introdotto da una nave proveniente dalla città egiziana, attraccata nel porto di Ancona.

Trascrivo dal testo:

«Il 12 giugno salpava da Alessandria il piroscafo Principe di Carignano diretto per Ancona, ove, dopo soli 5 giorni di viaggio, il 17 dello stesso mese sbarcava 60 passeggieri. Quantunque si dicesse ottimo lo stato sanitario durante tutta la traversata, i passeggieri furono assoggettati alla quarantena nel lazzaretto. Ivi, due dei medesimi ammalarono, ma leggermente, e guarirono.

L’esito della guarigione attutì nelle autorita sanitarie del porto l’energia necessaria per una scrupolosa sorveglianza ed efficace disinfezione. Infatti pochi giorni dopo, nel quartiere della città circostante al lazzaretto si verificarono nuovi casi.

 

Il 25 Giugno moriva di cholera una donna, che aveva lavati i pannilini dei viaggiatori provenienti dall’Egitto.

Tuttavia il morbo non veniva ufficialmente constatato in Ancona che il 5 Luglio! Nello stesso mese venivano già denunciati 563 colpiti e 257 morti, cifre che nel successivo Agosto,  tra la città e i comuni circostanti, si elevavano a 4824 colpiti e 2455 morti.

Le autorità non furono pronte ad attuare tutte quelle misure, che avrebbero potuto forse soffocare l’epidemia, finché trovavasi ristretta in piccola cerchia.»2

 

Sembra quindi che alcuni accadimenti, se confrontati con l’odierna esperienza del coronavirus, possano fatalmente ripetersi, con modalità molto simili, sia pure a distanza di oltre centocinquant’anni: ma incrociamo le dita e confidiamo nel fatto che le conoscenze scientifiche attuali, senz’altro migliori, e la presenza di più efficienti organizzazioni sanitarie nazionali e sovranazionali serviranno a consentire una maggiore capacità di contrasto alla diffusione del morbo, cosa che all’epoca, purtroppo, non vi fu.

E ritorniamo al racconto:

 

«A Bologna caddero cholerosi per i primi i sette detenuti scaricati in quelle carceri da quelle di Ancona.  A Lecce il primo colpito fu un soldato in congedo, proveniente da Ancona. In Manduria un altro soldato, pure proveniente da Ancona, ammalò per il primo di cholera e ne guarì: ma lo comunicò alla madre, ed al fratello che ne morirono.

Quattro soldati inviati da Ancona al campo di Somma, vi ammalarono. E la fiera di Sinigallia, che non fu proibita, contribuì essa pure al più facile trasporto, e diffusione dei germi cholerosi.

I fuggenti trasportarono, come d’ordinario avviene, il germe morbigeno in diverse direzioni; ed ancor prima che terminasse il mese di Luglio, il cholera compariva nelle province finitime di Pesaro e di Macerata, e nell’agosto invadeva gran parte dell’Italia media e meridionale, entrando nelle province di Ascoli, Chieti, Foggia, Bari, Lecce, Campobasso, Perugia, e si estendeva verso il nord nelle province di Bologna, Forlì, Reggio Emilia, Modena; né risparmiavasi quelle più lontane di Alessandria, Milano, Novara, Cuneo.»

 

Il “germe morbigeno” quindi da Ancona era partito in diverse direzioni, giungendo nelle Puglie e a Manduria (all’epoca rientrante nella grande provincia di Lecce) sono poi le cronache locali a dirci com’è andata.

In una relazione medica stilata dalla Commissione sanitaria locale, le notizie si incrociano con quelle della pubblicazione ministeriale, in parte confermandosi vicendevolmente.

Lascio spazio alla fonte:

 

«Un tal Giuseppe Piccione soldato congedato reduce da Bologna, transitando e pernottando in Ancona (in tempo che colà il Colera fervea) giunse in Manduria il 20 Luglio e dopo soli 4 giorni di sua dimora si ammalò.

Chiese allora aiuti al dottor Ponno Alessandro, e questi facendo accurato esame dei sintomi che presentava, ponendo mente d’onde veniva, e nulla trascorando complessivamente, si avvide di non trattarsi di un morbo comune, ma bensì di Cholera, ad onta di ciò volle tacere in quel primo fatto, molto più che dai mezzi propinati ne vide salutari effetti.

Non era ancora risanato completamente il primo, quando la sorella di costui coabitando con l’istesso, nubile a circa 24 anni, sana di valida costituzione, si vide di botto in preda a vomito e diarrea[…].

Allora senza perdita di tempo ne avvisò la Commissione Sanitaria del luogo[…] e questi recatisi sul luogo ne constatarono il morbo, e ben subito se ne diede avviso al Signor Prefetto della Provincia.

Immediatamente a questi fatti ne fu colpita la madre ed il fratello dei suddetti Piccione, che tutti si riebbero, meno quest’ultimo, che ne rimase vittima, come vittima ne rimasero due altri parenti che quel luogo frequentavano. Soprastante alla casa del Piccione abitava altra donna a nome Rosa Fontana, che ne venne pure attaccata, ma che si riebbe dopo alquanti giorni.»3

 

Il morbo quindi, prosegue la relazione, si diffuse «…lungo quella istessa strada che i primi furono attaccati” fino ad estendersi, causa anche la intempestività degli interventi di contrasto e la titubanza delle autorità comunali e provinciali, a tutta la città come infatti avvenne, che non più inquell’istessa strada, o luoghi circonvicini si trattenne, ma rioni o per diversi punti dell’intero paese il suo virus o miasma si diffuse, e fu allora che non alle sole case, o ai tuguri de’ miseri si faceva vedere, ma principiò a rendersi imparziale col penetrare nella casa degli agiati, ove non vi era certo sudiciume, ma si praticava invece nettezza e sobrietà.»

 

L’epidemia a Manduria, iniziata quel fatidico 24 luglio 1865, imperversò per tutta l’estate per poi scomparire solo con l’avvicinarsi dell’autunno (l’ultimo caso si registrò il 10 Ottobre dello stesso anno), causò oltre 400 decessi ed ebbe particolare risonanza nell’opinione pubblica nazionale, trovando ampia eco anche sulla stampa estera.

Il resto del racconto è storia di quel tristissimo periodo, per la cui conoscenza rimando i lettori, che intendessero approfondire, al mio precedente articolo.

 

 

 

Note:

1. La Puglia (o le Puglie), all’epoca dei fatti, era divisa amministrativamente nelle tre province di Foggia, Bari e Lecce. Solo nel 1923 dalla grande provincia di Lecce (sorta dall’antica provincia o terra d’Otranto) furono distaccati i territori che furono assegnati alle neo costituite province di Taranto e di Brindisi.

2. Ministero d’Agricoltura, Industria e Commercio. – Direzione di statistica, Annali di statistica serie 2^, vol. 6°, pag.214-215  1881- Roma Tipografia eredi Botta, 1881.

3. Rizzo Ambrogio, Ponno Alessandro, Storia Medica del Colera di Manduria nel 1865, Bibl. Com.le M.Gatti, Manduria (TA).

 

 

 

Nell’immagine: Un caso di vero colera, Londra: G. Tregear, marzo 1832. Fonte: US National Library of Medicine. 

 

 

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