Cronaca della peste del 1656 a Napoli

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Il 1656 fu per Napoli un anno terribile, sulla città iniziò a gravare l’ombra minacciosa della peste.

Dai registri dei monaci della Compagnia Napoletana dei Bianchi della Giustizia emerge un panorama sociale cupo ed avvilente.

Di seguito la cronaca dettagliata di quei giorni riportata dallo scrivano Antonio Mena.

«Descrizione della peste del 1656.

Nel qual tempo mentre era infinita la pestilenza non andarono li nostri fratelli alle giustizie.

Dal di della contrascritta tornata si interpose di venire tanto alle tornate, quanto a tutti li nostri soliti esercitii per causa della peste che fu nella nostra città di Napoli quale ancorchè fusse cominciata nel mese di marzo del predetto anno, essendino morte da quando per quando diverse persone di tale infezione, e particolarmente nello spedale della Annunziata, ma non conoscendosi il contaggio  per la poca prattica che se ne aveva  per essere stata la nostra città libera per lo spatio di anni 137, perché non se ne fece caso fino al mese di maggio di questo anno, mentre a cinque di questo mese cominciò a farsi sentire alla gagliarda nel quartiere lavinaio nimeno fu stimato per allora contaggio;

con dire esserino falsi pestilenziali, fra questo mentre la nostra città  veramente pia, vedendo che Dio benedetto pareva volesse castigarci si pose in devozione, et vedendosi  altro per Napoli se non che processioni e le chiese piene di ogni sorte di persone a frequentare li Santissimi Sacramenti  della penitenza e Santissima Eucharestia.

 

Quale commercio e moltitudine di gente fu qui stimata dannosissima e causa del’ infettione generale di tutta la città mentre verso al fine del mese di maggio si sentì una mortalità grande e tuttavia andava crescendo e renpendo per la città.

A quel tempo incorse una voce che alcune persone andavano seminando e spargendo polvere velenose, qual’erano poi causa di detta mortalità, onde nelle piazze del Mercato fu pigliato dalla gente di quel quartiere.

Una donna forastiera che andava cercando l’elemosina uno disse che andava seminando detta polvere, quale in detto loco ammazzarono e poi per la detta piazza la strascinarono; come anco il giorno seguente pigliarono un soldato sotto il medesimo colore e lo volevano similmente ammazzare.

Il che fu impedito dalle persuasioni di diverse persone veliziose e devote  e persone le quali lo portarono alle carceri della Vicaria  dove per li maltrattamenti e ferite avute da tal gente fra poche ore se ne morì.

Per le suddette cause sdegnanti il Vicerè essendino principii di rivoluzioni ne furono fatte giustiziare diverse persone parte al Mercato e parte nella piazza della Selloria con titolo di sollevazione della città. Furono fatti anco morire due altre persone uno arrotato, e l’altro appiccato al Mercato con titolo che fussero andati seminando polvere velenose; come il resto sta annotato nel libro delle giustizie del presente anno.

A queste giustizie andò sempre la compagnia con molto rischio e pericolo dei nostri fratelli e fu conseguenza di grandissima edificazione della città anche fu necessario passare per mezzo la strada della Conceria e poi nel largo del Mercato dove s’eseguivano, nelli quali luoghi il contaggio faceva stragge crudelissima attualmente.

Verso la metà poi di giugno cominciavano a morire molti de nostri fratelli quali arrivarono al numero di ventiotto fra li quali ci fu il Nostro Padre Cappellano Don Giuseppe Pacifico, che per le sue rare qualità e (…) fu di grandissima afflitione ai pochi fratelli rimasti.

Continuando poi il contaggio a fare stragge crudelissima sino alal fine di luglio del presente anno morendone in alcune giornate del detto mese sino al numero di 19mila persone un giorno per la quantità che morivano non si poteva dar loro sepoltura essendosi riempiti tutti li luoghi fatti a quest’effetto si che si ridussero fra pochi giorni insepolti piè di ottantamila cadaveri quali essendo stati lungho tempo insepolti in mezzo delle strade e dentro le case fu cosa miracolosissima non si condagesse l’aria essendo divenuta la nostra città, delizie del Europa, sepolcro e cimitero puzzolente non vedendosi altro per le strade che cadaveri morenti et infermi spiranti:

tanto ch ein alcuni luoghi come il borgo di San Carlo fuori la porta di San Gennaro essendo piena detta strada sino alla chiesa di Sant’Antonio di cadaveri putrefatti fu necessario che vi  accatastassero in diverse cataste e poi furono bruggiati.

Medesima solutione come per la cura delli sudetti nfermi dal contaggio fu aperto uno spedale, nel curtile della Chiesa di San Gennaro, dietro Santa Maria della Sanità, luogho in altro tempo fabricato a quest’effetto nel quale furono da principio et molta charità essendosi fatta procurare dalli deputati della Città d’ogni cosa necessaria si per la cura, come anco per altrettante, 

oltre poi provvisto di molte persone religiose quali volontariamente si esposero in agire di quel’anime con evidente pericolo della loro vita, dandoli poi sepoltura in detto loco capace per tale effetto, ma perché in pregresso di tempo crescendo il numero dei morti fu necessario pigliare più luoghi attorno di detta Chiesa cioè con certe cose e portarli nelli quali con fatica e favore li poveri infetti dal male potevano essere curati essendo che vi andavano molte persone di qualità e Religiosi a farsi curare non potendo avere governo e comodità nelle loro case e questi si che col tempo cominciò a mancare il Governo tanto delli rimedi, quale il vitto per tale effetto, si che si ridusse il vitto con una parsimonia e comunale si aperse anco in alcuni spetali del borgo del’Oreto nella castre e Chiesa delli figlioli di S. Maria  del’Oreto ed una con l’istesso ordine di sopra furono governati.

Li ammalati poi che morivano per la città furono seppelliti dal principio del luogho detto la grotta degli Sportiglioni per la strada che va a Poggioreale, ma per la moltitudine furono fatte molte fosse per la città e particolarmente avanti al largho delle Pigne furono anco pieni alcuni fossi di morti che ve ne erano casse piene come avanti la Chiesa di San Carlo fuori la Porta di San Gennaro alla chi Chiesa di Santa Maria Maggiore al Fico, et a diversi altri luoghi, circa poi l’amministrazione delli sacramenti da principio del contaggio con grandissima charità furono amministrati  a tutti senza cautela, ma in pregresso di tempo per la morte quasi di tutto il clero commorante a quel tempo in questa Città, e buona parte dei religiosi con fatica si poterono curare, si bene credo che pochi morissero senza quell’direnare.

Furono poi dal S. Vicerè Conte di Catrilla fatti uscire 500 schiavi dalle galere per poter supplire di seppellire delli cadaveri non potendosi riparare dalla gente destinata dalla Città a tale effetto per esserne tutti morti, come anco succede a detti schiavi, quali pochi ne scamparono la morte, come anco fecero uscire dalle prigioni molti carcerati per la vita, quali parte ne morivano e parte si davano in fuga.

Verso il mese poi di agosto di detto anno cominciò a mancare il coraggio, se che al primo di settembre si vedde affatto mancare e miracolosamente estinto affatto per la processione della S.S. Vergine e delli nostri Fratelli si bene attorno la città et altri luoghi convicini andava sempre sapendo et il miracolo maggiore fu che ancorchè si facessero guardie grandissime per la Città a non fare entrare nessuno per uno in ogni conto per essere la Città grande, et havendo molte entrate non si potè rimediare ad ogni cosa sicchè giornalmente entravano gente che fuggivano il male da loro paesi ne per questo per la Dio Grazia si vede pululare il male nella nostra città.

Il numero delli morti in Napoli per quella gente fare casati dal numero delle case con fare scrivere tutti li morti dicono arrivassero al numero di quattrocentosessantamila persone per la città e borghi e così essendo le cose ridotte a buon termine parve bene al alcuni de nostri fratelli zelanti procurare di riunire quelli pochi fratelli rimasti nella città, acciò si pigliasse qualche espediente quello si dovesse fare per ripigliare gli esercitii della nostra Compagnia.

E così a 2 di ottobre 1656 fu dal fratello Giovanni Battista Marciano che consegnò a fratello zelantissimo della nostra Compagnia circa il governo di essa, e particolarmente in detto tempo (ritrovandosi assenti tanti  il Padre Governatore fratello Gennaro Quaranta, quale si salvò nella Città di Amalfi, quanto il fratello D. Carlo di Bologna similmente assentatosi.

Il suddetto effetto quale poi se ne morì con  il contaggio in istessi luoghi dove vi era rifuggiato).

Chiamati li fratelli che nella sua giornata si ritrovassero nella Compagnia quali uniti in detti luoghi li fu proposto dal suddetto fratello Marciano che si dovesse fare circa il ripigliare li nostri esercitii, come anco per la morte del Padre Cappellano vi fosse procurare di procedere con loco, e così parve a tutti li fratelli ivi congregati che già che Nostro Signore haveva fatto gratia di fare terminare il contaggio con si evidente miracolo era bene si fossero ripigliati gli esercitii della nostra Compagnia.

Circa poi del Cappellano vi fosse procurato trovare persona atta a tale officio e fra tanti si fosse trovato per li fratelli della nosta Compagnia et essendosi offerti a ciò il fratello Don Benedetto Capece Padre Teatino, come anco altri religiosi. Parve anco ai nostri fratelli qui congregati, che stante nel mese di Agosto di detto anno era questo il giorno e per il contaggio non si era potuto procedere alla nova elettione come di tutti gl’altri officiali, e così fu concluso che si dovesse procedere a detta elettione  del Governatore e Consiglieri in detta giornata. Furono deputati a pigliare li voti nostri novanta.

Dentice è   nostro Cappellano Maggiore solamente. Al primo scrutinio non vi fu elettione e nemmeno al secondo, sicchè ritrovandosi alla sorte, come comanda il nostro Governo, uscì numero novanta Governatore si procedè poi all’elettione delli Consiglieri quali nemmeno essendo eletti al primo e secondo scrutinio, si osservò come di sopra e uscì il fratello Dentice et il fratello Montoya, e così fattosi detta elettione si stabilì ripigliare li nostri soliti esercitii , tanto di venire alle tornate, tanto di andare alle giustizie occorressero si bene per la  sicurezza de fratelli si interruppero le questure per qualche tempo. Li fratelli che intervennero a detta consulta et elettione furono l’infrascritti fratelli. A 2 di ottobre 1656.»

 

[Tratto da A. Orefice, I giustiziati di Napoli dal 1556 al 1862 nella documentazione dei Bianchi della Giustizia, Ed. Limitata, D'Auria, Napoli, 2015. Fonte documento: Archivio Storico Diocesano di Napoli, Bianchi della Giustizia, Registro 97, pp. 37-43.]

 

 

 

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