Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Croce sul Risorgimento della Libertà d’Italia

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«Ancor più che l’aspetto materiale o economico, il Gladstone, nel 1888, considerava con compiacimento il nuovo aspetto civile e morale che l’Italia presentava, con cangiamento così totale e così rapido in confronto degli anni innanzi, che egli, frugando nei ricordi storici, non sapeva paragonarlo se non alla trasformazione della Francia tra il 1789 e l’Impero.

In effetto, si era stabilita la vita di libertà, e non con lentezza e stentatamente come presso altri popoli in passato, ma a un tratto, essendosi prese le mosse dal più alto grado altrove raggiunto; e il lungo desiderio di un secolo e il fine ingegno e l’agile spirito di un popolo di antica cultura avevano permesso di appropriarsi i metodi altrove elaborati e maneggiarli senza sforzo e come cosa naturale.

Sparito affatto il regime poliziesco, coi sospetti, gli “attendibili” politici, lo spionaggio, le vessazioni; dissipato quell’odor d’incenso e di sagrestia, quella vigilanza pretesca e gesuitica, che s’insinuava e gravava in ogni parte della vita pubblica e della privata, e porgeva al braccio secolare il sussidio malizioso della mente ecclesiastica.

In cambio, completa libertà nella stampa, nell’associazione, nelle pubbliche discussioni: una libertà a pieno garantita e che si garantiva da sé col suo stesso esercizio, e sindacava l’amministrazione, impediva la violazione delle leggi, rendeva pubblico il controllo della giustizia.

 

Fuggevole apparizione nei brevi periodi delle rivoluzioni del Ventuno e del Quarantotto e durevole dopo quell’anno solo nel Piemonte, i giornali politici si erano diffusi dappertutto subito dopo la guerra e le annessioni del 1859-60, anch’esso senza dover passare per gli impacci delle cauzioni, dei bolli, e della vendita ad alto prezzo, ma prendendo subito la forma di giornali per tutti, a un soldo.

E tra i loro direttori e scrittori si noveranno uomini di provata fede e di varia e specifica cultura, venuti al giornalismo dagli studi politici ed economici.

Non mancavano a rafforzare e attestare quella libertà di pensiero e della parola i giornali repubblicani e i primi foglietti d’ispirazione socialistica, e quelli fanaticamente clericali e papalini, e, a Napoli, i borbonici, legittimistici ed autonomistici, che tutti quanti profittavano largamente, senza che si desse loro fastidio, degli ordinamenti liberali, da quasi tutti essi vituperati e maledetti.

Era come una grande conversazione, che si era accesa dall’un capo all’altro d’Italia, nel quale si apprendeva quanto giornalmente accadeva nel paese e fuori, e si assisteva a scontri e dibattiti di idee, e si ascoltavano proposte, e il sapere e l’esperienza si allargavano, e le menti si facevano esperte e acute.

Uomini politici e pubblicisti e oratori si recavano da una parte all’altra per discorsi e conferenze, associazioni politiche, liberali, democratiche o repubblicane, ritrovi politici di varia tendenza e spesso eclettici, nei quali si sentivano le ripercussioni immediate degli avvenimenti e gli scoppi non meno immediati dei giudizi e delle passioni, si accoglievano nei caffè, celebri alcuni, in specie della capitale.

E ritrovi più eletti avevano luogo nei salotti, segnatamente in quelli degli uomini e delle famiglie appartenenti alla Destra, dei Minghetti, degli Alfieri, dei Visconti-Venosta, dei Guerrieri – Gonzaga ,dei Peruzzi, dove convenivano ministri ed ex ministri e deputati e studiosi, vecchi e giovani, e vi passavano illustri forestieri visitatori dell’Italia, e ci si discorreva del presente e dell’avvenire, con piena informazione delle cose italiane e straniere, con elegante dottrina, elevatezza e serenità di animo, con spregiudicato e talora ardito spirito di bene. si era venuto formando un nuovo carattere italiano, non più di suddito, ma di cittadino cosciente di poter sempre far valere e difendere e rivendicare i suoi diritti, di poter professare e sostenere le proprie opinioni; e l’intera società prendeva, più o merno, spiccata, questa fisionomia.

Finanche un critico assai difficile, che nel suo discorso si riferiva alla popolazione italiana per certi riguardi tra le meno progredite, era costretto ad ammettere che “il napoletano odierno è, si può dire, anche nell’incesso e nello sguardo, più uomo e procede più eretto di quello di prima del 1860.»

[Benedetto Croce, Storia d’Italia dal 1871 al 1915, Bari, Laterza, 1967, pp.59-61]

 

 

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