Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

La “longa manus” borbonica sul murale di Eleonora

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Un dissenso corale da parte di presidenti nazionali di architetti e ingegneri e docenti accademici si è sollevato contro il murale dell’italo-spagnola Leticia Mandragora, raffigurante Eleonora Pimentel Fonseca, eroina della rivoluzione napoletana del 1799, che dal mese scorso occupa un’intera parete di un complesso, sul lato di via Sergente Maggiore a Napoli.

E’ stato cautelativamente sottolineato che l’indignata denuncia non è scaturita dal dipinto in sé e per i valori che vuole esprimere, ma dalla totale inopportunità di andare ad esprimerli su un documento molto importante dell’architettura italiana.

Il documento in questione è un edificio grigio di epoca fascista, ex mercatino comunale, che dopo anni di abbandono e atti vandalici era stato promosso “opera eccellente” dal Ministero dei Beni Culturali e pertanto rientrato in un bando di recupero e valorizzazione.

L'opera di street art, secondo i dissidenti, ne avrebbe ignorato la qualità, trattandone una parete, fino a poco tempo fa sormontata di rifiuti,  come una tela qualsiasi, quando invece è la facciata di un capolavoro dell’architettura contemporanea. Di conseguenza va cancellato.

 

La polemica non fa una piega, almeno apparentemente.

Si, perché c’è da chiedersi da dove nasca ora questo accanimento e cosa invece supporti il meschino “lasseiz-faire” che ha consentito, senza incontrare ostacoli, altri murales su edifici storicamente molto più antichi e di maggior pregio.

Giusto a titolo di esempio: il murale sulle facciate dell’ex Ospedale Psichiatrico Giudiziario a Materdei, che raffigura un ambiguo ed enigmatico personaggio verde dalla bocca aperta.

In questo caso, presidenti e referenziati accademici hanno “chiuso un occhio”, dimenticando che quelle mura appartenevano ancor prima dell’Ospedale Psichiatrico, al Monastero di Sant’Eframo Nuovo, datato 1572.

Altro murale che non ha trovato dissensi è quello di San Gennaro a Forcella, dipinto sulla facciata di un palazzo secolare che fa angolo con la Chiesa di San Giorgio Maggiore di origini paleocristiane.

Questi sono solo degli esempi della politica del “lasseiz-faire” che lascia correre quando il dipinto non deturpa edifici di epoche "particolari" e non esprime idee che andrebbero a toccare gli interessi di un sottobosco che va alla ricerca di coni di luce e opera al momento opportuno attraverso l’utilizzo di voci titolate.

E allora c’è ancora da chiedersi (al di là della cautelativa sottolineatura premessa nella polemica): come mai una figura come quella di Eleonora Pimentel Fonseca ha scosso e mobilitato tante autorevoli personalità in difesa di un’architettura di epoca fascista? Le mura del convento di Sant’Eframo, come altre, sono forse di minor pregio?

E se invece della Pimentel sul murale fosse stato raffigurato un Ferdinando IV trionfante, la polemica si sarebbe ugualmente sollevata o piuttosto l'opera sarebbe stata enfatizzata e  il luogo ravvivato, rendendolo magari di culto con un bel po’ di banderuole borboniche così come altri nelle adiacenze?

Ebbene, se in qualcuno ha suscitato indignazione il murale di Eleonora sul complesso architettonico fascista, chi scrive esprime altrettanta indignazione per la polemica sollevata, e per di più denuncia una politica machiavellica da parte di operatori che  muovono arbitrari dissensi all'occorrenza, mentre consentono il vilipendio e la decandenza di altri edifici storici di pregio e valore.

Tutti indifferenti di fronte a palazzi epocali che cadono a pezzi, tutti titolati, autorevoli e impettiti  professionisti quando il dissenso è mosso da un tendenzioso sottobosco, ma tutti privi di risorse, idee, progetti fino a quando qualche magnate plurimiliardario non decide di investire.

Allora sono tutti orbi, ogni vilipendio deve essere consentito, e si possono rimaneggiare palazzi a piacimento, come sta accandendo con quello dei D’Avalos di via dei Mille, da cui pochi giorni fa, con un bliz di tutto rispetto, sono stati sfrattati gli ultimi eredi che per anni hanno combattuto per salvaguardare almeno il piano nobile.

Palazzo D’Avalos, come Palazzo Caracciolo di Via Carbonara, e di tanti, troppi altri. Lì non c’è indignazione, lì c’è il business che riempie le tasche e mette tutti a tacere.

Nessuno si indigna per la villa di Luca Giordano a San Giorgio a Cremano che sta cadendo a pezzi, lì l'Amministrazione Comunale è troppo impegnata a cambiare la toponomastica per favorire il sottobosco. Lì può sprofondare tutto e con la villa la vera storia di Napoli che a pochi sta a cuore davvero.

E con il murale di Eleonora adesso deve vincere la “longa manus” borbonica perchè il ricordo “scomodo” di quella donna condannata a morte per la libertà, così come quello della Repubblica Napoletana del 1799 deve essere cancellato dalla storia come ordinarono i Borbone.

Troppa vergogna, troppo sangue, troppa onta per quella splendida dinastia i cui primati di nefandezze li stiamo ancora pagando, caro e amaro.

 

 

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