Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Carlo Poerio tra i negazionisti di ieri e di oggi

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«A chi non è cara la memoria di Carlo Poerio, cara e venerata? Di quell’uomo che senz’ambizioni e vanità, erede di esempi magnanimi fra i domestici Lari, impegnò e consumò intera la vita da un solo scopo compresa, da una sola idea: liberare la patria dalla tirannide interna e dalla prepotenza straniera, offrirle libere istituzioni, e se possibil fosse innalzarla alla grandezza del nome che possiede, il sacro nome d’Italia, e ricomporla una e indipendente? 

A raggiungere quest’idea e questo scopo quanti patì tradimenti, ingiurie, condanne e prigioni è noto a tutti; com’è pur noto, che d’ogni generoso ardire e concetto nel bel mezzo del nostro secolo fu l’antesignano, il martire sereno, il costante operatore e ricco di fede. A piegarlo dai suoi propositi non valsero insidie o lusinghe, né gli insulti o le minacce.»1

Le chiarissime parole del Duca Sigismondo Castromediano si aggiungono a quelle di tanti illustri contemporanei del Poerio e studiosi che hanno contribuito a far conoscere la grandezza della sua figura e la sua fermezza nel subire una terribile condanna per la difesa dei diritti costituzionali e della libertà degli uomini e della Patria.

 

Carlo Poerio aspirava alla realizzazione di una monarchia costituzionale, dove tutte le libertà avessero modo di esplicarsi e forse, proprio perché egli mirava ad uno scopo non impossibile, come asserisce il Baldacchini, fu più di ogni altro odiato e perseguitato.

Dopo i tragici avvenimenti del 15 maggio 1848 la reazione a Napoli fu davvero spietata ed il potere passò completamente nelle mani della feroce polizia che incominciò a perseguitare ed arrestare gli uomini più eminenti che avevano sempre e soltanto desiderato l’avanzamento civile del popolo.

Il Governo napoletano incominciò ad incarcerare e a proscrivere i migliori ingegni del Regno.

Anche l’istruzione privata, che aveva sempre primeggiato su quella pubblica, subì una grande frenata poiché i migliori professori furono mandati in esilio, gli uomini più dotti furono rinchiusi nelle galere, gli istituti privati furono sottoposti a soprusi; da Napoli furono espulsi tutti gli studenti delle province, fu impedita la circolazione di nuovi libri provenienti da altre parti d’Italia e dall’estero, la stampa fu censurata e fu frenata la vita letteraria, che prima del 1848 era molto fiorente.2

Carlo Poerio fu preso spietatamente di mira. Si cercava ad ogni costo un pretesto per arrestarlo ed egli ebbe molti sospetti che prima o poi la polizia lo avrebbe trascinato nel carcere.

Dopo che il Parlamento fu sciolto, gli amici, anche alcuni dei suoi nemici e forse persino il re, con il quale il Poerio era rimasto sempre in buoni rapporti (tanto è vero che era riuscito a persuaderlo ad evitare la pena di morte per Giacomo Longo e Marino Delli Franci, che avevano partecipato all’insurrezione calabrese del giugno 1848) desideravano che Carlo Poerio si allontanasse da Napoli.

Ma egli, saldo nella sua coscienza, pur sapendo di essere pedinato e controllato, ebbe il coraggio di non partire. Non diede ascolto alle sollecitazioni di parenti ed amici che gli consigliavano di mettersi in salvo.

Carlo Poerio non temeva di andare in carcere. Come egli stesso asseriva, i veri uomini liberi erano coloro che avevano il coraggio civile di manifestare a volto scoperto la volontà di essere italiani coesi.

A Napoli soltanto i condannati, anche se costretti ai ferri, avevano l’onore di poter essere chiamati uomini liberi.

 

«Sarebbe bastato e forse basterebbe ancora la manifestazione di essere italiani compatti, con scritti, con rimostranze, con indirizzi, non già serbando cordialmente il velo dell’anonimo ma dando i propri nomi con pienezza di coraggio civile. E noi temiamo di andare carcerati per qualche giorno! Sapete che cosa si dice e non a torto? Che i soli condannati hanno in Napoli la gloria di potersi chiamare uomini liberi benché astretti ai ferri.»3

 

E così Carlo Poerio con grande forza d’animo, sicuro della sua innocenza e fedele ai suoi principî, affrontò il processo e il carcere senza mai piegarsi a chiedere la grazia al re.

Eppure c’è ancora oggi chi, preso da un delirio di esaltazione borbonica, tenta volutamente di occultare la tirannide di quel regime retrogrado e assolutista e osa addirittura sminuire o negare i disumani supplizi inflitti a Carlo Poerio e ai prigionieri politici del Regno delle Due Sicilie.

Tutto ciò può sembrare assurdo, eppure è vero.

Probabilmente, a coloro che oggigiorno si appellano al revisionismo storico non fa comodo ricordare questa triste e oscura pagina storica, che resta una macchia indelebile della dinastia borbonica.

Non è utile alla loro propaganda e per questo motivo si ostinano a nasconderla offrendo una visione falsata della storia, che oltraggia gravemente tutte le vittime del feroce dispotismo borbonico.

A loro fa comodo seguire la linea negazionista già intrapresa dal governo borbonico, che tentò in tutti i modi di camuffare i maltrattamenti inferti ai prigionieri politici non solo dopo la pubblicazione delle famose Lettere di Gladstone a Lord Aberdeen sui processi politici del governo napoletano (di cui ci sono prove inconfutabili della loro veridicità e attendibilità), ma anche successivamente, quando da più parti in Europa pervenivano richieste affinché venissero mitigate le pene dei detenuti politici napoletani.

Emblematico è il caso di Sir William Temple, Ministro dell’Inghilterra presso la corte di Napoli, che, al fine di raggiungere un miglioramento delle relazioni diplomatiche, il 19 maggio 1856 diresse al Ministro Carafa una nota del governo inglese che invitava ad intraprendere un nuovo sistema di politica interna e a proclamare un’amnistia generale.

In quella circostanza il governo napoletano veniva esortato ad amministrare rettamente la giustizia e a garantire la libertà individuale, ma il ministro Carafa replicò che i prigionieri ricevevano trattamenti umani e che le loro condizioni di salute erano buone.

Per confermare ciò furono trascritte in un memorandum due lettere di Carlo Poerio indirizzate alla zia Antonia, nelle quali egli, per tranquillizzarla, scriveva di stare bene.

La realtà però era nota a tutti e William Temple scrisse a Clarendon prendendo notizie da un memorandum redatto dagli amici dei detenuti, in cui si leggeva:

 

«Il Poerio ha sofferto in questi ultimi anni di una oftalmia prolungata, che l’ha minacciato di cecità. Egli ha avuto del pari frequenti attacchi di reumatismi ed una tosse ostinata e snervante; attualmente egli è gravemente malato di spinite, che fa temere un processo di consunzione. La debolezza del corpo gli rende sempre più insopportabile l’uso delle catene.»4

 

É risaputo che l’atteggiamento ostinato del governo di Napoli fece sì che nel mese di novembre 1856 la Francia e l’Inghilterra troncassero le relazioni diplomatiche con la corte borbonica e questo rese ancora più accesa la diatriba tra i sostenitori e gli avversari dei Borbone.

La vicenda di Carlo Poerio divenne il pomo della discordia internazionale; egli racchiudeva in sé tutta la questione napoletana, così come si legge in un articolo tratto dall’ Armonia n. 46 del 25 febbraio 1857 intitolato Carlo Poerio, il governo inglese ed il napoletano:

 

«Carlo Poerio, già ministro del Re di Napoli, oggidì in prigione per delitto di fellonia, è il pomo della discordia, è tutta la questione napoletana. […] Se domani il governo napoletano libera Carlo Poerio, è il migliore governo d’Europa; ma finché lo ritiene in prigione, è il pessimo dei governi.»5

 

L’autore dell’articolo metteva in dubbio i maltrattamenti subiti da Carlo Poerio:

 

«Ma è egli poi vero, che l’ex-ministro napoletano sia tanto maltrattato come dicono?»6

 

Per rispondere al quesito egli esaminava un documento del 27 ottobre 1856 scritto dal diplomatico inglese Petre, il quale comunicava al Clarendon che il Poerio, che soffriva di un tumore alla colonna vertebrale provocato probabilmente dalla lunga detenzione e dalla estrema dieta, era stato operato senza che gli venisse tolta la catena.

Secondo l’autore dell’articolo il dispaccio del signor Petre non era attendibile ed era la dimostrazione del fatto che il re di Napoli venisse calunniato dall’Inghilterra.

Ma, la realtà era ben diversa da ciò che si voleva far credere e fortunatamente i tentativi di difesa del governo borbonico da parte dei suoi sostenitori non riuscirono a placare il risentimento di coloro che difendevano la giustizia.

Cosicché, le spietate condanne del governo borbonico e le sofferenze inferte ai prigionieri politici accesero «lo sdegno di Clarendon innanzi all’Europa riunita in congresso a Parigi.»7

Ebbene, se ancora oggi, alla luce di innumerevoli documenti storici e incontrovertibili testimonianze che dimostrano i maltrattamenti inferti ai prigionieri politici del Regno delle Due Sicilie, ci sono persone che spudoratamente sostengono la linea negazionista del regime borbonico, bisogna fare molta attenzione e diffidare di loro che, a quanto pare, non amano la giustizia, la libertà e la verità.

A costoro sicuramente non è cara la memoria di Carlo Poerio e sappiamo perché.

 

 

 

Note

1. S.Castromediano, Milleottocento Quarantotto. Memoria del Barone Carlo Poerio, Lecce, Congedo Editore, 2014.

2. G. Nisio, Della istruzione pubblica e privata in Napoli dal 1806 al 1871, Napoli, Tip. Testa, 1871, p. 51.

3. Lettera di Carlo Poerio a Felice Barone, Napoli, 13 luglio 1848, in A. Saladino, Carlo Poerio e il liberalismo moderato meridionale, in «Atti del XXXVII Congresso di Storia del Risorgimento Italiano», Bari, Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, 1960, p. 231.

4. R. Cotugno, Tra reazioni e rivoluzioni. Contributo alla storia dei Borboni di Napoli dal 1848 al 1860, Lucera Frattarolo, s.d., p. 201.

5. Memorie per la storia de’ nostri tempi dal Congresso di Parigi nel 1856 ai primi giorni del 1863, Torino, Stamperia dell’Unione Tipografico Editore, 1863, pp. 375-376.

6. Ibidem

7. A. U. Del Giudice, I fratelli Poerio, Liriche e lettere inedite, Torino Roux Frassati, 1899.

 

 

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