Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Sistema economico e leva militare a Bisanzio

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Il sistema politico ed economico dell’Impero bizantino, dal VII  secolo con Eraclio al 1025 con Basilio II  il Macedone, si era sviluppato su una larga presenza della piccola proprietà contadina e militare che garantiva un rilevante gettito fiscale allo Stato bizantino e un’adeguata leva militare. La dinastia dei Macedoni da Basilio I a Basilio II  rafforzò questo sistema.

La guerra contro gli Arabi per la nobiltà agrario-militare dell’Impero bizantino era una esigenza connaturata alla loro esistenza. Il sistema politico-sociale da Eraclio a Basilio II cointeressò alla difesa dell’Impero i piccoli proprietari contadini e i soldati a cui venivano concessi appezzamenti di terre ai confini occidentali e orientali.

Dalla morte di Basilio II  (1025) fino al 1043 e oltre, l’Impero bizantino subì un processo di deterioramento politico, sociale ed economico, che, del resto, era già cominciato nel X secolo.

Probabilmente una delle fasi più acute di questa crisi si verificò con l’avvento dell’imperatore Costantino IX  Monomaco.

 

La piccola proprietà contadina non venne più salvaguardata, anzi, la si colpì con nuove tasse che finirono col disgregare il tessuto connettivo del sistema.

In questo periodo, all’interno dell’Impero, si avvertì una crisi politica e finanziaria: intrighi di corte, rivolte dei generali dell’esercito contro il governo centrale, squilibrio del bilancio, eccessiva fiscalità, venalità delle cariche, deprezzamento della moneta.

In politica estera declinò la potenza militare dell’Impero che divenne incapace di difendersi dagli attacchi dei Peceneghi, dalle rivolte dei popoli balcanici, dei Normanni in Occidente, dei Turchi in Asia.

Il potere imperiale rinunciò alla lotta contro la nobiltà feudale, divenendo esso stesso espressione della nobiltà,  di uno dei settori più forti della nobiltà: quella civile dei burocrati costantinopolitani in contrapposizione all’aristocrazia militare delle province.  

Il predominio della grande proprietà era già completo nel X secolo. Sembrava che i contadini coltivatori indipendenti fossero diminuiti rispetto ai contadini dipendenti.  

I grandi proprietari costituivano già un’aristocrazia fondiaria che assurgeva a classe dominante e dirigente dell’Impero.

Alla teoria monarchica formulata da Leone VI si opponeva nella pratica un sistema amministrativo, quello dei temi, che conteneva già i germi di un’evoluzione che favoriva la creazione di gruppi tendenti a sostituirsi all’autorità del governo centrale.

La straordinaria potenza degli strateghi dei temi, che riunivano nelle loro mani il potere civile e militare e da cui dipendevano il reclutamento dell’esercito dei temi e la nomina di certi ufficiali, fu, nel X secolo, il fattore più importante di una tale evoluzione.

Nel momento in cui l’aristocrazia fondiaria monopolizzò le alte cariche dell’esercito, fu facile ad essa entrare in possesso dell’esercito dei temi e trasformarlo in una specie di milizia al proprio servizio. Gli eserciti dei generali ribelli al potere centrale nel X secolo evano composti dai contingenti dei temi reclutati nelle province da cui gli strateghi provenivano e nelle regioni  che essi governavano ed erano fedeli ad essi e alle loro famiglie.

Il nerbo più solido dell’esercito era formato da soldati al loro soldo.

Questa situazione si aggravò nell’XI secolo.

I rappresentanti delle grandi famiglie militari che, in seguito all’insoddisfazione, reagirono violentemente contro il governo centrale, si ritirarono nelle loro province per complottare in sicurezza  e  riunire eserciti formati da familiari e fedeli seguaci.

Per contenere gli attacchi dell’aristocrazia militare delle province, gli imperatori cominciarono a concentrare il comando supremo di tutte le forze armate, quello delle truppe dipendenti  dal centro e quello dei temi dipendenti dagli  strateghi, nelle mani di fiduciari: i “tagmata”, ossia ufficiali generali dell’esercito centrale permanente, i domestici delle “scole”, che acquisirono importanza  a cominciare dalla seconda metà del X secolo,  e gli “stratopedarchi”, una sorta di generali in capo che controllavano in Oriente e Occidente l’insieme delle forze armate.

Questa tendenza alla concentrazione si accentuò nell’XI  secolo.

Gli ufficiali generali dell’armata centrale, i duchi e i catepani, le cui attribuzioni nel X secolo erano essenzialmente militari,  si presentavano, almeno in certe regioni di frontiera, come veri e propri governatori di province, e riunivano nelle loro mani il potere civile e militare. 

I cambiamenti sopravvenuti nel finanziamento e nel reclutamento dell’esercito dei temi andarono nella stessa direzione.

Già dal X secolo l’esercito centrale permanente dei  “tagmata” era molto più importante dell’esercito dei temi. D’altra parte l’autorizzazione sempre più estesa del riscatto del servizio personale donato ai possessori della terra militare e la fiscalizzazione della “strateia” allentarono il vincolo di dipendenza tra il militare dell’esercito dei temi  e la terra militare.

Questa situazione si accentuò nell’ XI secolo.

La fiscalizzazione della “strateia” tese a generalizzarsi, e lo stesso termine non designava più che un’imposta speciale destinata ai bisogni dell’esercito.

Il  finanziamento e il reclutamento degli eserciti dei temi non differirono più da quelli dei “tagmata” il cui numero crebbe.

L’esercito dipese sempre di più dal governo centrale che lo finanziava.

La caratteristica più notevole di questo periodo fu la rinascita del Senato e l’entrata nel gioco istituzionale e politico dell’elemento borghese delle grandi città.

Lo sviluppo progressivo della classe dei commercianti e artigiani, che delineò i primi  tratti di una borghesia ancora indistinta, cominciò dalla fine del X  secolo, divenendo sempre più manifesto nell’XI secolo.

I commercianti e gli artigiani cominciarono a differenziarsi dal resto del popolo e a formare una vera e propria classe media che prense a poco a poco coscienza della propria autonomia e dei propri interessi.

Essa cominciò a contare nella politica dell’Impero.

In conflitto con l’aristocrazia questa classe poteva essere di sostegno alla politica centralizzatrice e gli imperatori dell’ XI  secolo se ne servirono.

Questo orientamento apparve a partire da Michele V e soprattutto a partire da Costantino IX  Monomaco.

L’accesso al Senato non avvenne più in base a concezioni aristocratiche di selezione:  fu possibile anche ai plebei, ai commercianti e agli artigiani accedere a questa istituzione.

Questa evoluzione politica verso un centralismo statale diretto contro l’aristocrazia e le tendenze centrifughe provocò reazioni  violente, da cui  sorse la crisi politica acuta di questo periodo.

La conseguenza più sorprendente di questa crisi fu la debolezza militare dell’Impero, che, apparendo già nel secondo quarto dell’XI secolo, portò ad una disorganizzazione completa di tutto il sistema difensivo dell’Impero dopo gli anni Sessanta.

I successori di Basilio II cercarono di riformare le strutture dello Stato e abbandonarono la politica di espansione e di conquista.

Si confidò eccessivamente nella potenza e nel prestigio dell’Impero, nella pace alle frontiere e nelle virtù della diplomazia, allentando lo sforzo necessario per mantenere in piedi il sistema difensivo.

Ma questo non significa che gli imperatori  deliberatamente indebolissero l’esercito. La generalizzazione all’XI  secolo della riforma operata nel X secolo riguardante  il reclutamento, il finanziamento e il comando dell’esercito non compromise la forza e il carattere indigeno dell’esercito.

L’accresciuto predominio dell’esercito centrale dell’XI secolo non sembrò giustificare la scomparsa dell’esercito dei temi comandato dagli strateghi.

Durante la prima metà dell’XI  secolo l’elemento indigeno rimase preponderante nell’esercito, malgrado l’aumento progressivo dei mercenari e degli alleati, fu durante la seconda metà dell’XI  che l’elemento straniero acquisì un’importanza capitale. Alla trasformazione dell’esercito nella seconda metà dell’XI  secolo contribuirono la sfiducia nei contingenti indigeni, composti di elementi etnicamente affini agli invasori e poco attaccati all’Impero,  che davano poco affidamento nel caso di rivolte degli strateghi e contro i nemici esterni e la diminuzione della popolazione insieme alla crisi dell’economia rurale che provocò una crisi finanziaria ed economica generale.

Già dal X  secolo si assisté alla diminuzione progressiva della popolazione soprattutto rurale. Siccità, carestie e altri flagelli, guerre e rivolte furono per le cronache dei tempi le cause principali di questa evoluzione demografica.

Lo sviluppo della grande proprietà continuò nell’XI secolo, sviluppo della proprietà ecclesiastica e statale e può essere considerato come una delle cause essenziali e allo stesso tempo come un indice serio di questa diminuzione della popolazione rurale.

Una diminuzione sensibile della produzione  agricola fu il risultato diretto di questa situazione che, in un sistema essenzialmente rurale, influì su tutta l’economia.

D’altra  parte, dalla fine del X secolo le guerre, le rivolte e le incursioni impedirono il commercio con la Russia, i Paesi balcanici e l’Oriente. 

Nell’XI secolo non rimaneva che il commercio con l’Italia che era in crescita. Veneziani, Amalfitani e mercanti d’altre città dell’Italia si erano stabiliti nell’Impero e intrattenevano con esso attive relazioni commerciali.

Appariranno così i primi sintomi della perdita dell’iniziativa di Bisanzio, iniziativa che passò nelle mani delle repubbliche italiane.

A partire da Michele IV  (1034-1041) prese inizio una crisi finanziaria progressivamente aggravata, fino a divenire allarmante all’epoca di Niceforo Botaniate.

Contemporaneamente si verificò  un deprezzamento della moneta.

Dal secolo XI la politica fiscale fu diretta essenzialmente contro i potenti civili e militari laici, ma anche contro gli ecclesiastici al fine di limitarne i privilegi e gli abusi.

La prodigalità di certi imperatori come Costantino VIII, Romano  III Argiro,  Zoe e Teodora, Costantino IX Monomaco non basta a spiegare la rovina delle finanze imperiali.

La distribuzione sempre più estesa di dignità da parte di questi imperatori per procurarsi  una clientela nei corpi  costituiti dello Stato, le concessioni di titoli che comportavano remunerazioni annuali ai capi dei popoli stranieri e i versamenti di grosse somme di danaro per prevenire gli attacchi e per conciliarsi l’alleanza di questi popoli furono fattori seri ma non gli unici che determinarono che la crisi finanziaria.

La causa essenziale dell’aumento delle spese imperiali è da ricercarsi nello sforzo militare per la difesa dell’Impero che non fu abbandonata per quanto le cronache bizantine lanciassero accuse di pacifismo e negligenza.

D’altra parte questo aumento delle spese fu seguito dalla diminuzione progressiva delle entrate dello Stato.  

Fattore consequenziale fu la diminuzione della produzione agricola  determinata dal calo della popolazione rurale e dalla rovina delle campagne a causa delle invasioni e delle rivolte.

L’aristocrazia militare reagì attaccando il partito civile al potere a Costantinopoli dopo il 1025, ritenendolo responsabile di una politica deliberatamente antimilitare. Giorgio Maniace, seguito nella sollevazione italiana da gran parte dell’esercito, si inserì in questa logica anticentralistica propria  dell’aristocrazia militare bizantina che si sentiva defraudata del suo potere feudale.

L’unica opposizione  contro il partito civile burocratico di Costantinopoli era quella dell’aristocrazia militare.

Il governo del partito civile ridusse gli effettivi dell’esercito e per reperire nuove entrate fece pagare le tasse anche ai contadini-soldati.

Ma colpire l’aristocrazia militare delle province significava anche colpire l’autonomia quasi illimitata di cui essa godeva.

L’aristocrazia militare asiatica poteva contare a corte sull’appoggio di numerosi segreti sostenitori che non condividevano, per esempio, la politica antimilitare di Costantino IX.

L’atteggiamento dell’aristocrazia militare delle province fu una reazione contro la disgregazione e la decadenza dell’Impero, ma anche contro l’assenza di una politica che teneva conto dei due poli nevralgici dell’Impero bizantino: l’Italia e Costantinopoli.

L’Occidente e l’Oriente  erano stati abbandonati a se stessi, in balia dei nemici che, una volta unitisi da Occidente a Oriente, potevano in qualunque momento sferrare un decisivo attacco al cuore del sistema difensivo bizantino.

Consapevolmente o inconsapevolmente almeno una parte di questa stessa aristocrazia si inserì in quella che era stata l’ottica globale e mediterranea dei Macedoni.

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

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