Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Disegni di prigionia come fonte storica

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Pierino SaragniLa prigionia dei militari italiani durante la seconda guerra mondiale è un tema quasi del tutto inesplorato ed ignorato dalla storiografia italiana del dopoguerra.

Più che di prigionia, meglio sarebbe parlare “delle prigionie” – numerose e molto diverse tra loro – alle quali sono stati sottoposti centinaia di migliaia di militari italiani tra il 1940 e il 1945 (ed oltre, se consideriamo anche l’attesa per il rimpatrio di molti di loro).

Questo discorso, su di un piano più generale, può essere esteso anche al fenomeno dei reduci nel suo complesso (anche in questo caso “reduci”da numerose e differenti situazioni).

Un tema sul quale ha recentemente riacceso una luce di interesse – che per decenni è rimasto confinato nell’esclusiva sfera d’attenzione delle associazioni dei reduci e delle loro riviste e pubblicazioni a diffusione inevitabilmente limitata – il volume di Agostino Bistarelli intitolato La storia del ritorno. I reduci italiani del secondo dopoguerra.

Il libro ha contribuito a colmare una lacuna, considerato che – come ha scritto Claudio Pavone nell’articolo di presentazione dell’opera su Repubblica dello scorso 10 ottobre -  «nonostante le sue imponenti dimensioni (centinaia di migliaia di persone), il fenomeno [dei reduci] abbia trovato poco spazio nella storiografia e presenza molto limitata nella memoria collettiva, al contrario di quanto era avvenuto per i reduci della prima guerra mondiale».

Per questi ultimi, infatti, esisteva fin dal 1974 uno studio organico di Giovanni Sabatucci, I Combattenti del primo dopoguerra».

Anche per “le prigionie” esiste una analoga disparità di trattamento in sede storiografica tra le due guerre mondiali.

Se per il conflitto del ’15-’18, infatti, si può far riferimento al volume di Giovanna Procacci Soldati e prigionieri italiani nella Grande Guerra, per quello del ’40-’45 non si va oltre qualche buon approfondimento, tra cui Le diverse prigionie dei militari italiani di Giorgio Rochat, in appendice a Le guerre italiane 1935-1943.

 

 

La memoria divisa

 

Tale carenza di studi e ricerche, naturalmente, non è riconducibile solo ad una mancanza di volontà da parte degli storici.

L’approccio storiografico al tema dei reduci e, più nel dettaglio, a quello dei reduci dalle diverse prigionie della seconda guerra mondiale, evidentemente, presenta non poche difficoltà. Innanzitutto, nel dopoguerra c’è stato, e c’è ancora, lo scoglio da superare della cosiddetta “memoria divisa”.

La mancata esistenza di una memoria univoca e, appunto, “condivisa” delle esperienze vissute tra il 1940 e il 1945 fonda le sue radici proprio nel groviglio di situazioni differenti in cui i militari italiani si sono trovati prima e dopo l’8 settembre: diversi fronti (Francia, Africa Orientale, Nord Africa, Grecia, Jugoslavia, Russia); diverse scelte fatte in seguito all’armistizio (resa e consegna delle armi ai tedeschi, tentativi di resistenza, arruolamento sotto la bandiera dell’alleato del giorno prima, fuga con i «ribelli» in Italia e all’estero).

Diversi fronti su cui hanno continuato la guerra dopo l’armistizio (partigiani italiani o stranieri, Corpo Italiano di Liberazione, RSI, formazioni tedesche).

Diverse prigionie (sotto gli Alleati anglo-americani in campi disseminati in varie parti del mondo, sotto i russi, sotto i tedeschi come IMI e lavoratori coatti, sotto i russi e gli jugoslavi dopo aver già vissuto la prigionia nazista).

Diverse scelte fatte durante la prigionia e l’internamento (adesione o rifiuto alla proposta di arruolarsi nelle SS o con la RSI durante l’internamento, adesione o rifiuto alla proposta rivolta agli ufficiali di lavorare per i tedeschi, cooperazione o non cooperazione con gli Alleati).

Questo complesso e variegato mosaico rappresenta una delle principali eredità che la seconda guerra mondiale ha lasciato al Paese nel periodo della sua ricostruzione, materiale e politica. Con l’aggravante che molti di questi uomini, volenti o nolenti, per convinzione o per obbligo, per senso del dovere o per puro caso, si erano trovati dapprima a combattere la guerra d’aggressione voluta del regime fascista e poi a rinnegarla e contrastarla in vario modo e in varie forme dopo il suo fragoroso fallimento.

Tutto ciò fece prevalere, praticamente su tutti, la voglia di voltare pagina e di calare un velo di oblio su vicende personali e collettive nelle quali a posteriori si faticava a riconoscersi.

 

Le fonti scomparse

 

Il ritardo storiografico ha anche motivazioni legate alla scarsa disponibilità di fonti in tema di prigionia.

I documenti “ufficiali” italiani sono per lo più schede di rimpatrio e pratiche per la pensione, ma sono andati dispersi tra mille uffici amministrativi, distrutti, oppure coperti da limiti di privacy.

I documenti di parte straniera sono di altrettanta difficile reperibilità o sono stati deliberatamente distrutti, come nel caso dei nazisti responsabili di una gestione sistematicamente criminale dei prigionieri.

Salvo qualche Relazione, però, i documenti “burocratici” costituiscono una importante banca dati statistica – di grande importanza per gli storici – ma non forniscono ulteriori informazioni sulle reali esperienze vissute in prigionia.

Per indagare questi aspetti, dunque, oltre le testimonianze rese successivamente dai reduci, restano i pochi “effetti personali” che essi riuscirono a far arrivare in patria o a portare con sé dopo la guerra: cartoline, lettere, diari, appunti, fotografie (molto rare) e disegni, che oggi sono per lo più sparse in innumerevoli micro-archivi familiari.

A questo genere di fonti ci siamo rivolti per approfondire la storia degli IMI, nonché delle altre prigionie.

 

I disegni di Pierino Saragni

 

Uno spaccato interessante della prigionia in Africa emerge dai numerosi disegni che l’allora soldato Pierino Saragni – nel dopoguerra pittore e autore di vetrate artistiche soprattutto per chiese, nonché cavaliere del lavoro per meriti artistici – realizza negli anni di reclusione sotto gli Alleati, tra l’estate del 1943 e la fine del 1945 (si ringrazia la famiglia, ed in particolare la figlia Marialuisa e la nipote Erica Valle, per averne permesso la pubblicazione).

Sebbene gli anglo-americani non abbiano condotto una gestione deliberatamente criminale dei prigionieri, a differenza del sistema concentrazionario nazista verso russi e italiani, anche quella prigionia ha avuto le sue efferatezze, le sue sofferenze fisiche e psicologiche ed il suo prezzo elevato in termini di vite umane.

Essa ha riguardato 400.000 uomini catturati dagli inglesi in Africa Orientale e Settentrionale, 40.000 dai francesi in Tunisia e 125.000 dagli americani in Tunisia e Sicilia. Pierino Saragni è uno di questi ultimi (nato a Milano il 1° febbraio 1910, viene chiamato alle armi il 2 settembre 1942 e inviato in Sicilia, prima a Messina poi a Bagheria, con un Battaglione della Guardia Costiera, presso il Comando Difesa Porto.

Fatto prigioniero nel 1943, viene portato in Tunisia e in Algeria e rimpatrierà solo nell’ottobre del 1945; è morto a Genova il 18 aprile 1988).

Naturalmente non tutti vissero lo stesso tipo di esperienza.

I disegni di Saragni mettono innanzitutto in evidenza l’ambiente della prigionia, che si svolge prevalentemente nelle tende da campo.

Anche se non ci sono le baracche, tipiche ad esempio della prigionia in Germania, «il mio posto letto sotto la tenda» ha le caratteristiche di ogni prigionia: poco spazio a disposizione, la branda tenuta in ordine nei limiti del possibile, un misero bagaglio e pochi oggetti personali salvati al momento della cattura ammassati in un angolo, pochi strumenti di sopravvivenza gelosamente custoditi come la gavetta, il cucchiaio, la borraccia.

Altro elemento “universale” – oltre all’onnipresente reticolato che incornicia la vista di un orizzonte vuoto e squallido – è l’odiosa scritta con la vernice bianca sul retro della giacca (che nel caso di Saragni è «PW», Prisoner Of War), associata ad un numero di matricola.

La matita di Saragni, dunque, ferma sul foglio le caratteristiche più aberranti della prigionia moderna: spersonalizzazione dell’individuo, realizzata attraverso la sua riduzione ad un numero o ad una sigla e con la condivisione forzata di spazi ristretti con un gran numero di uomini.

Abbrutimento fisico e morale, evidente nelle frequenti immagini di uomini che trascorrono la giornata buttati a terra, con lo sguardo perso nel vuoto, vestiti di stracci – pochi o molti a seconda del clima gelido o torrido – che spesso sono il lontano ricordo di una divisa, sempre la stessa, indossata da anni.

A tutto questo, però, i prigionieri cercano di “resistere” organizzando nel campo attività culturali e ricreative come – dove ciò è consentito – partecipando con testi ed illustrazioni ai giornali e ai bollettini diffusi nel campo.

A livello individuale, invece, ciascuno ricorre ai propri espedienti, come nel caso delle vignette autoironici in cui Saragni ritrae un gallo che suona a ritmo «allegro ma non troppo» o lo sbigottimento di un malcapitato PW che ha avuto la sventura di dover ricorrere all’infermeria del campo.

Dai disegni spuntano anche i volti dei carcerieri, e qui le strade dei singoli prigionieri tornano a prendere direzioni diverse.

Saragni fa il ritratto dell’«amico algerino», che non ha nulla a che vedere, ad esempio, con i freddi tedeschi.

Così come lo scenario assume dei connotati diversi quando, finita la guerra, gli ex-prigionieri - sopravvissuti all’immane tragedia – restano a lungo in attesa di poter rientrare in Italia e riabbracciare le loro famiglie.

In attesa di quel giorno e del ritorno ad una vita normale, su di un tavolo spunta persino un vaso colorato con dentro una pianta.

 

 

("Rassegna", ANRP, n. 12, Anno XXIX, dicembre 2007)

Mario Avagliano

 

 

 

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