Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Pasquale Cecchi, il sindaco della Stalingrado del Sud

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Pasquale CecchiIl 26 febbraio 1979, 40 anni fa, scompariva Pasquale Cecchi, il primo sindaco comunista di Castellammare di Stabia, storica figura di antifascista che militò nel Partito Socialista aderendovi fin dal 1910.1

In quell’anno i tre fratelli, Camillo, Pasquale e Antonio decisero di iscriversi presso il circolo giovanile di Scafati, cittadina nella quale erano nati, salvo poi aderire al Partito Comunista d'Italia fin dalla sua fondazione, il 21 gennaio 1921, furono, anzi, tra quanti aderirono alla Frazione comunista del Psi, costituita nel 1919 da Amedeo Bordiga e Antonio Gramsci, all'indomani del Congresso di Bologna.

Pasquale era figlio di Mariano Basilio, nato a Oliveto Citra nel 1865, maestro elementare trasferitosi a Scafati nel 1890 dove conobbe e sposò Clotilde Langella (1862-1941), anch'essa maestra elementare.

Dal matrimonio, tra il 1891 e il 1905, nacquero sei figli, Camillo, Pasquale, Antonio, Rosa, Giovanna e Mario. Basilio vinse nel 1905 il concorso per direttore didattico indetto dal comune di Castellammare di Stabia.

Dopo alcuni anni di pendolarismo fra le due cittadine si trasferì, infine, nella Città delle Acque verso la fine di novembre del 1912; qui, nella sua casa di via Napoli, attuale via Roma, morirà nel 1932, «spezzato da una malattia crudele.»2

Basilio fu un socialista moderato, un direttore didattico delle scuole elementari, un uomo di cultura cui non mancarono i riconoscimenti per il lavoro svolto, come le due medaglie, la prima di bronzo, la seconda d'oro, consegnate dal Ministero dell’Educazione Nazionale, quale benemerito dell'istruzione elementare.

La stampa non mancò di rendergli l'omaggio dovuto, all'indomani della sua scomparsa. Le stesse medaglie le riceveranno sia lo stesso Pasquale, sia le due sorelle, Rosa e Giovanna, anch'esse direttrici scolastiche, poi ispettrici.

Al grande Educatore di tante generazioni di giovani stabiesi, nel secondo dopoguerra, con delibera del 27 maggio 1944, sarà intitolato lo stesso edificio di cui fu direttore didattico  per 27 anni, nome che porta ancora oggi e che in precedenza aveva portato il nome del padre del duce, Alessandro Mussolini.3

Anche Rosa, scomparsa nel 1978, avrà l'onore di vedersi intitolato un edificio scolastico, quello di via Colle San Bartolomeo a Pompei, anche se, ormai, da diversi anni lo stesso risulta modificato a favore di Luigi Leone, un altro  ex direttore che aveva diretto quello stesso  istituto e morto all'inizio del XXI secolo.

È da evidenziare che poche famiglie, come quella dei Cecchi, possono vantare di aver inciso nel loro insieme alla vita politica e sociale della loro città. In realtà città di adozione visto che l’origine non era stabiese, provenienti com'erano, come si è già detto, della vicina Scafati. Forse solo la famiglia Gaeta può vantare lo stesso primato nell’ambito della storia del locale movimento operaio. Basti pensare al nome illustre di uno dei primi socialisti di Castellammare, Raffaele Gaeta e, non da meno era stato il contributo dato dai figli, Oscar e Nino.4

In realtà nulla faceva presagire che il giovane Pasquale fosse destinato ad una così lunga e importante carriera politica, i suoi inizi sono oscuri, tipici più del simpatizzante che dell'attivo militante, infatti non esiste nessuna documentazione che lo riguardi prima della sua elezione a vicesindaco socialista della cittadina stabiese.

Lo ignora la polizia politica (e sappiamo che ci voleva ben poco per entrare negli schedari del Casellario, senza essere estremisti: bastava diffondere l’Avanti, intervenire, magari con veemenza, nelle riunioni di sezione per finire in qualche rapporto di zelante poliziotto), nessun cenno sull'Avanti! di un suo articolo, comizio, intervento pubblico, carica politica o che altro.

Sembra che i primi anni, da quando nel 1910 si iscrisse al circolo giovanile socialista di Scafati, sia politicamente vissuto all'ombra del fratello minore, Antonio, fatto di ben altra tempra e non a caso segnalato dalla locale sottoprefettura come sovversivo fin dal 1914.5

A confermare la sua scarsa o nulla attività politica nei primi anni è lo stesso Pasquale, quando nella sua citata memoria afferma che ha conosciuto Bordiga al tempo in cui fece parte della Frazione comunista, alla vigilia del Congresso di Livorno, nonostante che il futuro fondatore del Pcd'I fosse attivo frequentatore dei circoli socialisti dell'area stabiese e della stessa Scafati fin dal 1911.

Probabilmente Pasquale, oltre l'iscrizione e una blanda frequentazione non andò, dedicandosi completamente agli studi, ginnasiali, liceali ed infine universitari.

La sua stessa nomina a vicesindaco sembrerebbe dovuta più al carisma del fratello Antonio, già Segretario Generale della Camera Confederale del Lavoro di Castellammare di Stabia nel 1919, poi di quella ben più importante di Napoli, nonché dirigente nazionale della Frazione comunista nel 1920, che a riconosciute capacità politiche del fratello maggiore.

In definitiva si può affermare, con alto margine d sicurezza, che la militanza politica vera e propria di Pasquale abbia avuto inizio con il suo ritorno dalla guerra e alla successiva laurea conquistata il 13 luglio 1919, quando l'intera Italia si professava socialista, convinta com'era dell'imminente rivoluzione proletaria, benedetta dallo stesso Lenin, a sua volta convinto che il nostro Paese fosse ormai maturo per fare il grande salto verso la sovietizzazione. 

Il secondogenito Pasquale era nato a Scafati il 30 giugno 1893, nella casa materna di via Casa Bracco, dove, proprio sotto la loro abitazione, vi era la sede della locale Camera del Lavoro, succursale di quella esistente a Torre Annunziata.

Per inciso l’organizzazione sindacale oplontina era sorta, tra le prime in Campania, nel febbraio 1901, diventando ben presto una delle più forti e agguerrite dell'intero Mezzogiorno sotto l'abile guida di capaci dirigenti, il più importante dei quali fu l'indomabile Gino Alfani.

Di questi primi anni del '900 Pasquale conservò un ricordo vivo, fino a scriverne nell'autunno della sua vita, nel febbraio del 1972:

 

«Ricordo che la sera i frequentatori cantavano e anche ballavano al suono della fisarmonica. Scafati era un centro operaio molto importante. Vi erano delle fabbriche di filatura, di cui due principali appartenenti a due industriali svizzeri – tedeschi, Wenner e Weidmann, dove lavoravano molte donne. Vi era anche l’istituto sperimentale per la coltivazione dei tabacchi, unico in Italia, dove lavoravano uomini e donne guidati da dottori e periti agrari. Molti operai andavano a lavorare nella Ferriera di Torre Annunziata.   Negli anni 1908/1909, quando la mia famiglia andò ad abitare a Piazza Fontana, quasi tutte le domeniche, in quella piazza, si tenevano comizi di propaganda progressista. Venivano oratori socialisti, repubblicani, l'intera sinistra dell'epoca veniva a fare propaganda (...)»6

 

Furono queste prime esperienze ad orientarlo verso il movimento operaio, indicandogli ben presto quale doveva essere l’ideale politico da seguire, quello del socialismo, attratto da quegli uomini e da quelle donne che frequentavano la Camera del Lavoro, seguendo dal balcone di casa gli scioperi, le manifestazioni e i comizi che si tenevano.

Così, con i fratelli, Camillo e Antonio decise di iscriversi alla locale sezione del circolo giovanile socialista, dove tra gli altri conobbero il giovane e ambizioso Amedeo Bordiga.  Il futuro fondatore del Partito Comunista d'Italia era di casa nell'area stabiese torrese e nell'agro nocerino sarnese.

In particolare, a Scafati dove veniva spesso a tenere comizi e conferenze nei primi tempi del suo praticantato politico, ai tempi delle furiose e sfortunate lotte dei tessili, dando vita ad una amicizia con il fratello minore, Antonio, che durerà per tutta la vita

Sul finire del 1912 la famiglia Cecchi si trasferì a Castellammare, andando ad abitare in via Napoli 169 (nel tratto attualmente denominato via Roma).

Nella Città delle Acque i tre fratelli Cecchi non trovarono difficoltà ad inserirsi nel Movimento Operaio locale. Più degli altri due lo fece Antonio, destinato a diventare un dirigente nazionale della Sinistra socialista e poi del futuro PCd’I nato dalla scissione del Psi nel gennaio 1921, con Amedeo Bordiga che ne divenne il primo Segretario Generale.

Una carriera politica da Segretario, quella di Bordiga, destinata a durare poco, spodestato come fu nel 1926, senza tanti complimenti, da Antonio Gramsci, più in linea con gli ordini impartiti dalla Patria del socialismo, la Russia sovietica di Stalin.

Mentre il più giovane Antonio si dava anima e corpo al Partito, tralasciando gli studi, Pasquale, completati gli studi liceali, si iscrisse all'università, facoltà di giurisprudenza.

Poi venne la guerra, la Grande Guerra, con il suo carico di orrori infiniti, di morti inutili per una vittoria definita mutilata e che aprirà altri scenari, fino ad aprire le porte al regime fascista.

Ma intanto Pasquale, in quel maggio del 1915 fu tra i primi ad essere mobilitato. Dopo un corso accelerato fu nominato sottotenente e inviato al fronte, presso il Comando di Udine.

In seguito, per ragioni di salute, fu addetto ai servizi sedentari, ai reparti di scorta dei prigionieri di guerra che costruivano difese lungo gli affluenti dell'Adige.

Rientrato a Castellammare riprese gli studi, laureandosi il 13 luglio 1919, riuscendo poi a dedicarsi completamente alla vita di Partito.

Intanto dalla guerra era rientrato anche il fratello Antonio, attivandosi immediatamente nelle furiose lotte sindacali di quei mesi e riuscendo in breve tempo, anche grazie al lavoro preparatorio di quanti erano rimasti in città, in testa l'egregio professore di matematica, Pietro Carrese, tra l'altro in quel periodo corrispondente locale del quotidiano nazionale del Partito, l'Avanti!, a riorganizzare il movimento operaio portandolo sulla linea estremista che si riconosceva in Amedeo Bordiga, rifondando la Camera Confederale del Lavoro, ormai chiusa e abbandonata da diversi anni, e divenendone il primo Segretario Generale già nell'aprile di quel 1919.7

Arrivarono le prime elezioni amministrative di quel furioso dopoguerra, il 31 ottobre 1920, e, sulla scia dei poderosi scioperi che infiammarono quegli anni, passati alla storia come il biennio rosso, per molti vissuto come preparazione verso la rivoluzione, auspicata da molti ma in realtà voluta da pochi, il Psi vinse trionfando in oltre duemila municipi, quasi tutti del centro nord.

Nel napoletano le uniche vittorie si contarono a Torre Annunziata, portando in trionfo l’antico e mai domo sindacalista, Gino Alfani, divenuto sindaco a furor di popolo, e a Castellammare di Stabia dove ad essere eletto Primo Cittadino fu Pietro Carrese. Suo vice, neanche a dirlo, fu nominato Pasquale Cecchi che aveva ben figurato nella lista con ben 2.419 preferenze, piazzandosi terzo subito dopo Pietro Carrese (2.545) e Pasquale di Nola (2.428).

Quest’ultimo eletto poi assessore al bilancio.

Fu breve l'amministrazione rossa, appena 63 giorni. I fatti sono noti e allora lasciamo che a ricordare quei giorni sia lo stesso Cecchi, attraverso la lente dei suoi ricordi personali.

 

«L'amministrazione prese dei provvedimenti finanziari che non piacquero ai colpiti, per cui cominciò l'opposizione dei ceti medi, dei grandi e piccoli commercianti. Ma il fatto che diede motivo ai cosiddetti partiti dell'ordine per organizzare un’azione di forza contro l'Amministrazione fu la deliberazione del Consiglio Comunale di intitolare Piazza Municipio, Piazza Spartaco, in memoria e onore di Carlo Liebknecht ammazzato in Germania durante i moti spartachisti insieme a Rosa Luxemburg. Il nome di Spartaco fu il pretesto per giustificare lo scatenarsi della reazione contro l'amministrazione popolare e contro le organizzazioni politiche   e sindacali dei lavoratori di Castellammare di Stabia. Gli avversari organizzarono una manifestazione contro il Municipio per il 20 gennaio 1921. Noi facemmo di tutto per evitarla ma la polizia non ne volle sapere affermando che il corteo sarebbe passato lontano dal municipio. Ma poiché non si fidavano le organizzazioni operaie proclamarono contemporaneamente lo sciopero generale a difesa del comune. A contenere la folla ammassata sotto e davanti al palazzo comunale c'era un reparto di carabinieri fra il giardinetto che sta al centro della piazza e il palazzo ex Seminario, a destra, e un reparto di guardia di finanza a sinistra, fra lo stesso giardinetto e il fabbricato dell'ospedale San Leonardo.»

 

Quando il corteo arrivò, invece di proseguire dritto per via Giuseppe Bonito, com'era ne programmi stabiliti, svoltò improvvisamente verso la piazza cominciando ad inveire contro il Municipio e lanciando sassi contro gli operai che lo proteggevano.

Prosegue Pasquale Cecchi nel suo memoriale dattiloscritto il 29 febbraio 1972 e oggi in possesso dell'autore:

 

«Mi vennero a chiamare mentre ero occupato come ufficiale dello stato civile a raccogliere promesse di matrimonio, affinché intervenissi per evitare gravi conseguenze, ma il vicecommissario di Pubblica Sicurezza, Grassi, al quale mi rivolsi, disse che erano gli operai a lanciare sassi e ad offendere gli altri.

In quel momento si sentì un colpo di pistola che colpì in fronte il maresciallo dei carabinieri, uccidendolo sul colpo (…).»

 

Fu l'inizio della fine. Dopo Ferrara e Bologna a cadere doveva essere la futura Stalingrado del Sud, una delle poche roccaforti rosse del napoletano e della Campania.

Come per un tragico ed inevitabile segnale tutti iniziarono a sparare e a cadere furono cinque innocenti cittadini.

Mentre una parte degli scioperanti corse a ripararsi dentro il municipio, il vicesindaco scappò in via Coppola, una strada laterale   al palazzo municipale. 

Quando le porte del Municipio si aprirono le forze dell'ordine entrarono arrestando tutti quelli che vi avevano trovato rifugio, compresi gli stessi consiglieri comunali asserragliati dentro a sua difesa.

La reazione, mascherata del solito falso patriottismo, sfogava il suo odio e le sue paure bolsceviche con i cosiddetti partiti dell'ordine, calpestando la volontà popolare espressa legalmente e liberamente. Spalleggiati dalle autorità governative e dalle forze di polizia, sempre più fascistizzate, i novelli barbari massacrarono i lavoratori raccolti a difesa del loro comune, seminando lutto e disordine.

Tra le centinaia di fermi e di arresti che si susseguirono nelle ore successive cadde lo stesso vicesindaco, ma ben presto furono costretti a rilasciarlo per insufficienza di prove, non senza farlo marcire in galera per diversi mesi, scarcerandolo verso la metà di ottobre. Gli ultimi 15 sui quali gravavano più pesanti accuse e rimasti in carcere per essere processati furono poi assolti il 6 aprile 1922.

La strage fascista di Piazza Spartaco, gli arresti, lo scalpore dei fatti che occuparono la cronaca di quei mesi non potevano non incidere sulle decisioni del Partito, impegnato nelle elezioni politiche che si dovevano tenere il 15 maggio 1921, ed infatti nella lista  presentata nella circoscrizione di  Napoli entrarono ben tre indagati, nel frattempo ancora incarcerati, il vice sindaco Pasquale Cecchi, l'assessore ai lavori pubblici, Antonio Esposito e il Segretario della Camera Confederale del lavoro stabiese, succeduto ad Antonio Cecchi, il professore Michelangelo Pappalardi, stupenda figura di militante comunista.

Nessun candidato della lista presentata dal Pcd'I nella circoscrizione risulterà eletto, conquistando complessivamente appena 3.854 voti.8

I voti di preferenza conquistati da Cecchi furono 976, Andò leggermente meglio al suo compagno di lista e di sventura, Antonio Esposito con 1.228, mentre Michelangelo Pappalardi si fermò a 700 voti. La gran parte dei voti stabiesi e del circondario si erano concentrati sul vecchio compagno di lotta, rimasto fedele al Partito socialista, Andrea Vanacore con 15.355 preferenze. Molte ma non sufficienti a garantirgli l’elezione a deputato, posto conquistato da ben tre socialisti: Arnaldo Lucci, Bruno Buozzi e Corso Bovio. 

Ancora prima, il 10 aprile 1921, si erano svolte, dopo una breve gestione commissariale, le nuove elezioni amministrative. Le votazioni ancora una volta premiarono la lista unitaria socialcomunista passando da 2.200 voti a 2.700, ma purtroppo non furono sufficienti.

Il sistema maggioritario premiò la più ampia coalizione, che oggi definiremmo di Centro destra, con l’aggravante che la maggioranza dei candidati si era già orientata verso il sempre più arrogante e violento fascismo, ormai dilagante nel Paese.

La lista di sinistra portò nella nuova assise comunale soltanto tre consiglieri, Andrea Vanacore, Raffaele Guida e Antonio Esposito, tra l'altro tutti e tre ancora rinchiusi in carcere, in attesa del processo e per questo costretti ben presto a dare le loro dimissioni.

Sindaco, e successivamente primo Podestà sotto il regime nero, fu eletto Francesco Monti. La sua carriera politica non fece molta strada: giudicato un cattivo amministratore della cosa pubblica dagli stessi fascisti, finì sotto inchiesta fino ad essere espulso dal Partito di Mussolini nel 1929.

Intanto nel Paese gli spazi per la libera espressione politica si restringevano sempre di più fino a soffocarli nel modo più duro e spietato, con le aggressioni fisiche, i pestaggi, gli assassinii, la perdita del posto di lavoro, il carcere, il confino politico. Era iniziato il regime fascista che avrebbe cancellato con la tirannia ogni anelito di libertà per i successivi venti anni.9

A Pasquale non restò che chiudersi nella sua vita privata, a dedicarsi alla sua famiglia e a cercarsi un lavoro che ancora non aveva, utilizzando la sua laurea in giurisprudenza. Inizialmente cominciò a frequentare qualche studio di avvocato, fino a quando, il 16 maggio 1922, non fu nominato insegnante elementare in seguito ad un concorso del 1919 al quale aveva partecipato subito dopo il rientro a casa dal conflitto bellico.

Il suo primo incarico fu in una scuola di Vico Equense ma vi rimase soltanto pochi mesi, prima di essere trasferito a Sant'Anastasia, cattedra che mantenne fino a tutto il 1926, quando, in seguito ad un altro concorso, non fu nominato direttore didattico prestando servizio a Pisciotta in provincia di Salerno. Anche in questa piccola cittadina non vi rimase molto, trasferendosi ben presto prima a Sant'Agata dei Goti, poi ad Ischia, a Cervinara, a Nocera Inferiore e in ultimo a Ercolano, dove chiuse la sua carriera lavorativa.  

Lo strano ed inverosimile attentato a Mussolini del 31 ottobre 1926, finito tragicamente per il suo autore, Anteo Zamboni, un anarchico quindicenne prontamente e barbaramente ammazzato sul posto dai fascisti presenti, quasi ad impedirgli di parlare, di dire una verità che doveva rimanere nascosta, consentì al duce di giustificare le repentine leggi speciali.

Era l'inizio, senza più maschera, della dittatura vera e propria, con la soppressione  dei giornali antifascisti,  lo scioglimento dei partiti, la proclamazione della decadenza dei 120 deputati dell'opposizione ed infine  la creazione del famigerato Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato,  facendo conoscere il confino politico ad oltre 17mila antifascisti, di cui più di 700 furono campani, un centinaio quelli provenienti dall'area stabiese – torrese - sorrentina.10

Ma ancora prima consenti, nella notte tra il primo e il due novembre, la furibonda reazione in tutta Italia delle squadre punitive fasciste che assaltarono e devastarono le case dei più noti antifascisti.

Tra queste non poteva mancare la casa paterna della famiglia Cecchi dove ancora risiedeva il più temibile tra i capi comunisti della zona, Antonio Cecchi, l'amico e compagno di ventura di Amedeo Bordiga, tra i fondatori del Partito Comunista d'Italia il 21 gennaio 1921. Altre case devastate furono quelle dei Gaeta, e assaltato fu l'Hotel Stabia, di cui era proprietario Achille Gaeta, altro incallito socialista, pur nella sua ambiguità e doppiezza, curando amicizie potenti su più fronti, dal gerarca Aurelio Padovani al liberale democratico, Giovanni Amendola. 

Ancora poche settimane poi lo stesso Antonio fu arrestato e condannato a tre anni di confino politico, con altri due stabiesi, Giovanni D'Auria e Vincenzo Giordano, considerati a tutti gli effetti i massimi dirigenti comunisti dell'area stabiese.  Anni interamente scontati, ma non bastarono perché continuarono a pagare con il controllo asfissiante di ogni loro movimento da parte della prefettura.

Ricorda ancora Pasquale nel suo già citato memoriale:

 

«(…) All'alba del 2/11/1926 la mia casa paterna di Castellammare di Stabia fu invasa da una squadra fascista proveniente da Napoli, per rappresaglia dopo l'ultimo attentato a Mussolini. Eravamo tutti in casa, meno il mio primo fratello, Camillo, che era medico ed abitava con la moglie nella vicina Angri. Con me c'erano mia moglie, che avevo sposato da qualche mese. Gli squadristi rispettarono solo le camere delle donne, nelle altre stanze distrussero ogni cosa: non un bicchiere, né un piatto!»

 

Ad Ischia, o meglio a Forio d'Ischia, dove nella prima metà degli anni Trenta si trovò ad essere direttore didattico, Pasquale Cecchi si trovò coinvolto in una faida politica locale tra due famiglie con la conseguenza che a pagare il prezzo della lotta fu il mal sopportato comunista. Su di lui pesava l’aggravante di essere direttore didattico e diretto superiore di professori fascisti.

L'inchiesta aperta dal Ministero della Pubblica Istruzione per fare luce su fatti che non lo riguardavano, ma che toccavano invece l'insegnante Admeto Verde, si chiuse infine, nella primavera del 1935, con il suo immediato trasferimento ad altra sede, quella di Cervinara, in provincia di Avellino.

 

«Con la mia calma indifferenza – racconta Pasquale, ripensando a quegli anni duri del regime fascista, alle persecuzioni per il suo essere comunista, seppure dormiente - con l'adempimento dei miei doveri di insegnante, con l'ascendente sui miei scolari, con la stima delle famiglie e dei miei colleghi, m’imposi (…).»11

 

Dopo la caduta del fascismo Pasquale riprese il suo posto di militante del Partito comunista partecipando alle prime amministrative di questo secondo dopoguerra tenutesi il 7 aprile 1946 e che videro uniti i due partiti di sinistra, il Psi e il Pci.

Il Partito comunista si affermò come primo partito con il 35,4%, seguito a ruota dalla Democrazia Cristiana, sotto di un punto percentuale.

Nella prima riunione del nascente consiglio comunale ad essere eletto sindaco fu Pasquale Cecchi. Al suo fianco il vecchio e mai domo, Pietro Carrese, stavolta con ruoli politici invertiti. Pietro scomparirà tre anni dopo, il 10 maggio 1949 all'età di 74 anni.

Non era facile amministrare una città come Castellammare, ancora più complicato se questa era guidata da una Giunta socialcomunista mentre il mondo era diviso in due parti distinte e separate dalla cosiddetta “Cortina di ferro”, immaginaria linea di confine che divideva l'Europa in due parti, tra chi sottostava all'egemonia sovietica e chi al predominio statunitense, frutto avvelenato della Seconda guerra mondiale che aveva diviso il mondo in due blocchi contrapposti.

Naturalmente l'Italia rientrava nell'orbita americana, dove chi professava l’ideologia comunista andava combattuto senza quartiere, utilizzando tutti i metodi, legali e illegali.

Qui basti ricordare che molti militanti di sinistra, in particolare dirigenti del Pci e della Cgil, furono schedati e controllati dalla polizia politica della Repubblica Italiana nata dalla Resistenza dal 1945 fino a tutto gli anni Sessanta ed oltre. Una schedatura politica che, forse, continua ancora.12

Il fascismo era caduto, la lotta partigiana aveva visto tra i suoi maggiori artefici quegli stessi che avevano patito e che ora sedevano in maggioranza tra banchi del Consiglio Comunale.

Tra quanti non gradivano l'egemonia comunista vi erano, naturalmente, la Democrazia Cristiana e la Chiesa, oltre ai monarchici e neofascisti che trovarono casa nel Movimento Sociale Italiano, pronti a tutto pur di ridimensionare il potere ai bolscevichi nostrani, non a caso da lì a breve arriverà la scomunica per chiunque praticasse l'ideologia cara a Carlo Marx.

Una scomunica che toccava anche coloro che si limitavano a leggere e a diffondere la stampa comunista, a partire dalla odiata Unità, organo ufficiale del Pci.

Peccato mortale era anche aderire alla Cgil, ritenuta cinghia di trasmissione del potente Partito Comunista Italiano di Palmiro Togliatti.

Braccio armato della scomunica furono i laici ministri dell'Interno, Scelba e Tambroni, che non esitarono a muovere le forze dell'ordine per fermare, arrestare e controllare i militanti della sinistra. Stavolta bastava leggere l'Unità per essere fermato da qualche carabiniere troppo ligio al dovere o ricevere una sospensione sul luogo di lavoro se controllato da qualche capo reparto ossequioso alla ferrea disciplina aziendale.13

Lo scontro si aprì subito sul terreno delicato, e al tempo stesso artefatto, del futuro della Città, se questo doveva configurarsi come turistico oppure sviluppare la sua anima industriale.

In realtà, secondo chi scrive, l'uno non escludeva l'altro, ma i paraocchi ideologici di entrambi i contendenti non lasciavano spazio al raziocinio e la sfida era su chi controllava chi.

Un maggior spazio al turismo era visto come favorevole all'elettorato moderato della Dc, letto come una riduzione degli spazi di conquista comunista, il cui elettorato, secondo i benpensanti, non poteva andare oltre la classe operaia. Simbolo di questa battaglia tra presente e futuro divennero le Terme Stabiane.

Le successive elezioni politiche del 1948, se da un lato confermarono l'egemonia democristiana nel Paese, mandando definitivamente all'opposizione il Pci di Palmiro Togliatti, altrettanto dimostrarono e confermarono la forza comunista, o meglio del Fronte democratico popolare composto dai due partiti di sinistra della novella Stalingrado del Sud.

A rendere però fragile la Giunta socialcomunista intervenne prima la scissione socialista dal quale nacque il Psli (Partito Socialista dei Lavoratori Italiani) di Giuseppe Saragat che vide nella città stabiese l'adesione di tre consiglieri comunali del Psi, Raffaele Lascialfari, Raffaele Perna e Francesco Saverio Mascia.14

Questi all'indomani dell'attentato a Togliatti del 14 luglio 1948 e del conseguente assalto alla sede dei socialdemocratici chiesero una verifica dell'accordo di maggioranza, provocando le dimissioni del sindaco.

Il successivo rimpasto non produsse il necessario rasserenamento costringendo Pasquale Cecchi a chiudere questa sua prima consiliatura in maniera traumatica.  Le nuove lezioni amministrative del 6 novembre 1949 videro la sostanziale riconferma dell'asse Pci-Psi conquistando ancora una volta la maggioranza del Consiglio comunale con 21 consiglieri su 40. Il Psli   ebbe soltanto un seggio con Mascia, ridimensionando le pretese saragattiane, ormai entrato nell'orbita governativa degasperiana.

Non entriamo nel merito di questa seconda consiliatura, quanti sono interessati potranno farlo consultando il bel volume di Filomena Piras e Gennaro Maio.15

Ci limiteremo a dire che Pasquale Cecchi fu riconfermato sindaco, che il cammino non fu agevole, che le forze avverse attesero la prima occasione utile per scagliarsi contro quel sindaco, su cui molto si poteva dire ma non attaccarlo su quello più forte, l'onestà, l'integrità morale, la passione politica, la coscienza del proprio dovere civico.

Il 19 maggio 1952 l'inagibilità di alcuni edifici nel Centro Storico portarono il sindaco a requisire alcuni alloggi per garantire una dimora a quanti furono sfrattati dai palazzi pericolanti. Convocato dal Prefetto, ligio all'ordine di destabilizzare le amministrazioni socialcomuniste, gli fu notificato un decreto di sospensione di tre mesi dalle sue funzioni di sindaco.

Ad aggravare la situazione arrivò lo sciopero generale proclamato contro la presenza del generale americano, Ridgway, un nefando protagonista della guerra di Corea e comandante delle Forze Atlantiche in Europa.  Castellammare, che già si era guadagnata la nomea di Stalingrado del Sud, fece la sua parte, partecipando allo sciopero generale di protesta, provocando un’ondata di fermi ed arresti di militanti di sinistra nella città stabiese, come nel resto del Paese.

E il ministro dell'Interno, Scelba, ferreo difensore del Patto Atlantico, emanò rigide disposizioni nei confronti delle amministrazioni comunali che avevano dato sostegno alle manifestazioni antiamericane, le cui immediate conseguenze furono una nuova sospensione di ulteriori tre mesi nei confronti del sindaco Cecchi.

L'impossibilità di governare portò l'amministrazione di sinistra a barcamenarsi fino alla scadenza del mandato, consapevole che lo scontro fra due visioni del mondo diventava sempre più difficile, ed infatti quando il 28 marzo 1954 si tennero le nuove elezioni la sconfitta divenne inevitabile.

Ciononostante, la Democrazia cristiana per garantirsi la certezza della vittoria non esitò ad usare i mezzi più sleali fino ad usare un iscritto comunista fatto salire sul palco di un comizio per strappare platealmente la sua tessera di iscrizione al partito.

Brutalmente picchiato, da ignoti rimasti tali, quella stessa sera, la colpa fu addossata ai comunisti e la notizia diffusa su scala nazionale con eccezionale rapidità e anomala ricchezza di particolari.

Il fatto passò poi alla storia come, “Il caso Cecere”, dal nome dell'operaio che si prestò alla congiura, Giovanni Cecere.16

In realtà il Pci non fu sconfitto, ancora una volta sopravanzò la Dc, ma la nuova legge elettorale, storicamente riconosciuta come Legge truffa, un sistema maggioritario che premiava le coalizioni che superavano il 50% fece conquistare al Centro destra 24 seggi su 40. Una legge spazzata via nel giro di pochi mesi ma che consenti in quella fase alla Democrazia Cristiana di prendersi Castellammare, diventata da quel momento la Città dei Gava.

Poiché non dobbiamo qui ricostruire la storia della Città stabiese, ma solo ripercorrere la vita del nostro protagonista, diciamo che a Pasquale non restò che diventare il Capo dell'opposizione in Consiglio comunale, fino a quando il 27 maggio 1956 non fu candidato nel Consiglio provinciale, dove conquistò senza grande fatica il seggio, carica che mantenne per l'intera legislatura, ma nel frattempo quando ci furono le elezioni politiche del 25 maggio 1958 il Partito non esitò ad offrirgli la candidatura al senato nel collegio stabiese.

Aveva avversari da far tremare i polsi, uno su tutti il carismatico Silvio Gava, ormai padre padrone, non di meno il Comandante Achille Lauro per il partito monarchico, mentre per i socialisti correva il suo amico, ed ex compagno di Giunta, Francesco Saverio Mascia. Gava trionfò con il 38% dei voti, lo seguì, come da prassi, il capo dei monarchici napoletani e buon terzo il nostro Cecchi con il 23,79% e ben 23.006 preferenze, sufficienti a fargli conquistare il seggio come secondo eletto, dietro a Gava, grazie alla quota proporzionale. In senato fece parte della 6° Commissione permanente Istruzione pubblica e belle arti.

Pasquale non avrà figli, destino comune a tutti i suoi fratelli e sorelle. Suo fratello Mario, il più piccolo dei Cecchi, medico, morirà a 53 anni in seguito ad un tragico incidente automobilistico il 16 giugno 1958. Nel 1944 aveva fatto parte delle prime tre Giunte nominate dal locale Sotto Comitato di Liberazione, guidate, rispettivamente da Carlo Vitelli, chirurgo dell'ospedale San Leonardo, Alfonso Pironti e Raffaele Perna. Rifiutò ogni successiva candidatura, dedicandosi completamente alla sua professione di medico.

Aveva sposato nel 1935, Adelaide Amendola, la figlia del grande liberale di sinistra e martire della libertà, Giovanni, ucciso dalla violenza fascista. Un matrimonio tra l'altro finito male.

Tra gli atti firmati la revoca della cittadinanza onoraria a Benito Mussolini con delibera del 13 settembre 1944. La stessa era stata concessa dal sindaco, Francesco Monti, nel primo anniversario della marcia su Roma, il 28 ottobre 1923. Il primo dei fratelli, Camillo era morto, anch'egli prematuramente, nel lontano 1943. Antonio morirà il 1° ottobre 1969. Verrà poi il turno di Rosa, nel 1978. L'ultima a scomparire sarà Giovanna, vecchia a malata nella sua casa di via De Gasperi, nel 1992, ultranovantenne.

Insignito nel 1957 della medaglia d’oro dal Presidente della Repubblica concessa ai benemeriti della Pubblica Istruzione, Cecchi rimase consigliere comunale dal 1946 al 1972. Scomparirà a Torre del Greco, dove da molti anni ormai risiedeva, il 26 febbraio 1979.17

 

 

Note

1. La biografia di Pasquale Cecchi pubblicata su Wikipedia, seppure non citato, è opera dello stesso autore, così come il breve profilo del fratello minore, Antonio Cecchi. Sua è anche la breve biografia di Michelangelo Pappalardi.

2. Archivio Storico Comunale (da ora in poi ASC), Concorso al posto di direttore didattico, busta 447, inc. Cfr. sulla morte di Basilio, l'opuscolo stampato a cura della famiglia ad un anno dalla scomparsa:In memoria di Mariano Basilio Cecchi, Regio direttore didattico. Castellammare di Stabia,opuscolo reperibile sul sito web, Libero Ricercatore.

3. ASC, Intitolazione scuola edificio scolastico a via Gragnano. Intitolazione a Basilio Cecchi, Busta 615

4. Per le biografie di Raffaele e Oscar Gaeta consultare Raffaele Gaeta, un socialista stabiese del primo '900 e Oscar Gaeta, il comunista stabiese che conobbe Lenin e fondò l'Unipol.

5. Se interessati alla biografia del fratello minore dei Cecchi, consultare la ricerca di R. Scala,  Antonio Cecchi, storia di un rivoluzionario, in «Cultura&Società», Anno II, n. 2, 2008, consultabile anche sul sito web, Libero ricercatore e pubblicato il 13 febbraio 2014. Una nuova versione, ampliata e aggiornata con notizie inedite, è stata pubblicata sul Nuovo Monitore Napoletano, in tre puntate il 21 giugno, 22 e 30 luglio 2019.

6. Cfr. dattiloscritto, Lotta politica a Castellammare di Stabia del compagno senatore Pasquale Cecchi.

7. La prima Camera del Lavoro era sorta a Castellammare nell'ottobre 1907 su iniziativa del gruppo storico del primo socialismo stabiese, su tutti Raffaele Gaeta e Catello Langella, attivi militanti fin dall'ultimo decennio dell'Ottocento e tra i protagonisti delle rivolte del pane nel maggio 1898. Langella sarà anche il primo Segretario Generale di questa organizzazione sindacale.

8. Chiunque sia interessato ad approfondire i fatti di Piazza Spartaco può consultare il volume di A. Barone, Piazza Spartaco. Il Movimento Operaio e Socialista a Castellammare di Stabia,Editori Riuniti, Roma,1974. Il lavoro risulta esaustivo per quanto riguarda l'intera vicenda, anche processuale dei fatti accaduti il 21 gennaio 1921, ma presenta molte lacune e inesattezze nel trattare la ricostruzione del movimento operaio locale.

9. Sull'origine ed evoluzione del Movimento Operaio Stabiese cfr. Scala, 1907 – 2017. Centodieci anni di sindacato a Castellammare di Stabia. Le origini, in «Cultura&Società» 2017, pag. 149 – 171.

10. Cfr. R Spa.dafora,Il popolo al confino. La persecuzione fascista in Campania, Athena, Lecce,1989.

11. Pasquale Cecchi, dattiloscritto, cit.

12. Alla schedatura non sfuggirono i militanti comunisti stabiesi, ritenuti pericolosi per l'ordinamento democratico delle istituzioni repubblicane. Tra questi ricordiamo, per Colomba Di Somma (1920 – 1959) e Luigi Di Martino (1897 – 1969), le cui biografie, curate dall'autore, sono state pubblicate su Libero Ricercatore e su Nuovo Monitore Napoletano. Sorvegliato fu anche il socialista e sindacalista della Cgil stabiese, Michele Vollono e due Segretari della Camera del Lavoro di Castellammare di Stabia, Raffaele Signorelli e Vincenzo Cavuto. Molto più numeroso il numero di quelli ”attenzionati”, volendo utilizzare un bruttissimo termine ampiamente usato per definire quelli meritevoli di essere moderatamente seguiti e controllati, con relative relazioni al Prefetto e al ministero dell'Interno.

13. Cfr. Scala, Luigi D'Auria, vita di un comunista stabiese, su Nuovo Monitore Napoletano del 10 marzo 2018.

14. La sezione del PSLI si costituì a Castellammare il 20 giugno 1947, aprendo la sua sede al Corso Vittorio Emanuele. Suoi esponenti furono Renato Lascialfari, Giuseppe Scibilia, Antonio Capasso, Giuseppe Ammirati, Raffaele Criscuoli, e Giovanni Vanacore, quest'ultimo figlio di Antonio, l'ingegnere democratico liberale che fu protagonista della vita politica cittadino per quasi mezzo secolo coprendo numerose volte la carica di consigliere comunale e di assessore, nonché consigliere provinciale nel primo ventennio del secolo. La sezione ebbe anche un circolo giovanile con esponenti Ferdinando Conte, Luigi Martorano, Vincenzo Fontana, i fratelli Michele e Vincenzo Di Maio

15. Piras – Maio, Castellammare di Stabia. Mezzo secolo di storia politico amministrativa, Nicola Longobardi Editore, Napoli, 1996. Cfr. anche “l’Unità” del 30 marzo 1954, art. Le elezioni a Castellammare di Stabia. Mille voti guadagnati dal Pci e del 1° aprile, art. in prima pagina firmato da Giorgio Amendola, Dopo le elezioni a Castellammare.

16. Per maggiori notizie sul famoso Caso Cecere cfr. Scala, Vincenzo Somma storia vera di un comunista d'altri tempi,Nuovo Monitore Napoletano, 26 luglio 2018. In realtà all'interno del Pci non mancarono voci dissenzienti sul modo di guidare il Partito, arrivando a criticare sia l'incapacità del segretario della sezione, sia l'apatia degli organi amministrativi. Secondo fonti dei carabinieri era in atto addirittura «una segreta manovra di scissione nell'intento di modificare i quadri della direzione locale per adeguarli alle esigenze pratiche del periodo attuale. Sotto accusa finirono Giovani D'Auria, Luigi Di Martino e lo stesso Pasquale Cecchi.»Cfr. ASN, Relazioni mensili, 1953. Legione Territoriale Carabinieri, 1 e 31 ottobre   1953.

17. Cfr. “l'Unità” del 27 febbraio 1979, La scomparsa del compagno Pasquale Cecchi, e del 28 febbraio, Un vero maestro per la classe operaia, articolo di Antonio Baron. Un ulteriore articolo commemorativo a dieci anni della morte fu sritto da Dario Luongo sul periodico locale, “Cronache”, Ricordo di Pasquale Cecchi. Per molti anni la vedova Cecchi continuerà a ricordare e a commemorare il marito sulle pagine dell' “Unità” nell'anniversario della sua scomparsa. Cfr. necrologi dell’”Unità” del 26 febbraio 1988.

 

 

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Eleonora Pimentel Fonseca a S. Maria Capua Vetere (CE)

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