Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Heidegger e l’antisemitismo metafisico

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Com’era prevedibile, ha suscitato un grande scalpore la pubblicazione dei celebri “Quaderni neri” di Martin Heidegger. Si discute da decenni circa l’adesione al nazismo e le propensioni antisemite del filosofo tedesco.

Quanto alla prima tutti sappiamo che egli s’iscrisse al partito di Hitler restandovi, però, per un tempo piuttosto breve perché deluso da un comportamento politico che non corrispondeva alla sua visione filosofica di fondo.

Assai più delicato – per ragioni ovvie - è il discorso sull’antisemitismo. Ebbene, i succitati “Quaderni” forniscono la prova che Heidegger era in effetti un antisemita a tutto tondo il quale, anche dopo l’apocalittica sconfitta tedesca nel secondo conflitto mondiale, non si pentì mai né ebbe ripensamenti al riguardo.

In altre opere uscite a guerra conclusa, per esempio la celebre intervista allo Spiegel “Ormai solo un dio ci può salvare”, il discorso sull’antisemitismo è sempre molto sfumato, e quando è messo all’angolo dall’intervistatore il pensatore di Friburgo trova sempre, per così dire, il modo di “svicolare” avvolgendo in una fitta nebbia le sue parole.

Teneva tuttavia nel cassetto i “Quaderni”, non destinati alla pubblicazione. Opera in cui le considerazioni sugli ebrei e sul cosiddetto “giudaismo mondiale” sono esposte in chiaro e senza veli di sorta. Lì Heidegger si sentiva libero di dire ciò che realmente pensava al riguardo, e il risultato – benché postumo – è impressionante.

 

Ci troviamo infatti di fronte a un filosofo di prima grandezza che fonda il proprio antisemitismo addirittura su basi metafisiche, cercando di nobilitare in tal modo quello più rozzo ed elementare che aveva le proprie radici in una cultura popolare fiorente in Germania nell’800 e nei primi decenni del secolo scorso. Era la cultura del “Volk”, nella quale il “popolo” rappresentava il veicolo di una forza vitale che s’irradia dal cosmo stesso.

Secondo gli esponenti di questa corrente di pensiero, l’animo umano si pone in rapporto diretto con la natura, anch’essa dotata di anima, e l’individuo intrattiene con la natura una corrispondenza intima che viene condivisa con l’intero “Volk” di cui l’individuo fa parte. Tuttavia il popolo non ha respiro universale, ma è limitato a una particolare entità nazionale.

A conferirgli il suo carattere e le sue potenzialità non sono “tutte” le manifestazioni naturali, bensì soltanto quelle regionali. La natura è definita in termini di paesaggio, cioé quei tratti dell’ambiente circostante peculiari e familiari ai membri di un certo popolo ed estranei a tutti gli altri. Ne consegue che non nell’ambito della città, bensì nel paesaggio, nella campagna che gli individui vedono sin dall’infanzia, gli esseri umani sono destinati a fondersi e a radicarsi nella natura stessa e nel “Volk”. Ma non basta. Soltanto mediante questo processo, che ha luogo nell’ambiente natio, ognuno è in grado di esprimere se stesso e di trovare la propria individualità.

Ovviamente uno è subito indotto a chiedersi che c’entrano gli ebrei con tali ragionamenti per la verità un po’ bizzarri e, soprattutto, perché mai da essi dovrebbe scaturire l’antisemitismo. Presto detto. Chi non è inserito sin dalla nascita in un paesaggio, non può partecipare all’afflato che da esso emana. Il legame tra terra e sangue – tema privilegiato dai nazisti - è un legame indissolubile cui gli estranei, gli “altri”, non possono partecipare. Poiché l’elemento essenziale è il legame dell’anima umana con il suo ambiente naturale, con la “essenza” della natura, le verità fondamentali sono reperibili al di là delle apparenze. L’anima di un “Volk” è determinata dal paesaggio natio.

Agli ebrei tale privilegio non spetta. Secondo questo modo di vedere il mondo e di concepire i rapporti tra individuo e ambiente naturale, gli ebrei sono irrimediabilmente diversi. Essendo gente del deserto, sono superficiali e aridi, incapaci di profondità e del tutto mancanti di creatività (incredibile, ma vero).

A causa della nudità del paesaggio desertico, gli ebrei sarebbero quindi un popolo spiritualmente arido, in netta antitesi con i tedeschi, figli delle cupe foreste del Nord, profondi e misteriosi.

Loro sono creature della luce, gli ebrei delle tenebre.

 Tutto ciò a Heidegger non basta, e per questo vuole dare all’antisemitismo una più solida fondazione filosofica. A suo avviso il già citato “giudaismo mondiale” ha quale fine primario l’allontanamento e lo sradicamento dell’uomo dall’Essere. Quest’ultimo è “pensato” proprio dalla metafisica, ed è dunque in quel contesto – astratto solo in apparenza – che la lotta contro il giudaismo mondiale può avere successo. Una delle colpe del nazismo sarebbe a suo avviso non averlo capito, conducendo la battaglia a livello di superficie e autocondannandosi pertanto alla sconfitta finale.

Ha notato giustamente Guido Ceronetti in un articolo sul Corriere della Sera che «se mai ci fu e ci sarà ‘un popolo dell’Essere’ quello è l’ebraico, che ha l’Essere e l’assolutezza dell’essere iscritti in quattro lettere che si ha paura di pronunciare. Negare all’ebreo di essere proprietà dell’essere e depositario del Nome che lo nomina, è negargli, in lingua heideggeriana, l’esserci, il ‘dasein’, dunque equivale a escluderlo, a sterminarlo. E’ la mano genocida in guanti di gomma. Per questo si può parlare di un antisemitismo tragico.»

Sarà pure tragico, vien fatto di rispondere, ma Heidegger lo prendeva tremendamente sul serio. Un antisemitismo che non ha connotati razziali, bensì ontologici, e che considera l’ebreo come qualcosa di estraneo all’Occidente e alla sua storia. Le colpe dello spirito ebraico nella visione heideggeriana sono moltissime, ma senza dubbio la principale è il cosmopolitismo. Il quale, a sua volta, favorisce il dominio della tecnica impedendoci di tornare ai presocratici e rendendoci prigionieri del sogno platonico di trovare un’essenza eterna nelle cose. Si noti, tra l’altro, che egli accusò gli stessi nazisti di “americanismo” per essersi fatti dominare dalla tecnica.

Quando si critica Heidegger si corrono dei rischi poiché il suo pensiero è coltivato in certi circoli con uno spirito che appare quasi religioso, e le obiezioni non vengono ammesse. Questi “Quaderni” mostrano però con grande evidenza i suoi limiti. Sicuramente è stato un innovatore del linguaggio filosofico, anche se le sue parole sono spesso oscure, e l’originalità è fuori discussione. Tuttavia resto convinto che, nella filosofia come altrove, un linguaggio oscuro sia sintomo di confusione piuttosto che di profondità.

 

 

 

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