Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Antonio Cecchi e le Quattro Giornate di Napoli

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(Terza e ultima parte)

Con la caduta rovinosa di Mussolini l’euforia esplose per le strade, una felicità immediatamente repressa dall’ex alleato tedesco trasformatosi in esercito di occupazione a seguito dell’armistizio diffuso via radio dal Maresciallo Badoglio la sera dell’8 settembre 1943, provocando reazioni armate in diverse città, da Castellammare di Stabia, a Scafati, fino a Napoli, dove gli scontri culmineranno nelle famose Quattro Giornate di Napoli e terminate soltanto con il ritiro delle truppe germaniche dal capoluogo campano.

Tra i protagonisti rimasti ignoti di quelle tragiche ed eroiche giornate dobbiamo annoverare lo stesso Antonio Cecchi, la cui attiva partecipazione è stata completamente ignorata dalla storiografia ufficiale, ma che oggi, alla luce di nuovi documenti depositati presso l’Archivio Centrale dello Stato, consultabili dagli storici interessati a conoscere quegli eventi, è possibile ricostruire, fin nei minimi dettagli.

In un primo momento, fino a qualche anno fa, era disponibile soltanto il frontespizio redatto il 18 agosto 1947 dalla Commissione dalla quale si evince il riconoscimento di Partigiano per la sua partecipazione alle Quattro Giornate di Napoli dal 28 settembre al 1° ottobre 1943.1

Poi l’intera documentazione, redatta a mano dallo stesso Cecchi, con le dovute testimonianze di quanti con lui parteciparono alla lotta armata. Nella sua relazione allegata al modulo, l’antico rivoluzionario volle premettere che

 

«Durante il regime fascista monarchico, nelle possibilità che ci consentivano le persecuzioni ho continuato sempre l’azione contro il dominio dei distruttori della libertà italiana. Allo scoppio della guerra mi tenni sempre in contatto con i più attivi e sicuri antifascisti: Vincenzo Ingangi, Eugenio Mancini, Libero Villone, Nicola Pasqualini, Mario Onorato, Marco Pasanisi, Rocco D’Ambra, Ettore Ceccoli, Antonino Tarsia, Vincenzo Spadaro, Nicola Salerno e molti altri (…).» 2

 

E questo lo abbiamo ampiamente dimostrato, con la ricostruzione dei suoi contatti con i maggiori antifascisti della Campania, la sua partecipazione al Gruppo Spartaco con Libero Villone, Nicola Pasqualini ed altri con l’asfissiante controllo poliziesco cui era sottoposto. 3

Ciò che invece non sapevamo era la riunione tenutasi nella sua casa di via Solitaria 39 nel maggio del 1943 con i maggiori rappresentanti delle province di Napoli e Salerno per coordinare tra tutti i gruppi un’azione più vasta, affidando al capitano d’artiglieria, Marco Pasanisi, per la sua esperienza nel campo, il compito di organizzare un movimento armato servendosi di elementi militari pronti e decisi all’azione.

La diffusione di manifesti, di giornali, le scritte sui muri già avvenivano periodicamente, poi arrivò il 25 luglio con l’inaspettata defenestrazione del duce.

Subito, il giorno dopo, il gruppo decise d’incontrarsi e lo fecero in casa del capitano Marco Pasanisi, per stabilire il da fare e tutti furono d’accordo, da Antonino Tarsia a Libero Villone, di indire una manifestazione popolare nelle varie località delle due province contro la continuazione della guerra, da tenere nella stessa giornata.

Per la sua preparazione decisero di riconvocare il 4 agosto tutti i rappresentanti. Nell’occasione fu steso un manifesto, un appello per la pace, curato dallo stesso Cecchi e da Nicola Pasqualino e pubblicato in migliaia di copie da consegnare ai vari rappresentanti presenti nella riunione citata.

I manifesti furono nascosti nel negozio di Francesco Bischetti del Gruppo Spartaco pronti per la distribuzione, ma la tremenda incursione aerea da parte di oltre 400 bombardieri americani con il loro carico di devastazione e di morte nel giorno convenuto interruppe le comunicazioni impedendo ai compagni delle province interessate di recarsi nel capoluogo campano, restringendo la distribuzione alla sola città di Napoli.

La città era stata messa a ferro e fuoco e tra le cento abitazioni colpite furono distrutte, tra l’altro, la Basilica di Santa Chiara, la chiesa di Santa Lucia, colpito il Teatro San Carlo, la Chiesa del Gesù e la torre del Maschio Angioino. Sul terreno rimasero 210 morti e 406 feriti. I danni incalcolabili.

Ad occuparsi di diffondere i volantini fu, allora, lo stesso Cecchi, praticamente in solitudine, distribuendoli in grande quantità nei vari ricoveri e nei vicoli. Purtroppo il suo pericoloso volantinaggio non durò molto, infatti il 7 agosto fu arrestato nella Galleria Vittoria sorpreso nell’atto di gettare via le copie residue dei manifesti. Insultato pesantemente dal capitano de carabinieri e da un maggiore della marina.

Gli furono messi immediatamente i ferri e lasciato per lunghe ore in un casotto sotto il tunnel, guardato a vista dai carabinieri, finché verso le quattordici ritornò l’ufficiale dell’Arma dando l’ordine di togliergli le manette ma lasciandolo comunque in stato di fermo.

Solo intorno alle diciotto fu trasportato nel carcere giudiziario di Sant’Eframo, rimanendovi fino al 15 settembre, giorno in cui il comandante del carcere gli comunicò la sua liberazione. Lo stesso nell’accompagnarlo sulla soglia del portone lo raccomandò di andare a destra perché sulla strada opposta poteva imbattersi nei tedeschi, ormai nemici dichiarati degli italiani e assetati di vendetta.

Appena libero il suo primo pensiero fu quello di mettersi in contatto con i compagni, ed incontrò per primo il libraio, Ettore Ceccoli, poi Renato Caccioppoli ed infine Libero Villone. Con quest’ultimo si recò al carcere di Poggioreale dove Villone era stato, a sua volta, rinchiuso dal 22 agosto, a seguito della nota e sfortunata riunione di Cappella Cangiani, per ritirare alcuni oggetti e del denaro non consegnato all’atto della scarcerazione.

Mentre entravano nel carcere si fermò sull’ingresso un auto della polizia politica e i due combattenti capirono che qualcosa non andava per il verso giusto. Infatti era iniziata la caccia agli antifascisti per ordine dei tedeschi. E da quel giorno – racconta Cecchi nel suo memoriale – si dovette vivere alla macchia per sfuggire alla razzia. 4

Uno dei luoghi dove rimase nascosto fu nel sotterraneo al civico 21 di Vico 2 porte a Toledo, fino a quando nel pomeriggio del 27 settembre mentre sorbiva un caffè insieme all’antifascista Alessandro De Felice, un tedesco, nel corso di rastrellamenti in atto in tutta la provincia da parte dei militari germanici, gli impose di seguirlo minacciandolo con un mitra. Fortunatamente accorsero in suo aiuto altri compagni mentre le strade si riempivano di grida e di spari: erano cominciate le Quattro Giornate di Napoli, costringendo il militare tedesco ad abbandonare il suo prigioniero e a fuggire precipitosamente.

Lungo la strada si unì ad un gruppo di partigiani, tra i quali Pasquale Gambardella che gli fornì una pistola. Con gli altri partecipò a diverse azioni di guerriglia urbana tra Piazza S. Ferdinando e i vicoli di Toledo, qui sulla strada principale, all’ingresso del palazzo del civico 158, Cecchi ricorda che fu colpito mortalmente il partigiano comunista, Mario Onorato, membro del gruppo Spartaco.

Onorato fu tra i protagonisti della fondazione dl PCd’I di Bordiga e Gramsci e aveva fatto parte della delegazione italiana al Secondo Congresso dell’Internazionale comunista. Con il Gambardella e la sua squadra armata il 28 settembre Antonio Cecchi partecipò alla liberazione di un gruppo di antifascisti rinchiusi in Questura e arrestati il giorno prima.

Il 1° ottobre, sotto l’infuriare dei colpi rabbiosi che da Capodimonte i tedeschi sparavano, gli ultimi prima della resa, ormai decisi a lasciare la città, Cecchi con Adriano Reale, fratello del più famoso Eugenio, Emilio Scaglione ed altri si recò verso Santa Teresa al Museo, in soccorso del Colonnello (nome illeggibile) che necessitava di viveri. In men che non si dica il gruppo organizzò allora una colletta riuscendo a raccogliere circa 5mila lire. Il ricavato fu consegnato nelle mani del colonello per acquistare quello di cui aveva bisogno.

Parte degli episodi raccontati dall’antico segretario della Camera del Lavoro di Castellammare di Stabia e di Napoli, furono ripresi in un opuscolo scritto a caldo da Gennaro Capozzi, dilungandosi anche su scontri armati avutosi in altre località della provincia come Acerra, Pomigliano D’Arco e Cercola. 5

Nel suo memoriale, oltre a Mario Onorato, Cecchi volle ricordare un altro eroe delle Quattro Giornate di Napoli, il partigiano Eugenio Blasio, un sarto di 39 anni, padre di nove figli e con la moglie incinta, caduto combattendo il 28 settembre. Nella sua abitazione nel giugno del 1943 si erano tenute diverse riunioni del Comitato Direttivo. 6

Ricordiamo inoltre, per inciso, che Antonino Tarsia in Curia, professore di liceo in pensione, ricevette la medaglia d’argento al valor militare.

 

Il Centro Marxista d’Italia

La lotta armata rinvigorì l’antifascismo provocando nuovo entusiasmo e speranze, se non in una pur possibile rivoluzione socialista, almeno nella costruzione di una Repubblica vicina agli interessi popolari.

Quindi fin da subito, quanti avevano a loro modo combattuto il regime, provarono a riorganizzarsi e tra i primi, nei giorni e nelle settimane successive si andò ricostituendo un embrione di Partito Comunista, formato da quanti avevano combattuto in clandestinità stando in patria e all’estero, dai tanti che rientravano dal confino, oppure dal carcere e da quelli che a vario titolo si erano allontanati se non addirittura espulsi per lealtà ad Amedeo Bordiga, riconoscendosi tutti nella leadership di Eugenio Mancini.

Ma durò poco.  Il rientro a Napoli, subito dopo l'armistizio, di Eugenio Reale (1905 – 1986) con l'incarico di assumere la direzione della Federazione, su mandato della direzione nazionale, insieme con altri dirigenti “calati dall’alto”, provocò le prime frizioni e la nascita di due gruppi alternativi ma non ancora nemici.

Da un lato vi erano, dunque, i comunisti, cosiddetti ortodossi, che rispondevano alla linea ufficiale del Partito, dall’altro il gruppo capeggiato dai dissidenti Enrico Russo (1895 – 1973), Mario Palermo, Eugenio Mancini, Libero ed Ennio Villone e, naturalmente Antonio Cecchi, che si stava organizzando per sopravanzare quelli “ufficiali” e conquistare l’egemonia nel Partito, ritenendo, Reale, Maurizio Valenzi e gli altri dirigenti nominati dal Centro degli usurpatori non rappresentativi della base comunista.

I problemi nacquero subito, ancora prima dell’ingresso delle truppe Alleate a Napoli il 1° ottobre 1943, come ben ricorda Mario Palermo nelle sue, Memorie di un comunista napoletano.

Il primo diverbio si ebbe il 30 settembre, quando s’incontrarono, insieme alle altre forze politiche, con il Ministro dell’Industria e Commercio del Governo Badoglio, Leopoldo Piccardi (1899 -  1974), per discutere della sostituzione del prefetto Domenico Soprano, in servizio a Napoli da 9 agosto al 4 ottobre 1943 e reo di avere collaborato con i nazifascisti dopo l’armistizio, favorendo la deportazione di migliaia di giovani verso la Germania.

Mentre la discussione ferveva, si presentò il Presidente dell’Unione Fascista degli Industriali Giuseppe Cenato (1882 – 1969).

Nel vederlo Vincenzo Ingangi cominciò ad inveire contro questa inopportuna presenza, sostenuto prontamente da Antonio Cecchi e con fare brusco lo invitarono ad allontanarsi, suscitando le proteste degli esponenti dei partiti non di sinistra. Eugenio Reale per evitare il peggio apostrofò ad alta voce Ingangi definendo impolitico il suo atto. 

Come se non bastasse il 1° ottobre il prefetto Soprano si affacciò al balcone prefettizio insieme con alti ufficiali delle forze Alleate per ricevere l’applauso della folla inneggiante alla liberazione.

Un gruppo di militanti comunisti si recò allora presso la sede del Comitato di Liberazione per protestare su questa provocazione. Contemporaneamente un altro folto gruppo di militanti capeggiati da Antonio Cecchi, Eugenio Mancini e Vincenzo Ingangi si recò sotto la sede della prefettura cominciando a fischiare contro il prefetto, poi invase la sede al grido di «Viva la Russia dei Soviet!», ma gli venne incontro, dallo studio di Soprano, il ministro Piccardi per ascoltare le ragioni della protesta.

A nome dei presenti parlò Eugenio Mancini chiedendo le immediate dimissioni del Prefetto e di tutti gli esponenti fascisti ancora al loro posto. Improvvisamente, cogliendo tutti di sorpresa, intervenne Eugenio Reale, dicendosi contrario a questa proposta e apostrofando in malo modo lo stesso Mancini.

Su queste basi diventava difficile, se non impossibile, ogni convivenza portando l’ala dissidente a riunirsi il 23 ottobre e programmando un incontro chiarificatore tra i due gruppi rivali per il giorno dopo. Secondo la ricostruzione fatta da Salvatore Cacciapuoti, mitico dirigente della federazione napoletana del PCI e che di questi avvenimenti fu uno dei protagonisti:

 

«(…) il Russo e il Cecchi sapevano cosa volevano, predicavano una linea politica, seppure disorganica, diametralmente opposta a quella del Partito Comunista, erano notoriamente dei bordighisti e si ritenevano i capi naturali dei comunisti di Napoli(...)»

 

Così come previsto la mattina del 24, la Federazione fu invasa da un folto gruppo di dissidenti capitanati da Mancini, Russo e Cecchi che dichiararono decaduto il Comitato federale e nominandone uno nuovo, eletto nella riunione tenuta il giorno prima. Chiesero la consegna delle chiavi della sede, ma Cacciapuoti si rifiutò di darle e dopo una lunga discussione si decise che i due gruppi avrebbero nominato una commissione paritetica e questa si sarebbe incontrata il giorno dopo proponendo un nuovo gruppo dirigente che tenesse conto delle reciproche esigenze.

Antonio Cecchi era livido di rabbia, forse fu l’unico a capire di essere stati giocati, ma al momento non c’era modo di dimostrarlo e fu costretto a fare buon viso e cattivo gioco. Fece un ultimo disperato tentativo di avere le chiavi della sede dalle mani dello scaltro Cacciapuoti, ma Mancini lo dissuase fiducioso di avere stretto un patto tra gentiluomini

 

«(…) dalla lista dei nomi che Mancini aveva letto per il nuovo Comitato federale capimmo che sarebbe stato impossibile raggiungere l’indomani un minimo di accordo. Al di fuori di un gruppo che, anche se avevano le idee sballate erano persone pulite e comunisti, la maggioranza solo il diavolo sa chi erano! Erano un po’ di tutto, erano lo specchio di un pezzo di Napoli della fine del 1943 (…)»

 

ricorda ancora il vecchio dirigente comunista nella sua autobiografia, Storia di un operaio napoletano.

Quanto avesse ragione di dubitare Antonio Cecchi se ne rese conto la mattina dopo, quando insieme a tutti i suoi compagni si trovò la porta della federazione comunista sbarrata, senza che nessuno li aspettasse. Gridarono, bestemmiarono e giurarono di ritornare nuovamente, cosa che puntualmente fecero, ma ancora una volta trovarono la porta chiusa.

Gli animi erano sovraeccitati e tutto poteva accadere quando all’improvviso si presentò Eugenio Mancini, radunò i compagni nell’atrio del palazzo e disse loro: «Tutti in Piazza Montesanto, quella è la sede della Federazione dei comunisti campani.»

Si crearono in questo modo due federazioni campane del partito comunista italiano, una in Via Salvatore Tommasi e l’altra in Piazza Montesanto al primo piano di un vecchio palazzo alla prima rampa della salita S. Potito, sfondando la porta e affiggendo al balcone una grande tabella con la scritta, Federazione Campana del Partito Comunista Italiano. Stessa denominazione e tabelle uguali sui rispettivi balconi.

Da quel momento cominciò anche una battaglia di nervi tra le due fazioni, una guerra a suon di comunicati, alcuni dei quali pubblicati il 28 e 30 ottobre sul quotidiano, Il Risorgimento.

Le reciproche scomuniche gettarono nella confusione le migliaia di simpatizzanti che non riuscivano a capire di chi fosse la ragione. Dopo due mesi, durante i quali nessun gruppo riusciva a prevalere sull’altro, ci si rese conto che non si poteva continuare all’infinito cosicché

 

«Dopo un approfondito esame della situazione e sulla scorta delle indicazioni venute dalla maggioranza dei nostri compagni, decidemmo la riunificazione (…). E così verso la fine del dicembre 1943, l’unità era ricostituita.»

 

scrisse Mario Palermo nelle sue Memorie di un comunista napoletano. Naturalmente questo era solo parzialmente la verità perché se è vero che la maggioranza dei dissidenti rientrò con Palermo, Ingangi, Mancini ed altri, è altrettanto vera la fuoriuscita definitiva del gruppo operaista capeggiata da Enrico Russo, Libero Villone e Antonio Cecchi.

Furono questi a promuovere la rinascita della CGL con un convegno tenutosi il 9 novembre, ricostituendo la Camera del Lavoro di Napoli, eleggendo un comitato direttivo provvisorio nel quale erano rappresentate le forze politiche antifasciste – Vincenzo Gallo e Vincenzo Iorio per il PCI, Vincenzo Bosso e Nicola Di Bartolomeo (1901 – 1946) per il PSIUP, Antonio Armino (1901 – 1956) e Dino Gentili per il Partito d’Azione. Segretario Generale della Confederazione Generale del Lavoro fu eletto Enrico Russo, mentre Vincenzo Iorio fu chiamato a guidare la Camera del Lavoro di Napoli.

A questa Confederazione aderirono le diverse strutture sindacali che si erano andate formando nel napoletano, in Campania e nel resto del Mezzogiorno in quei mesi successivi alla ritirata dei tedeschi.

Il Congresso costitutivo con l’elezione dei gruppi dirigenti si tenne a Salerno dal 18 al 20 febbraio 1944, dove, in rappresentanza di 150mila iscritti si confrontarono 250 delegati di 30 Camere del Lavoro e di 23 sezioni della Federterra. Ai lavori parteciparono quasi 2mila lavoratori.

La ricostituzione della Camera del Lavoro di Castellammare, tra le prime a risorgere e da subito forte di oltre 3mila iscritti, non poteva non vedere alla sua testa il suo antico fondatore, Antonio Cecchi, riprendendosi il ruolo e la funzione a lui più congeniale e in tale veste partecipò al Congresso regionale campano della CGL tenuto a Torre Annunziata il 5 e 6 febbraio 1944.

Al convegno parteciparono delegati di tutte le Camere del Lavoro nel frattempo costituitosi, da Torre Annunziata a Pozzuoli, da Scafati ad Altavilla Irpino, da Salerno a San Giovanni a Teduccio. Nello stesso mese, il 28, ritornò a Torre per partecipare alla commemorazione di Gino Alfani, il grande molisano scomparso il 28 febbraio 1942, l’uomo che era stato capace di togliere il coltello dalle mani dell’operaio per sostituirlo con il giornale. 7

Alla cerimonia parteciparono oltre mille persone e presero la parola il segretario della Camera Confederale torrese, Michele Atripaldi, lo stesso Cecchi, il segretario della Confederazione, Enrico Russo ed uno dei figli del defunto leader, Arnaldo. 8

Se la pace era stata raggiunta fra le due frazioni comuniste, l’odio nei confronti di quanti avevano deciso di seguire una strada diversa rimase e si accentuò. Eugenio Reale si era dimostrato da subito un uomo autoritario ed ambiguo, fedele esecutore del mandato ricevuto da Togliatti, di essere duro con gli estremisti e diplomatico con le forze alleate e istituzionali, anche quelle reazionarie, non a caso si era scontrato fin dai primi giorni con Vincenzo Ingangi, Antonio Cecchi ed Eugenio Mancini.

Quando nella primavera 1944, Norman Lewis, agente del controspionaggio inglese di stanza nella capitale partenopea gli chiese per l’ennesima volta di fargli i nomi dei fascisti clandestini, l’uomo di Togliatti gli disse finalmente si, non esitando a dargli informazioni distorte, da cui riteneva di trarne vantaggio.

 

«Mi ha messo in mano un pezzo di carta sul quale aveva scritto i nomi dei quattro uomini più pericolosi di Napoli e quello di un giornale sovversivo che andava soppresso. Purtroppo i nomi sono risultati essere quelli di Enrico Russo, capo dei trozkisti e dei suoi luogotenenti, Antonio Cecchi, Libero Villone e Luigi Balzano. Il notiziario fascista di cui mi ha parlato Reale è un foglio dei comunisti di sinistri, Il Proletario. Tutta fatica sprecata. Dovevo immaginarlo.»

 

ricorda lo stesso Lewis nel suo splendido Napoli ’44, edito da Adelphi. Secondo Maurizio Valenzi, che accenna a questo episodio nel suo, C’è Togliatti! l’atteggiamento di Reale non fu oscurato da nessuna doppiezza, volle semplicemente

 

«giocare un tiro beffardo a quel giovanotto inglese in divisa indicandogli quattro improbabili nomi di cospiratori.»

 

Ad aggravare i rapporti fra i dissidenti della Cgl e il Pci fu il patto di Roma, sottoscritto il 3 giugno da Di Vittorio, Canevari, e Grandi, che portò alla nascita della CGIL sotto l’egida dei tre grandi partiti di massa, quelli comunista, socialista e democristiano, venendo subito in attrito con l’organizzazione rossa.

In un primo momento, per evitare una guerra fratricida  Togliatti provò a recuperare Enrico Russo incontrandolo per ben tre volte offrendogli posti di prestigio nel Partito o nella stessa Confederazione romana, ma a fronte del gran rifiuto seguirono i primi pesanti attacchi da parte del giornale di partito, l’Unità  accusando senza mezzi termini chi dissentiva di scissionismo, se non di tradimento, seminando preoccupazioni e paura e provocando con ciò i primi smottamenti fra quanti dirigevano le Camere del Lavoro e le varie Federazioni di categoria.

Laddove c’erano resistenze, si provò a buttarli giù dalle poltrone occupate facendoli sfiduciare dalla base. Così accadde per esempio a Castellammare dove il Pci provò a mettere in discussione la carica ricoperta da Antonio Cecchi convocando il Consiglio delle Leghe, senza riuscire ad ottenere la maggioranza per spodestare il segretario.9

Laddove si falliva con il voto democratico si puntava dritto all’espulsione dal Partito come capitò al segretario della Camera del Lavoro di Napoli, Vincenzo Iorio, espulso «per aver svolto attività frazionistica allo scopo di disgregare le fila del Pci.» 10

Contro il lento sfaldamento della Cgl, sempre più isolata e impotente contro la poderosa macchina da guerra messa in piedi dal Pci e dalla nascente Cgil di Giuseppe Di Vittorio, frutto di uno spietato stalinismo consolidatosi nei duri anni della clandestinità, protestava il Centro Marxista d’Italia fondato da Antonio Cecchi, attaccando in nome dell’unità sindacale lo scissionismo dei collaborazionisti. 11

Il Centro Marxista d’Italia era nato nel maggio 1944, poco dopo il Congresso di Salerno, strutturandosi come un vero e proprio partito con tanto di segretario, comitato esecutivo e centrale

 

«rispondendo ad un’esigenza di chiarezza contro la delusione della deviazione ideologica e tattica dei partiti proletari (…) Le ragioni e gli interessi degli operai si identificano oggi a causa di questo deviamento negli interessi dello Stato, ripetendosi quindi la mistificazione mussoliniana dello stato nazionale (…)».12

 

Quanto accadeva nel sindacalismo italiano non lasciava indifferenti gli Alleati presenti nel Paese, che anzi seguivano, solo apparentemente, con fare neutrale. Rapporti e relazioni sulla due organizzazioni in lotta tra loro, CGIL e CGL e sui rispettivi dirigenti, con giudizi di merito e qualche gossip di troppo non mancarono. Scrive Francesco Giuliani nel suo bel libro sulla Cgl rossa pubblicato nel 2013:

 

«Così una relazione dell’OSS (Office of Strategie Services) ci delizia con argomenti assorbiti senza alcuna avvertenza dall’arsenale stalinista sul trotskismo “quinta colonna dell’hitlerismo”: leggiamo che Russo aveva scritto articoli filo fascisti con vari pseudonimi ed aveva partecipato a giornali “anticomunisti” come Il Proletario, o, infine che il Pci avesse da tempo dubbi su di lui in base al suo ambiguo atteggiamento in Spagna (…). Nello stesso rapporto Cecchi vene definito anticomunista e vicino a Russo, redattore di un giornale anticomunista, Il Pensiero marxista e “organizzatore anche di Unità degli eguali, un gruppo anarchico”. Infine l’agente spiegava con pettegolezzi l’opposizione di Cecchi al Pci.» 13

 

Con il passare delle settimane gran parte delle Federazioni e delle Camere del Lavoro, tra le ultime quelle di Castellammare e Torre Annunziata abbandonarono l’organizzazione creata da Enrico Russo per passare con la CGIL di Giuseppe Di Vittorio. 

Il 27 agosto si tenne l’ultimo convegno della CGL per decidere la loro adesione al Patto di Roma e confluire nella più grande Confederazione. Vi parteciparono oltre cento delegati del napoletano e altri provenienti dalla diverse zone dell’Italia liberata.

Tra i delegati vi era Antonio Cecchi.

Il resoconto riportato in Battaglie sindacali del 29 agosto 1944, ci racconta di un suo intervento in cui presentò due ordini del giorno.

Nel primo evidenziava l’aspirazione all’unità di tutti i lavoratori, riaffermava la funzione classista del sindacato proletario e auspicava che anche i lavoratori organizzati nella CGIL facessero valere tale principio nel successivo convegno unitario di settembre che si sarebbe tenuto nella capitale in preparazione del 1° Congresso della CGIL da tenere a Napoli dal 28 gennaio al 1° febbraio 1945, permettendo in questo modo di arrivare ad una reale unità del movimento dei lavoratori.

Nella seconda mozione auspicava che l’organizzazione nata a Roma riprendesse il vecchio nome di CGL e che si riaffermasse il principio dell’autonomia delle Camere del Lavoro nell’ambito del sindacato nazionale. Entrambi gli ordini del giorno furono approvati all’unanimità. 14

Ciononostante, Antonio Cecchi, con Enrico Russo e Libero Villoni, decisero infine di non aderire alla CGIL, nonostante le offerte e le garanzie date dallo stesso Di Vittorio che non voleva lasciare andare via dirigenti così prestigiosi del movimento operaio meridionale.

Al convegno di Roma del 16/17 settembre parteciparono Antonio Cecchi, Nicola Di Bartolomeo con sua moglie Rosa, Vincenzo Bosso, Ciro Verde, Tommaso Balzano, Costantino Sciucca, Giovanni Battista Iantorni e l’azionista Salvatore Vitiello. Aperto da Walter Schevenels ( 1894 – 1966), dirigente della Federazione Internazionale del lavoro, con una relazione tutta profusa sull’apoliticità del sindacato, sostenuto da Di Vittorio e condiviso dagli altri sindacalisti presenti, compresi quelli giunti da oltreoceano a sostegno delle forze moderate, non si hanno notizie di cosa dissero i delegati della Confederazione rossa, ma poco importa perché nessuno si aspettava più di quanto non era stato già sancito dai fatti e nulla infatti accadde se non quello di far calare ufficialmente il silenzio su quel gruppo di uomini sconfitti dalla storia.

 

Antonio Cecchi e il Partito Comunista Internazionalista

Con il rientro in Italia di Palmiro Togliatti dall'Unione Sovietica, avvenuto a marzo 1944 e il conseguente riposizionamento del Pci pronto al compromesso storico con la monarchia e le forze borghesi, nella consapevolezza che non vi erano nel Paese le condizioni per una diversa politica, il gruppo dirigente napoletano guidato dalla mano ferrea di Salvatore Cacciapuoti si rese indisponibile a dividere il suo ruolo di partito egemone della sinistra con altri.

Falliti i primi tentativi di inglobare i dissidenti, erano iniziate le epurazioni di massa di quanti dissentivano dalla linea ufficiale imposta dal Migliore, provocando le prime scosse telluriche nei confronti dell’ancora fragile edificio della Confederazione Rossa. Enrico Russo fu consapevole della necessita di uscire dall'autarchia del movimento sindacale,  convinto che contro la pesante tenaglia congiunta del Pci ufficiale e della Cgil nata dal Patto di Roma fosse necessario agire al più presto, che bisognava muoversi in altri ambiti, allargare i propri orizzonti, creare una forza politica capace di fronteggiare il Pci, attaccando da sinistra la sua linea riformista e utile al rafforzamento del sindacato classista di cui lui stesso era il portabandiera.

In qualche modo Russo provava a riempire il vuoto lasciato da Bordiga, che continuava a fingere di farsi gli affari suoi, controllato da sua moglie Ortensia, terrorizzata dal pensiero che Amedeo, ingombrante com'era, potesse essere assassinato come il povero Trotskij, da oscure mani staliniste.

Questa necessità si tradusse nella costituzione  della Frazione di Sinistra dei Comunisti e Socialisti, chiamando a raccolta quanti dissentivano dalla linea ufficiale del Partito comunista e di quello socialista, troppo morbida e accondiscendente nei confronti della monarchia, del governo e degli stessi fascisti,  la maggior parte dei quali erano rimasti al loro posto, perfino nei luoghi strategici delle diverse istituzioni locali e centrali, mentre molti altri, rinnegando prontamente il loro recente passato, erano riusciti a mimetizzarsi, cambiare bandiera e perfino ad inserirsi negli stessi partiti cosiddetti antifascisti, compresi quelli comunisti e socialisti.

Un'aria di buonismo sembrava pervadere governo e Comitato di Liberazione Nazionale, già dimentichi delle nefandezze compiute contro il popolo italiano e contro chi l'aveva tenacemente combattuto.

La Frazione ebbe da subito un notevole successo, aprendo sezioni a Castellammare di Stabia, Torre Annunziata, Avellino, Salerno, fino a toccare centri importanti della Calabria e delle Puglie, espandendosi poi, dopo la liberazione verso il nord, toccando Roma, Grosseto e Firenze.

Organo ufficiale del nuovo movimento, che rifiutò l'appellativo di partito fu, Il Proletario, il cui primo numero si pubblicò il 28 maggio 1944.

L'importanza del gruppo e la sua rapida espansione non passò inosservata, tanto da essere oggetto di un rapporto della prefettura di Napoli dell’ottobre 1944, conservato presso l’Archivio di Stato di Napoli, dove si fa il punto della presenza delle diverse formazioni politiche sul territorio e sulla loro consistenza numerica. A firma del Prefetto Francesco Selvaggi leggiamo:

 

«Democrazia Cristiana 14mila, Partito comunista 13mila, Partito socialista 3mila, Partito d’Azione 2mila, Partito liberale 2mila, Democrazia del Lavoro 500, Partito repubblicano 300, Lega degli eguali 800, Partito azzurro (monarchico) 3mila, Frazione di sinistra socialisti e comunisti (Gruppo Cecchi, Russo, Villone, Iorio e Puglia), circa un migliaio. Quest’ultima è costituita da elementi socialisti e comunisti di sinistra dissidenti, facenti una volta capo al comunista Enrico Russo. Ad essi si è associato un gruppo esiguo di socialisti rivoluzionari, dissidenti anch’essi e quindi usciti dal partito (avvocato Puglia, Miraggio, Raiola etc.). Un altro gruppetto uscito pure dal Partito Socialista Rivoluzionario ha costituito l’Unione Proletaria Italiana che raccoglie poche centinaia di aderenti e che in passato aveva un proprio giornale dal titolo L’Occhio del Popolo poi soppresso insieme ad altri giornali clandestini.» 15

 

Nei vari rapporti si ricostruivano alcuni episodi dei militanti della Frazione, dalle manifestazioni contro il Ministro Togliatti per la sua politica eccessivamente moderata e di unità nazionale con le forze moderate, alle provocazioni operate durante i comizi comunisti, causando talvolta incidenti tra le opposte fazioni fino ad invadere i convegni del PCI, come fecero a Torre Annunziata, al Teatro Moderno dove era presente Maurizio Valenzi.

Riportiamo per intero quest’ultimo episodio perché rappresentò uno dei fatti più gravi accaduti nella lunga rivalità che si accese tra comunisti di varie tendenze e in feroce lotta tra loro. Torre Annunziata era una delle roccaforti rosse della Frazione e qui il 15 ottobre 1944 si doveva tenere un comizio della Gioventù socialcomunista, seguito da circa mille militanti e simpatizzanti accorsi in massa per ascoltare il dirigente della Federazione Comunista Campana, futuro senatore e primo sindaco comunista di Napoli nel 1975.

Durante l'intervento di Valenzi un nutrito gruppo di comunisti dissidenti, i fratelli Ferdinando e Vincenzo Pagano, Tobia Testa, Gennaro Fabbrocino, Pietro Nardella, Giovanni Palladino e Mario Caruso disturbarono la riunione provando a interrompere l'oratore. Palladino e Caruso lasciata anzitempo la manifestazione, mentre transitavano per il Corso Vittorio Emanuele furono improvvisamente aggrediti da un gruppo di militanti del Pci.

A seguito di questo fatto Ferdinando Pagano con il resto del gruppo si lanciò all'inseguimento degli aggressori, non trovandoli si recò a casa di Filippo Russo, storico dirigente del Pci e della locale Camera del Lavoro, dove solitamente Valenzi si fermava ogniqualvolta si recava a Torre Annunziata. Il padrone di casa nell'aprire la porta capì immediatamente le intenzioni di Pagano e degli altri e si frappose loro impedendone l'ingresso. 

Uscendo sulla strada, proprio sul portone d'ingresso, Pagano e il suo gruppo incontrò allora Biagio Bonzano, un compagno piemontese, combattente in Spagna, che al rientro dal confino si era fermato nella Città della Pasta per riorganizzare il Pci, ritrovandosi a sua volta aggredito e salvato da Filippo Russo, a sua volta uscito di casa e prontamente accorso a difenderlo.

Il gruppo dei dissidenti si era appena allontanato quando incontrò altri due comunisti ufficiali, Rocco Troncato e Filippo Langella e non esitò un attimo ad aggredirli, schiaffeggiandoli perché ritenuti tra gli aggressori dei loro due compagni. 

A questo punto Rocco Troncato estrasse una rivoltella dalla tasca puntandola contro i fratelli Pagano, ma vistosi sopraffatto riuscì a rifugiarsi in un vicino negozio, dove fu salvato dalla Polizia Alleata nel frattempo accorsa.

La difficile giornata sembrò interminabile e i fatti non esaurirsi mai: quello stesso pomeriggio, intorno alle sedici, Valenzi era alla stazione della circumvesuviana in attesa del treno per Napoli, in compagnia di Filippo Russo e di altri militanti comunisti, quando ancora una volta il gruppo dei mai stanchi comunisti dissidenti provò ad avvicinare Valenzi con intenzioni bellicose.

Russo riuscì in qualche modo a fermare il grosso del gruppo mentre il dirigente napoletano riusciva a salire sul treno, inseguito da Vincenzo Pagano e Tobia Testa.

Nella vettura dove aveva preso posto con altri tre compagni di partito, tali Salvatore Guerriero, Giovanni Farina e un terzo rimasto sconosciuto, Valenzi fu affrontato da Pagano minacciandolo di non fare più ritorno a Torre Annunziata se voleva evitare guai maggiori. Senza altre intenzioni scese alla stazione successiva, di Torre del Greco facendo ritorno a casa. Il gruppo dei comunisti dissidenti sarà poi diffidato e denunciato alle autorità giudiziarie.16  

Il 6 e 7 gennaio 1945 la Frazione organizzò a Napoli un convegno delle Sinistre prospettando lo sviluppo di una situazione rivoluzionaria che richiedeva la formazione di un partito di classe. Dopo la liberazione del Nord furono stabiliti contatti con il Partito Comunista Internazionalista e in un nuovo convegno del 29 luglio 1945 la maggioranza della Frazione decise di sciogliersi aderendo al PC Internazionalista.

L'atto ridimensionò rapidamente l'importanza dell'organizzazione provocando la diaspora di molti aderenti: Enrico Russo passò con il partito socialista, alcuni rientrarono nel Pci, altri, come Libero Villone, aderirono al Poc, il Partito Operaio Comunista di Nicola Di Bartolomeo e Romeo Mangano. 17

In realtà, seppure indicato come dirigente della Frazione di sinistra, Cecchi ebbe con l'organizzazione di Russo e Villone solo rapporti di contiguità ideologica, e con alcuni di antica amicizia personale, oltre che di militanza politica.

Come si ricorderà, aveva fondato nel maggio 1944 un suo piccolo Partito, il Centro Marxista d’Italia e un suo organo di stampa, Il Pensiero Marxista, il cui primo numero era uscito il 13 maggio 1944.  18

In questa sua nuova avventura Cecchi fu seguito dal giovane Mario Caruso, da Carmine Spinno e da Luigi Balzano. Organizzazione e settimanale ebbero una vita breve, scomparendo verso la fine di agosto, senza lasciare nessuna traccia, con i vari dirigenti dispersi nelle altre formazioni di sinistra, ad eccezione del suo fondatore. In realtà verso i primi di luglio di quella bollente estate 1944, tentativi di rimescolare le torbide acque della sinistra alternativa, provando a coagulare le diverse formazioni che non si riconoscevano nei partiti rappresentati nel CLN non mancarono.

Un primo convegno finalizzato alla costituzione del Partito Comunista Internazionale, si tenne in casa di Antonio Cecchi. Vi parteciparono il mai domo Ludovico Tarsia, uno degli eroi delle Quattro Giornate e bordighista convinto, Nicola Di Bartolomeo, Tommaso Balzano e due militari Alleati, il caporale sudafricano, Charlie van Gelderen, membro del Revolutionary Communist Party britannico e lo statunitense Charlie Curtiss del SWP, il partito socialista Operaio, sezione statunitense della Quarta Internazionale costituita nel 1938.

A presiedere la riunione fu Di Bartolomeo e questi riferì di aver contattato Russo e Villone sulla possibilità di unirsi a loro nella fondazione del nuovo partito.

Il Convegno si chiuse deliberando la costituzione del Partito Comunista Internazionalista, aderente alla Quarta Internazionale trotzxista.

Il successivo 12 luglio si svolse una nuova riunione con gli stessi partecipanti, ma allargata ai rappresentanti di Castellammare e di Torre Annunziata, conclusosi con la nomina di un Comitato provvisorio guidato da Antonio Cecchi e Nicola Di Bartolomeo.

Quest'ultimo nel corso della riunione informò i compagni del fallimento della sua trattativa con Russo, teso a unificare la Frazione con il nuovo gruppo. Costituito il Partito Comunista Internazionale, Cecchi e Di Bartolomeo promossero un nuovo convegno allargato ad altri soggetti politici, tra cui Armando Puglia, segretario del Partito Socialista Rivoluzionario, Corrado Giordano, Responsabile della Libera Unione Degli Eguali e Silvio Biscaro, dirigente del Gruppo dei marittimi rivoluzionari, il cui leader era Giuseppe Giulietti, direttore del giornale I Lavoratori del mare e finanziatore del costituendo movimento unificato.19

Non è facile districarsi tra queste decine di sigle, gruppi, movimenti e partitini che nascevano e morivano nel giro di poche settimane, spesso frutto di leaderismi inventati, tutti alla disperata ricerca di uno spazio politico, di un posto al sole, talvolta costituiti da ex fascisti alla ricerca di una impossibile nuova verginità politica.

Nella girandola dei gruppi, il nome di Antonio Cecchi fu associato anche al Lude, Libera Unione degli Eguali di Corrado Giordano ma di certo egli non appare mai nella lista dei suoi dirigenti.

Il movimento era stato fondato dal medico Corrado Giordano nei primi mesi del 1944 con finalità politiche e tendenza social comunista e repubblicana, ma dalla documentazione reperita presso l'archivio di Stato di Napoli non emergono rapporti che possono evidenziare questa tesi.

Tra i dirigenti del movimento si segnalano Antonio Del Giudice, Antonio Materi, Giulio Schettini, Giacomo Puccio, Mariano Riva e Antonio Tiberio, suo organo di stampa era il periodico Spartaco, colpito da numerosi sequestri e spesso stampato clandestinamente. Si contarono fino a quindicimila aderenti con sezioni diffuse a Napoli, Avellino, Salerno, in alcuni centri del Lazio, Basilicata, Calabria e Puglia. Si sciolse nella seconda metà di maggio del 1946 e gran parte delle sue sezioni si fusero con il Partito repubblicano. 20

Da questa convulsa fase politica, Antonio Cecchi non ne uscì bene perché il suo nome scompare improvvisamente da tutte le vicende legate alla storia dei vari gruppuscoli che si agitarono in quella seconda metà del 1944, mentre si ritrovano quelli dei suoi compagni, recenti e passati.

Si ha infatti notizia di una nuova costituzione a Napoli del Partito Comunista Internazionalista nel novembre 1946 guidata da Giuseppe De Nito, con sezioni aperte a Castellammare di Stabia e Torre Annunziata, ma a sua volta senza fortuna perché chiuderà i battenti nei primi mesi del 1947.

Ancora in quell'anno a Torre Annunziata riaprì una nuova sezione degli internazionalisti intitolata Gruppo Carlo Liabknecht, e qui ritroviamo Mario Caruso pronto a ritentare l'avventura con altri compagni, quali Giovanni Palladino e Ciro Zampognaro, mentre nella stessa cittadina Luigi Balzano assumerà la carica di segretario di una sezione socialista, prima di ritornare tra gli internazionalisti, dove vi rimarrà fino alla morte, avvenuta precocemente il 6 luglio 1954, a soli 54 anni. 21

Una seconda sezione socialista nella città oplontina si aprirà in via Fortuna, mietendo iscritti tra i lavoratori del porto ed avrà come segretario Raffaele Verdezza. Altri come Costantino Sciucca rientreranno nella Camera Confederale del Lavoro guidata da Clemente Maglietta.

E Antonio Cecchi? Dall’autunno 1944 poco o nulla si conosce del suo percorso politico e umano, della crisi che molto probabilmente lo colpì portandolo ad estraniarsi, ad emarginarsi, affrontando una strada senza prospettive future e la certezza di una lunga disoccupazione, alleviata dalle entrate certe di sua moglie Tullia.

Provò a riavvicinarsi al Pci? Solo così potrebbe spiegarsi la proposta fatta nel marzo 1945 dal sindaco di Castellammare di Stabia, Raffaele Perna, al Prefetto, quando questi gli scrisse chiedendogli una terna di nomi per nominare il Commissario prefettizio dell’Azienda Autonoma di Cura e Soggiorno.

Il sindaco, su proposta del Sottocomitato di Liberazione Nazionale, di cui faceva parte Mario Cecchi, che tra l’altro non era comunista ma liberale, oltre a Catello Langella e Catello Sorrentino fece il nome di Antonio Cecchi.

L’indicazione poteva provenire, chiaramente, solo dal fratello minore di Antonio, medico rinomato e su sollecitazione dello stesso Pasquale che si apprestava ad assumere la guida della città da lì ad anno, a seguito delle prime amministrative dell’Italia libera dal tallone fascista di marzo 1946.

Una proposta impossibile da fare senza l’avallo ufficiale del Partito. Ciononostante, nessuno dei due aveva tenuto conto del pensiero dell’irriducibile sovversivo.

Cecchi non poteva accettare un incarico che lo avrebbe riportato nell’alveo delle istituzioni, non poteva fare di nuovo violenza alle sue idee. Se era un posto quello di cui avvertiva la necessità gli sarebbe stato più comodo e sicuramente più in linea arrendersi al PCI di Palmiro Togliatti oppure, più semplicemente, alla CGIL di Giuseppe Di Vittorio: nella peggiore delle ipotesi, una poltrona di segretario della Camera del Lavoro non gliela avrebbe negata nessuno, visto la scarsità di quadri dirigenti capaci nella confederazione sindacale. 22

Di certo Antonio continuò a vivere di stenti, dando lezioni private e dell’aiuto economico fornito della moglie Tullia, ormai condannata ad essere l’unico sostegno economico della casa.

Dal matrimonio non erano nati figli (la stessa condizione vissuta dagli altri tre fratelli e dalle due sorelle, nessuno dei quali avrà eredi lasciando estinguere il ramo della famiglia), non c’era quindi chi pagava per le scelte estreme di un rivoluzionario non disponibile ad accettare compromessi.

Ebbe qualche cattedra precaria fino a quando nel 1956 trovò una prima stabilizzazione insegnando materie letterarie nella sezione “B” della scuola media statale, Pasquale Scura, a Napoli dal 7 dicembre 1956 al 1° giugno 1957, insegnò poi materie giuridiche presso l’istituto tecnico commerciale Masullo di Nola e presso l’Enrico de Nicola di Napoli.

Nel 1962 farà domanda al ministero della Pubblica Istruzione per prolungare il suo stato di servizio fino al 70° anno non avendo i requisiti minimi per accedere alla pensione. La conferma che potrà continuare ad insegnare gli giungerà il 2 marzo.

L’unico riscontro di un suo interessamento alla politica attiva e di un suo legame col Partito Comunista Internazionalista, legato al Programma comunista di Bordiga, dopo l’autunno del 1944 è dato da un breve carteggio dello stesso Cecchi con Bruno Maffi (1909 -  2003). Scrive infatti Cecchi il 1 giugno 1954:

 

«Caro Maffi, ti sorprenderai della presente ma era da tempo che desideravo scriverti. Non mi conosci personalmente, pure, con tutta probabilità il mio nome non ti è nuovo. Io sono il compagno Cecchi, cresciuto alla luce del marxismo sotto i raggi di quel sole del pensiero che è Amedeo Bordiga. Lo conobbi nel 1911 (…) Tu dirai a questo punto a che scopo mi scrivi ciò?  Io penso che ogni buon militante del Partito Comunista Internazionalista deve impegnare ogni cura ed ogni attività per la diffusione del nostro Programma e dell’organo che ne propugna i principi ed il metodo. Sono venuto perciò alla decisione di voler dare alla nostra stampa la più vasta diffusione possibile. Il Programma qui si vende in una sola edicola e cinque copie le acquisto io per farne dono ad amici simpatizzanti, operai che sono avvelenati dai barbiturici togliattiani e moscoviti. Voglio tentare di far vendere la nostra stampa ad un edicola del centro, assumendomene il compito e la responsabilità economica. Perciò dal numero 10 de Il Programma spediscimene 20 copie, più cinque dialogati, al prezzo che praticate ai rivenditori. La metà delle vendite delle nostre pubblicazioni che si sono fatte a Napoli è lavoro compiuto da me (…). Ho parlato con Vacillo di questo mio proposito ed è d’accordo con me. Per l’impegno che assumo, rispondo io. E spero che si possa raggiungere un buon risultato più che per la vendita, per lo scopo che mi propongo, che è poi quello di tutti noi. Non so se sai che il 13 giugno è il compleanno di Amedeo. Il migliore augurio che mi viene dal cuore è di vederlo non spettatore dell’ineluttabile sbocco che le presenti condizioni sociali fanno prevedere, ma animatore e potenziatore di quelle forze che il nostro partito va suscitando e coordinando. Dopo questa chiacchierata epistolare ti saluto caramente e spero che avremo anche l’occasione di farne altre da vicino. Antonio Cecchi.» 23

 

Maffi rispose affermativamente inviandogli le copie richieste e nella stessa giornata del 4 giugno girò la lettera a Bordiga accompagnandola con poche righe, mostrando di non voler prendere in nessuna considerazione una possibile collaborazione di Cecchi nell’organizzazione, così come lasciava intendere tra le righe della sua “lirica” lettera:

 

«Caro Amedeo, mi è giunta l’acclusa lettera di Cecchi. Di lui ricordo vagamente di aver sentito parlare, vedo che parla “del nostro partito” e che è liricamente bordighista; comunque, se si impegna a vendere 20 copie di giornale poco importa che sia o meno legato organizzativamente a noi. Ho quindi risposto che manderò i giornali, raccomandando puntualità nei pagamenti. Mi direte voi come debbo contenermi in avvenire. Cari saluti, tuo Bruno.»

 

Amedeo a sua volta rispose, non senza un certo freddo distacco, allegando due righe sotto la stessa missiva.

 

«Ho visto ieri Totò in buona salute, sebbene pieno di grane. Ha spontaneamente “sganciato”.»

 

Forse, anche su sollecitazione di Cecchi, rimasto insoddisfatto della risposta di Maffi che non lasciava trapelare nessuna voglia di recuperalo alla politica attiva, Bordiga intervenne sul compagno dell’organizzazione chiedendogli di impegnarlo in qualche modo, ma la risposta dello stesso Maffi, datata 11 giugno, non poteva essere più brutale chiudendo qualsiasi possibilità:

«Per Cecchi rimango a quel che ho detto: venda pure il giornale, per il resto lo teniamo a debita distanza.»

Cosa era successo? Si chiede lo storico Sandro Saggioro nella corrispondenza avuta con il sottoscritto. Non sappiamo.

Probabilmente qualcosa legato a qualche fatto che aveva tenuto Cecchi lontano dalla politica attiva o comunque dal partito Comunista Internazionalista, di certo l’antico rivoluzionario non entrò mai a far parte attivamente di questa organizzazione, nulla scrisse o fu pubblicato sul Programma Comunista, né questo spese un rigo quando morì.

Di sicuro Maffi non conosceva personalmente Cecchi e questo dimostra la sua mancata partecipazione alla fondazione del Programma Comunista sorto nel 1952, così come, sicuramente non si riscontra nessuna sua partecipazione alla vita del Partito Comunista Internazionalista sotto la direzione del torinese. Che cosa ha fatto, dunque, di questi suoi anni?

Di recente, scavando tra fascicoli dimenticati e carte ingiallite dell’Archivio di Stato di Napoli abbiamo trovato un paio di strani ma interessanti documenti: un primo rapporto del Questore al Prefetto datato 6 maggio 1946 che recita testualmente:

 

«Alle ore 18 del 4 andante in Piazza Montecalvario ha avuto luogo il pubblico comizio promosso dal Partito della Ricostruzione del Mezzogiorno, con l’intervento di circa 200 persone. Ha parlato il sig. Cecchi Antonio su alcuni argomenti sulla ricostruzione e sulla Costituzione. Nessun incidente. Questore D. Coglitore.» 24

I

l secondo rapporto è del giorno dopo e fa riferimento ad un secondo comizio:

 

«Alle ore 18 del 6 andante in Piazza Arenella ha avuto luogo il pubblico comizio dell’Unione Rinascita del Mezzogiorno con l’intervento di circa 400 persone. Hanno parlato il prof. Placido Valenza, Antonio Visconti e Antonio Cecchi.» 25

 

L’Unione era stata costituita il 15 maggio 1945 e suoi principali esponenti erano l’avvocato Francesco Caramiello, nato a Resina il 4 agosto 1897 e il professor Placido Valenza, già militante del Pci, fino all’espulsione del 4 giugno 1944 ed esponente della Confederazione rossa di Enrico Russo. Organo del movimento era il periodico, La rinascita del Mezzogiorno, diretto dallo stesso Valenza.

Il partito si presentò alle elezioni per la costituente del 2 giugno 1946, con nessuna speranza di elezione, tant’è che Caramiello prese 1.799 voti candidandosi nel collegio di Napoli Caserta, mentre Placido Valenza appena 200.

Molto probabilmente, subito dopo, il partito si sciolse, non a caso nelle successive elezioni del 18 aprile 1948 ritroveremo Caramiello candidato con l’Unità Socialista, prendendo 3.260 preferenze. Troppo poche per guadagnare il seggio parlamentare. Chi non si candidò fu Antonio Cecchi, poi sparì per alcuni anni, fino al carteggio del 1954 con Maffi.

Stando alla testimonianza rilasciata all’autore da un suo cugino, continuò a frequentare fino agli ultimi giorni il bar Leda, in Piazzetta Matilde Serao, nell’angiporto della Galleria Umberto, trasformato in un “covo di rivoluzionari”.

Veniva spesso a Castellammare dove continuava a vivere il resto della sua famiglia originaria. Mario, l’ultimogenito, era morto a 53 anni, il 16 giugno 1958 in un incidente stradale ad Agerola, Pasquale era stato sindaco dal 1946 al 1954, poi consigliere provinciale e senatore della Repubblica, ma continuava ad essere consigliere comunale.

Le sue due sorelle, Rosa e Giovanna erano ispettrici scolastiche.

Un vecchio compagno, Luigi Alfano, scomparso nel febbraio 2006, dirigente del PCI e della CGIL fin dalla fine degli anni Quaranta, a cui chiesi se sapeva qualcosa di Antonio Cecchi, se per caso lo avesse conosciuto, mi disse, come parlando tra sé: «AntonioCecchi,il professore era un bordighista, un pazzo.»

La stessa cosa sentii dirmi dal professore Guido Cecchi, un suo cugino residente a Napoli da sempre:

 

«Aveva idee strane, troppo lontane dalle mie. Morì praticamente tra le mie braccia, nel suo letto.»

 

Era il 1° ottobre 1969, aveva 74 anni. Non sappiamo se fu sepolto nella tomba di famiglia, nel cimitero di Castellammare, dove ancora si conservano i resti mortali di suo padre Basilio.

 

«Antonio Cecchi fu grande idealista, studioso di problemi politici e sociali, fu combattente per la libertà, per l’emancipazione delle classi lavoratrici e per il progresso sociale. Subì persecuzioni e sofferenze che egli sempre affrontò con forza e serenità. Professore di Lettere, di Filosofia e di Diritto, profuse nella scuola tesori di intelletto e di sapere, fu apprezzato e stimato da superiori e colleghi, fu amato e venerato dai discepoli che ne esaltarono l’ingegno e la cultura. Ora ha chiuso la sua vita terrena lasciando nei suoi cari un gran vuoto e un inconsolabile dolore.» 26

 

 

Note

 

1. L’informazione sulla partecipazione alle Quattro Giornate di Antonio Cecchi mi fu gentilmente fornita dal professor Giuseppe Aragno, emerito storico del Movimento Operaio napoletano e autore di numerose pubblicazioni sull’argomento. In particolare Aragno mi scrisse: «Antonio Cecchi partecipò attivamente alle Quattro Giornate, per cui chiese e ottenne il titolo di partigiano combattente. La notizia risulta inequivocabilmente dalle carte della Commissione regionale per il riconoscimento dei partigiani per la Campania, che sono ore all’Archivio Centrale dello Stato di Roma, purtroppo ancora in fase di catalogazione.»

2. ACS, Fondo Compart, Antonio Cecchi.

3. Racconta Cecchi: «Ai primi di ottobre del 1942 un gruppo di noi tentammo di formare un movimento di propaganda e di azioni contro la guerra ed il fascismo. Questo movimento prese il nome di Gruppo Spartaco e gli iniziatori furono Nicola Pasqualini, lavoratore orafo, Libero Villone, che nel gruppo aveva lo pseudonimo di Roberto, Pietro Trampino col negozio di calzature in via Nisco, lo scrivente con lo pseudonimo di Anteo Roccia, il veterinario Rocco Laurita, l’allora ufficiale in servizio, capitano di artiglieria, Marco Pasanini e Pasquale Gambardella occupato al Banco di Napoli. Scopo del gruppo era di suscitare un opposizione tra le masse alla continuazione della guerra e di spingere il popolo alla sommossa, convinti che questa era la via di rendere meno rovinosa le condizioni del Paese (…).» Cfr. ACS, Fondo Compart, Antonio Cecchi.

Ciò che colpisce in questa nota è che gran parte dei nomi dei protagonisti citati da Cecchi, non appaiono in nessuna storia ufficiale pubblicata sull’antifascismo e sulla Resistenza a Napoli, come se tutti quelli che non rientrarono nelle file del PCI di Togliatti avessero perso ogni diritto ad esistere, ad entrare nella storia, condannati all’oblio perenne.

4. Ibidem

5. G. Capozzi, Venti giorni di terrore, Napoli, La Floridiana, 1943.

6. A ricordare Eugenio Blasio, oltre a Cecchi è stato anche A. de Jaco nel  volume, Le Quattro giornate di Napoli, Roma,  Editori Riuniti, 1975, p. 158/59 e G. Aragno, Le Quattro Giornate di Napoli. Storie d’antifascisti, Napoli, Ed. Intra Moenia, 2017, pp. 18 e 290

7. A Gino Alfani la città di Torre Annunziata ha dedicato una strada, precedentemente intitolata a Italo Balbo, ed una statua eretta nel 1945, terzo anniversario della sua scomparsa.

8. Cfr. ASN, Confederazione Generale del Lavoro, fascio 588, f. 25.

Arnaldo Alfani parteciperà, con alterna fortuna, a diverse competizioni elettorali amministrative a Torre Annunziata nelle fila del Pci, tra il 1952 e il 1971. Il fratello Libero dopo una tornata con una lista civica, la Lista del Pino, militerà e si candiderà con il Pci, mentre un terzo fratello, Tullio, si schiererà con il Psi.

9. Battaglie sindacali, n. 16, 18 giugno 1944

10. Cfr. l’Unità, 21 maggio 1944. Dopo Iorio seguirono, tra maggio e giugno, debitamente pubblicate dall’organo comunista, quelle di Libero Villone, Giuseppe Aveta, Placido Valenza, Gennaro Autiero, segretario della Camera del Lavoro di Scafati, Mario Caruso, che poi troveremo come segretario della sezione del Partito Comunista Internazionalista di Torre Annunziata nel 1947, Raffaele Verdezza, poi segretario nel 1946, ancora a Torre Annunziata, della sezione PSI dei lavoratori del porto, Vittorio Iaccarino, Gennaro Ferrero e Mario De Nito.

11. Cfr. Il Pensiero Marxista, n. 4, 10 giugno 1944, art. Per l’unità sindacale

12. Ibidem, n. 1, 13 maggio 1944, art. I fini del Centro Marxista d’Italia.

13. F. Giuliani, Fedeli alla classe, Milano,  AC Editoriale, 2013, pag. 263.

14. Battaglie Sindacali, 29 agosto 1944,  «Odg Cecchi al Convegno di Napoli», in A. Alosco, Alle radici del sindacalismo, Milano, SugarCo Edizioni, 1979, pp. 218 – 220.

15. Cfr. ASN, da Prefetto a MI DGPS, Relazioni mensili sulla situazione politica economica, sull’ordine pubblico e lo spirito pubblico e sulle condizioni della pubblica sicurezza, 3 novembre 1944, Fascio 342.

16. ASN, Da Questura a Prefetto, 21 ottobre 1944, Comizio della Gioventù Social Comunista, busta 1133.

17. A. Peregalli,  L'altra Resistenza, Genova, ed. Graphos,  1991, p. 115.

18. «Riferimenti alla Frazione su Il Pensiero Marxista non ve ne sono, salvo una breve risposta a “Il Proletario” riguardante gli “pseudo movimenti” ed il futuro capo (forse un riferimento a Bordiga). Se il richiamo ai punti fissati a Livorno nel 1921 è comune ad entrambe le forze, l'esperienza dell'opposizione internazionale che la Frazione fa sua, le divide abbastanza profondamente.»Peregalli, cit., p.125. Cfr. anche A. Alosco,  Rosso napoletano, vita di Enrico Russo, il Che Guevara italiano, Bari, ed. Lacaita, 2007, pp. 105-108.

20. Cfr. ASN, Libera Unione degli Eguali, 1944-1946, busta 606. Corrado Giordano era nato il 14 maggio 1901 ad Altavilla Irpina, medico, professò sempre idee antifasciste e per questo sottoposto a vigilanza. Iscritto al Pci, si dimise nei giorni successivi al Congresso della Cgl, tenuto a Salerno tra il 18 e il 20 febbraio 1944, ma questo non gli impedì di essere espulso, come pubblicato dall’Unità del 26 marzo.

21. Cfr. Il programma Comunista, n. 14, 1954, E morto Luigi Balzano, esemplare figura di militante.

22. ASC, Azienda Autonoma di Cura, Soggiorno e Turismo, busta 524. In realtà propendiamo per un banale errore di trascrizione da parte del sindaco Perna, o chi per esso, nel senso che il nome indicato nel documento non doveva e non poteva essere quello di Antonio, bensì dello stesso Mario Cecchi, fratello minore del rivoluzionario bordighista.

23. La lettera, e la relativa risposta, mi è stata fornita in copia da Sandro Saggioro, col quale ebbi una corrispondenza per un’eventuale documentazione su Cecchi depositata presso il Fondo Amedeo Bordiga.

24. ASN, Comizio organizzato dal Partito della Ricostruzione del Mezzogiorno, Fascio 123.

25. Ivi, Comizio organizzato dall’Unione Rinascita del Mezzogiorno

26. La frase è scritta sul retro della foto fatta stampare dalla famiglia a seguito della morte di Antonio Cecchi, probabilmente scritta dal fratello Pasquale, se non dalla stessa moglie, Tullia.

Il saggio è frutto di una ricerca effettuata su documenti in gran parte inediti, reperiti presso l’Archivio Storico Comunale (ASC), l’Archivio Centrale di Stato (ACS), l'Archivio di Stato di Napoli (ASN) e consultando la scarna bibliografia edita sul movimento operaio napoletano.

 

 

Si ringraziano gli impiegati addetti agli archivi, per la disponibilità e la tanta pazienza avuta con l’autore.

 

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Eleonora Pimentel Fonseca ad Altamura

 

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Eleonora Pimentel Fonseca, la nuova biografia di Antonella Orefice

A dieci anni dalla pubblicazione de “La Penna e la Spada” la cui monografia “Eleonora de Fonseca Pimentel. Il mistero della tomba scomparsa” ha avuto nel tempo ben cinque diverse edizioni, la Casa Editrice Salerno pubblica una nuova biografia sulla protagonista femminile della Repubblica Napoletana del 1799 nel 220 anniversario della sua morte.

L’opera “Eleonora Pimentel Fonseca” è stata curata da Antonella Orefice che da anni si occupa e pubblica lavori di ricerca relativi a quel periodo.

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