Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Antonio Cecchi. Al confino politico e l’abbandono della militanza

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(Parte seconda)

Costretto alle dimissioni ma non a rinunciare ai suoi diritti, Antonio Cecchi presentò ricorso alla Commissione arbitrale per l’impiego privato per avere quanto gli spettava di liquidazione, provocando l’ironica reazione della stampa borghese con un articolo sul Mezzogiorno del 16 giugno 1922 che titolava:

«Elegante questione del diritto borghese. Il caso Cecchi. Segretario della Camera del Lavoro si dimette e ricorre all’impiego privato».

 Sullo stesso giornale rispondeva due giorni dopo il segretario del Partito:

«Dal prof. Ugo Girone per la sezione del PCI riceviamo e pubblichiamo. Nel Mezzogiorno leggiamo intorno alla situazione alla Camera del Lavoro che vi preghiamo rettificare. Anzitutto le dimissioni del Cecchi da Segretario della Camera del Lavoro non hanno alcuna relazione con la presunta lotta tra comunisti e socialisti in seno alla Camera del Lavoro. Sta di fatto che il Cecchi non ha mai manifestato alcuna divergenza di vedute politiche dal Pci e non con motivi politici ha motivato le sue non spontanee dimissioni.Quanto alla liquidazione pretesa dal Cecchi il Pci aspetta tranquillamente le decisioni della Commissione arbitrale per l’impiego privato, se è vero che il Cecchi vi abbia fatto ricorso, ciò che ancora non consta.  Per la sezione napoletana del Pci, prof. Ugo Girone».1

 

 

Non sappiamo come si concluse la vertenza tra le due parti in causa, di certo i rapporti si lacerarono al punto tale da non potersi più risanare. Uomo dal carattere ribelle, violento nelle sue manifestazioni, capo carismatico delle masse operaie, poco incline ai compromessi, l’ex sindacalista si arrese agli eventi e scomparve dal movimento di lotta.

Cosa fece dopo il fallimento dell’Alleanza del Lavoro, rivelatosi un tardivo, inutile strumento di difesa contro la violenza delle camicie nere e dopo che Benito Mussolini si insediò al potere divenendo il Presidente del Consiglio, non sappiamo se non per sommi capi.

Sbandato come tanti suoi compagni di lotta, disoccupato e privo di prospettiva, si ritrovò il 21 gennaio 1923 ad essere ricercato dalla polizia, accusato di essere il responsabile di una presunta truffa e arrestato il 3 febbraio.

Torna qui alla mente un episodio del passato, quando sul Soviet del 27 marzo 1921 apparve un articolo a difesa del rivoluzionario stabiese attaccato dal Mattino che in pratica lo accusava di essere un ladro.

In particolare il quotidiano napoletano raccontava l’episodio del Questore che avrebbe detto ad un operaio ungherese, recatosi in questura in cerca di lavoro, di non andare alla Camera del Lavoro

 

«perché lì c’era il professore Cecchi che rubava denaro agli operai … Professore Cecchi avere portafoglio così»,

 

avrebbe detto il questore accompagnandosi col gesto delle mani per meglio farsi capire dallo straniero esterrefatto.2

L’episodio non meriterebbe neanche di essere commentato tanto sembra evidente la provocazione poliziesca, così com’è inverosimile il tentativo di truffa di cui era accusato il giovane rivoluzionario. Poche notizie abbiamo anche su questo secondo episodio.

Da quando aveva lasciato la Camera del Lavoro di Castellammare per quella di Napoli, nell’aprile del 1920, Antonio si era trasferito in via Corsea 90, presso il fratello Pasquale, che da tempo aveva preso in affitto un appartamento per evitare il pesante pendolarismo tra la Città delle Acque e il capoluogo campano dove insegnava in una scuola elementare. Continuò a convivere con il fratello maggiore anche dopo il burrascoso addio al sindacato e al Partito.

E a Napoli, in via Arenella fu fermato la sera del 3 febbraio 1923 dal sotto ispettore Enrico Cavalieri con l’accusa di correità in truffa consumata in danno di un certo Enzo Sanniti, un vicino di strada di via Corsea.

Suoi complici erano i pregiudicati Giovanni Sciacchitano e Giovanni Jair. Arrestato e trasferito nel carcere di Poggioreale, scontò la sua pena uscendone soltanto l’8 agosto di quello stesso anno.

Se ne tornò a Castellammare, sotto lo stesso tetto paterno, accolto con affetto dai suoi genitori, imponendogli di abbandonare ogni altra velleità politica e di riprendere gli studi di giurisprudenza interrotti con lo scoppio del primo conflitto mondiale.  

Si laureò in Legge, superando 17 esami in meno di due anni, nel dicembre del 1924, sperando forse di avviare in questo modo una nuova e più proficua professione. Furono anni in cui, forse, non si occupò più di politica, grazie anche al fidanzamento con Tullia Tommasi, un’ostetrica toscana, originaria di Poppi, ormai insediatosi da tempo a Napoli, in una stradina alle spalle di Piazza Plebiscito.

Ma poteva un uomo come Antonio restare lontano dalla politica?

Del resto non aveva mai rotto i rapporti con Amedeo Bordiga al quale era legato da vincoli, oltre che politici, anche di sincera amicizia, cosicché può essere verosimile l’episodio raccontato da Antonio Barone, secondo il quale nel settembre 1925 i due leader nazionali, Amedeo Bordiga e Antonio Gramsci si sarebbero incontrati in una non meglio identificata scuola elementare di Rovigliano, nei pressi del fiume Sarno.

Che l’incontro sia avvenuto sembra storicamente accertato dalle diverse testimonianze, da quelle di Gaetano Marino e Antonio Cafasso, militanti comunisti napoletani, a quella degli stabiesi, Luigi Di Martino e Catello Bruno, leggendarie figure d’antifascisti, tutti presenti alla riunione.

L’incontro fu organizzato dai militanti comunisti dell’area stabiese torrese, tra i quali Gino Alfani, Pietro Carrese e dallo stesso Antonio Cecchi, complessivamente una trentina di persone di Napoli e provincia.3

Probabilmente, stando alle notizie ufficiali in nostro possesso, possiamo considerare questo come l'ultimo incontro politico di Cecchi, prima dell’arresto e della condanna al confino.

Il 31 ottobre 1926 ci fu a Bologna uno strano e fallito attentato da parte del quindicenne Anteo Zaniboni contro il Duce, consentendo al fascismo di giustificare una serie di leggi speciali, sopprimendo i giornali antifascisti, di sciogliere tutti i partiti, di creare il Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato, oltre a proclamare la decadenza dei 120 deputati dell’opposizione con l’accusa di aver disertato i lavori parlamentari.

Ancora prima, provocò da subito, nella notte tra il 1° e il 2 novembre, la reazione furibonda, in tutta Italia, delle squadre punitive fasciste che devastarono le case dei più noti esponenti della sinistra socialista, comunista e democratica, tra queste anche quella della casa paterna dei Cecchi. Racconta lo stesso Pasquale Cecchi nella sua autobiografia:

 

«All’alba del 2.11.1926 la mia casa paterna di Castellammare di Stabia fu invasa e devastata da una squadra fascista, proveniente da Napoli, per rappresaglia dopo l’ultimo attentato a Mussolini. Eravamo tutti in casa, meno il mio primo fratello Camillo, che era medico ed abitava con la moglie nella vicina Angri. Con me c’era anche mia moglie, che avevo sposato da qualche mese. Gli squadristi rispettarono solo le camere delle donne, nelle altre stanze distrussero ogni cosa: non un bicchiere, né un piatto.»

 

Non ebbero miglior fortuna Pietro Carrese, a cui i fascisti portarono via anche i libri di matematica scambiando per cifrari segreti le formule algebriche, Oscar Gaeta che vide la casa paterna distrutta, l’albergatore Achille Gaeta, Gino Alfani e tanti altri.

Ad entrare immediatamente in funzione furono anche le Commissioni provinciali istituite con il Regio Decreto del 6 novembre: tra i primi 20 a vedersi assegnato il confino politico per tre anni – 12 comunisti e 8 socialisti - fu Antonio Cecchi con la seduta del 2 dicembre cui seguì l’arresto la sera dell’8, con l’immediato trasferimento nel carcere di Poggioreale, in attesa della designazione da parte del Ministero dell’Interno della località dove scontare la pena.

Il giorno precedente erano stati arrestati altri due stabiesi, Giovanni D’Auria (1898 – 1967) e Vincenzo Giordano, già protagonisti dei fatti di Piazza Spartaco. Per tutti e tre l’accusa era di aver svolto propaganda sovversiva in epoca precedente all’avvento del fascismo al potere e di aver fatto parte dell’organizzazione comunista. Giovanni D’Auria trascorse il confino politico a Lipari, facendosi addirittura raggiungere dalla fidanzata, Maria Cerchia, sposandola il 24 aprile 1927.

A Lipari resterà ancora per qualche anno, dopo aver scontato la sua pena, prima di ritornare a Castellammare il 21 maggio 1932.4

D’Auria, lo incontreremo ancora tra i protagonisti del movimento operaio stabiese fin dal 1° settembre 1943 e per tutti gli anni ’50, alla testa della segreteria cittadina del PCI.

 

«In tutta la provincia di Napoli vi erano almeno altri cento sovversivi molto più pericolosi. Di questi soltanto pochissimi furono ammoniti o diffidati, mentre tutti gli altri non ebbero alcuna censura. Sorge spontaneo chiedersi: se la polizia era informatissima sull’attività comunista (…) che aveva tenuto all’interno del partito suoi informatori, come può spiegarsi che alla fine del 1926 indicava alla commissione provinciale quel gruppetto di comunisti così esiguo e scarsamente rappresentativo dell’attività del partito? Antonio Cecchi aveva lasciato la politica attiva addirittura dal 1922 (…), D’Auria e Giordano erano esponenti di provincia su cui il partito poteva contare, ma certo non i soli a meritare il confino.»

 

Si chiedeva Nicola De Ianni nella sua particolareggiata ricostruzione di questa delicata fase del primo antifascismo. Si dava naturalmente alcune risposte, riteneva, per esempio, che l’attività della commissione provinciale volesse avere in quella prima fase soltanto un valore esemplare, di monito, repressivo e, nello stesso tempo, preventivo.

Il regime voleva evitare in quella prima fase, di sembrare eccessivamente duro e si accontentava di dare un segnale di forza, ma senza forzare la mano. Per il momento, sembrava voler dire, s’intendeva semplicemente spaventare e disorientare vecchi e nuovi sovversivi, scoraggiandoli dal prendere qualsiasi iniziativa contro il regime.

L’analisi non ci trova pienamente concordi perché i tre stabiesi arrestati, e in particolare Antonio Cecchi, avevano dimostrato tutta la loro pericolosità politica e sociale con la loro costante azione alla testa delle masse popolari.

Non a caso i tre erano considerati i maggiori esponenti della zona. In realtà a De Ianni mancano una serie di documentazione e ricerche da sempre carenti per quanto riguarda in particolare l’attività dei militanti della provincia, ancora oggi in larga parte sconosciuta.

Soprattutto non tiene conto, nel caso di Cecchi, della probabile sua stretta osservanza delle direttive date dallo stesso Bordiga che aveva raccomandato i suoi di occultarsi in quella fase critica.

Ciò non diminuiva naturalmente la pericolosità del soggetto, sottoposto a stretta sorveglianza fin dal 1914, come abbiamo avuto modo di vedere. Più lineare sembra il giudizio dato da Rosa Spadafora, per la quale

 

«Le prime ordinanze colpirono soprattutto coloro i quali avevano svolto in passato e a vario titolo attività politica comunista, socialista o anarchica senza che fosse necessario da parte loro un chiaro atteggiamento di opposizione al regime che intese così tutelarsi nei confronti di persone rese pericolose dall’esperienza politica maturata in seno a partiti estremi e che perciò avrebbero potuto rappresentare importanti punti di coagulo e di riferimento delle istanze antifasciste locali. Ed è per questo che nessuna delle ordinanze pronunciate nel 1926 colpì apolitici mentre furono confinati 7 anarchici, 28 comunisti, 3 socialisti, 1 socialista massimalista e 1 antifascista. Complessivamente 40 campani sui 203 arrestati in quei primi mesi del 1926.»5

 

Contro l’ordinanza della Commissione provinciale, Cecchi promosse il 14 dicembre un’immediata istanza inviata alla Commissione d’Appello per l’assegnazione al confino istituita presso il Ministero dell’Interno, dichiarando di

«avere smesso da tempo qualsiasi attività politica per dedicarsi esclusivamente agli studi universitari e che il provvedimento adottato nei suoi confronti è conseguenza di livori personali.»6

 

La Commissione d’Appello, composta dall’Alto Commissario Michele Castelli, dal procuratore del Re Leopoldo Muggia, dal Questore Cesare Peruzy, dal Capitano Comandante interinale della divisione interna CC.RR Pietro Laino e dal Console del MVSN Filippo De Rosa, sulla base del rapporto del Capo dell’Ufficio di P.S. circondariale di Castellammare di Stabia del 1° novembre 1926, ritenne che Antonio Cecchi avesse continuato a manifestare deliberatamente il proposito di commettere atti diretti a sovvertire violentemente gli ordinamenti nazionali, economici e sociali dello Stato, era quindi da considerarsi pericoloso per sicurezza pubblica e ne ordinava con telegramma del 15 gennaio 1927 l’assegnazione al confino per tre anni da scontarsi presso la colonia di Lipari.

Così come inascoltato rimase lo stesso, disperato appello della madre rivolto al Prefetto e all’Alto Commissario di Napoli, di non condannare quel figlio innocente e per dimostrarlo ripercorse le ultime vicende, portando come prova alcuni articoli di giornali dai quali si evinceva ogni estraneità alla politica attiva da parte di Antonio, da quando era stato espulso dalla Camera del lavoro nell’aprile 1922 e la sua dedizione agli studi universitari.

La notizia della conferma al confino gli giunse mentre era ancora nelle carceri giudiziarie di Napoli, dove scontava la carcerazione preventiva, quella riservata agli elementi più pericolosi.

Finalmente il 23 gennaio partì per la sua destinazione di Lipari, dove lo attendeva la dura condanna di prigioniero politico. Il suo carattere inquieto gli impedì di accettare e di vivere quella condanna passivamente e così reagì come sapeva, ribellandosi al suo stato di detenzione e partecipando alla riorganizzazione di una cellula comunista.

Nuovamente arrestato il 10 dicembre fu trasferito dalla colonia di Lipari al carcere di Siracusa per essere di nuovo sottoposto al giudizio del tribunale militare Speciale con altri 40 confinati.

Prosciolto dalla commissione istruttoria dalla nuova accusa di sovversione, il 16 agosto 1928, il trentatreenne rivoluzionario stabiese fu trasferito da Lipari a Ponza, in provincia di Latina, dove giunse il 3 settembre. Qui non fu meno inquieta la sua permanenza.

Il 26 ottobre prese carta e penna per scrivere al ministero dell’interno ricordando che da quasi due anni non riusciva a vedere nessuno dei suoi familiari e protestando perché da quando si trovava a Ponza il nulla osta alla visita gli era impedito dalla troppa intimità con l’avvocato Domizio Torriggiani (1876 – 1932), Gran maestro del Grande Oriente d’Italia dal 1919 al 1925, quando le logge massoniche furono sciolte con decreto del 22 novembre e sul quale era esercitata una continua, assidua vigilanza per impedirgli  che possa anche a mezzo d’interposta persona comunicare clandestinamente coll’interno.7

 

«Ultimato il periodo di confino, il 7 dicembre 1929, Antonio Cecchi rientrò ancora una volta, mestamente, a Castellammare, nella sua casa paterna, sotto la stretta sorveglianza della polizia politica. Venendo via lasciò tutti i suoi indumenti ai confinati e non si dimenticò di loro molto presto, mantenendo con alcuni una fitta corrispondenza, accompagnata da parole d’affetto e di speranza e conservando cartoline e foto. Tutte facce come la sua, una più patibolare dell’altra.»8

 

Scrive con grossolana ironia l’anonimo estensore del servizio investigativo della polizia.

Per giorni, per settimane, pare non uscisse da casa, almeno stando alla trascrizione di un rapporto di polizia del 27 dicembre 1929:

 

«Credo opportuno comunicare che il sovversivo Cecchi mena vita ritiratissima e dal giorno del suo ritorno dal confino non è più uscito di casa, avendo dichiarato di avere ritegno di mostrarsi in pubblico.»9

 

Trovò lavoro a Napoli, come procuratore presso lo studio legale dell’avvocato Mariano Guerritore con studio al Vico Bagnara, in Piazza Dante. Per richiedere l’abbonamento ferroviario fu necessario il parere favorevole della Questura che lo rilasciò unicamente per il tratto Castellammare - Napoli. Il 10 marzo 1930 sposò la coetanea Tullia Tommasi, un’ostetrica nata a Poppi in provincia di Arezzo e andarono ad abitare a Napoli, nel vecchio appartamento della moglie, in Vico Solitario, 10.

Lasciato il suo lavoro di procuratore, nel dicembre 1933 si trasferì a San Benedetto del Tronto, accettando una supplenza presso il locale istituto tecnico magistrale. Anche se da anni si era chiamato fuori da ogni impegno politico, la sua presenza fu segnalata alla Questura di Ascoli Piceno perché attivassero la necessaria sorveglianza nei confronti dell’antico sovversivo, di cui ancora si temeva la pericolosità. Terminato l’anno scolastico, il 2 luglio 1934 fece ritorno a Napoli ripiombando nella precarietà della sua vita napoletana.

 

La resa o del giuoco delle parti

A Napoli cominciò a frequentare il bar Iolanda in via Roma 170, accosto al Palazzo dell’Intendenza di Finanza, dove fu visto in compagnia di vari sovversivi, tra cui si segnalavano i fratelli Vincenzo e Giuseppe Cocuzza, il giornalista Antonio D’Errico e Roberto Sarno.

Quest'ultimo, originario di Ottaviano, era schedato dal 1930, vantava un lontana militanza come anarchico, subendo un arresto nel 1915, era ora segnalato come militante comunista sovvenzionato dal Soccorso rosso e ben presto, lo stesso sospetto si estese a Cecchi, ritenuto persona affidabile ed in grado di mantenere la dovuta segretezza. Addirittura, secondo una fonte della polizia, i necessari fondi gli erano affidati per effettuare propaganda a favore dell’Unione Sovietica e per utilizzarlo come soccorso rosso.10

Nell’estate del 1934 lasciò la vecchia abitazione di via Solitaria 10 trasferendosi al Vico Vasto a Chiaia 32 ed infine in Piazza Carolina, 18. Nell’autunno, oltre al bar Iolanda cominciò a frequentare il Caffè Canelli, situato in via Giuseppe Verdi, di proprietà di Alberto Canelli. Anche in questo bar non mancarono le sue pericolose frequentazioni, sistematicamente registrate dal poliziotto di turno addetto alla sua stretta sorveglianza.

Antonio non ignorava di avere un ombra che lo seguiva dappertutto, ma sembrava non importarsene più di tanto, forse addirittura lo divertiva, tanto peggio di come stava non poteva andare, non a caso le sue frequentazioni avvenivano tra Piazza Plebiscito, la Galleria Umberto e strade circostanti.  

Così proseguivano i suoi incontri, finto segreti, ora con i fratelli Cocuzza, in particolare con l’ingegnere Giuseppe, noto comunista di Barra, ora con il noto sovversivo Luigi Valente, ora con persone non meglio identificate e i luoghi erano sempre gli stessi, il bar Iolanda, nella saletta retrostante del bar Canelli, la Galleria Umberto, con qualche puntata al molo Beverello, dove da qualche tempo lo si vedeva in compagnia di un capitano del Regio Esercito non identificato.

Da un rapporto più articolato del 29 settembre 1935 di un solerte maresciallo apprendiamo che:

 

«Non ha abiurato alle sue antiche tendenze politiche, associandosi ancora e spesso a corregionali. Egli infatti, in data del 23 aprile del 1931 fu notato a confabulare in Galleria Umberto I col noto confinato politico ex ammonito avv. Mancini Eugenio; in data del 7 dicembre 1932 fu notato in compagnia del noto ex confinato politico ing. Amedeo Bordiga a discutere per via Armando Diaz; in data del 26 settembre 1933 fu notato in compagnia dei noti sovversivi Sarno Roberto e D’Errico Antonio; il 23 luglio 1934 fu notato in via Gaetano Filangieri col noto prof. Barbera Sabatino Pasquale, col quale si portò nel Caffè De Matteis, in via Chiaia, locale già frequentato dal noto gruppo Mancini e dove si trattennero per lungo tempo; il 9 ottobre e nel dicembre 1934 in Galleria Umberto I ebbe contatto col noto comunista, ing. Cocuzza Vincenzo fu Mattia, col quale rimase a discutere tutte e due le volte per circa un’ora. Ciò premesso questo ufficio sarebbe del subordinato parere acché il predetto venga diffidato ai sensi dell’art. 164 legge di p., 3° capoverso. Il maresciallo…»

 

Se da un lato Antonio tesseva la sua fitta rete nell’ondulato  mare dell’antifascismo, cercando di costruire una trama utile a combattere il regime, pur scollegato dal Partito, dal quale era stato allontanato nell’ormai lontano 1922 e quindi ignorando la nuova linea che si andava delineando nell’ambito della Terza Internazionale egemonizzata da Stalin, dall’altro tendeva a voler far credere di aver abbandonato ogni velleità politica e quasi provava a voler dimostrare di avvicinarsi alle idee propugnate dal suo ex compagno, Benito Mussolini.

Sicuramente sotto il profilo personale, non attraversava un momento felice, la mancanza di lavoro, la miseria palpabile e appena attenuata dall’impiego di ostetrica di sua moglie Tullia, da anni ormai unico sostegno economico della famiglia, pur senza figli, la lunga stressante vigilanza della Questura cui era sottoposto, la mancanza di prospettive serie, sul versante professionale e politico, la certezza di un regime che non si indeboliva, ma andava anzi sempre più rafforzandosi nell’opinione pubblica e internazionale, furono forse tra i motivi di un momento di debolezza che lo spinsero, il 20 settembre 1935, a scrivere una lettera al Duce, intrisa della retorica tipica del regime.

 

«Voi in questa ora affermate non solo il diritto indeclinabile del popolo italiano, ma sollevate nelle coscienze un problema che è di tutti perché il diritto e il dovere alla vita è degli individui come dei popoli (…), io mi sento vicino a voi come nel ’14 ad Ancona dove quasi profeta colpiste l’idra di tutti gli intrighi e di tutto l’affarismo politico: la massoneria.»

La lettera continuava affrontando il suo stato attuale e chiudeva dicendosi «al suo servizio.»

 

«In sei anni sono vissuto di rinunzie e di miserie. Un diploma di maestro, una laurea in Legge ed una in Filosofia potevano procurarmi un pane più tranquillo, attraverso l’inchinamento supino e cieco. Non è stato mai possibile. Io volevo comprendere, volevo sentire (..). Voi Duce mi avete dato la luce e a voi ritorno con cuore aperto e ferma fede (…). Io non vi chiedo la tessera (..). Io sono ritornato a voi che esprimete il diritto, l’onore e la forza rinnovatrice dell’Italia (…). Io sono a vostra disposizione in qualunque posto e con qualunque incarico.»11

 

Si era alla vigilia della guerra d’Etiopia, che sarebbe iniziata da lì a poco, nei primi giorni di ottobre e il fascismo era all’apice del suo prestigio. L’opposizione era stata ormai cancellata del tutto, come aveva dimostrato il plebiscito del 25 marzo 1934, voluto dal regime. A Napoli e provincia gli elettori erano 492.952 e di questi ben 471.201 dissero Sì al fascismo.

I No furono complessivamente 92 di cui 64 nel solo capoluogo. Come continuare a resistere quando i suoi migliori amici e compagni di tante battaglie o erano emigrati e di loro non si sapeva più nulla, come Luigi Bello, Michelangelo Pappalardi e Antonio Esposito, oppure erano rimasti, ritirandosi nel privato, nascondendosi nell’anonimato della vita quotidiana, così come avevano fatto i suoi fratelli Camillo e Pasquale dediti alla propria professione di medico e insegnante, come Gino Alfani che aveva ripreso il suo lavoro d’avvocato, Pietro Carrese il suo insegnamento di matematica, come tutti quelli che insomma, pur non piegandosi non potevano fare di più, oppure, peggio ancora, avevano ceduto al regime fascista aderendo per quieto vivere, per convenienza se non, addirittura, con entusiasmo e convinzione.

Così aveva fatto, almeno apparentemente, Oscar Gaeta che per quieto vivere aveva aderito al fascismo nel 1934, trasferendosi a Napoli nel luglio 1935 con i suoi vecchi genitori e poi a Roma nell’aprile 1940, continuando nella capitale la sua attività d’avvocato.

Anche il fratello di Oscar, l’ingegnere Guido, l’antico fervente antimilitarista del 1914, si era avvicinato al regime e adesso viveva a Milano dal 1932.  Perfino Mario, il più giovane dei fratelli Cecchi, se n’era andato a Roma il 24 febbraio 1933, dove il 30 marzo 1935 sposò Adelaide Amendola (1910 – 1980), figlia del grande liberale di sinistra, Giovanni, ucciso dalla violenza fascista.

Ora toccava a lui abbassare, o fingere di farlo, la testa, inchinandosi al più forte, ma anche questa umiliazione non servì a niente perché la sua supplica si scontrò con il parere negativo dell’Alto Commissariato, il quale dopo avere percorso in sintesi l’attività politica dell’antico Segretario della Camera del Lavoro di Castellammare di Stabia e di Napoli, così concluse il parere, dando giudizio negativo alla sua riabilitazione politica:

 

«Il Cecchi è disoccupato (…) ed impartisce qualche lezione privatamente ritraendo così i mezzi di vita. Per i suoi precedenti non si ritiene opportuno, almeno per ora, di accogliere integralmente le istanze trasmessomi (..). Ho peraltro dato disposizioni perché la vigilanza sul suo conto sia contenuta in forma saltuaria e riservata…»12

 

Le conclusioni dell’Alto Commissario erano, naturalmente il frutto delle diverse relazioni giunte sul suo tavolo, una delle quali era stata redatta il 29 settembre, come abbiamo visto, dal nostro puntiglioso maresciallo.

Ma Antonio Cecchi non si arrendeva così facilmente e continuò sul doppio binario degli incontri clandestini e del cittadino normalizzato e asservito al regime, così nel dicembre del 1938, con lo pseudonimo di Antonio Guido Sarnico, pubblicò un libretto a carattere educativo pedagogico di 180 pagine, dedicandolo alla sorella Rosa e al fratello Mario, “L’ideale educativo e la formazione spirituale del maestro della nuova Italia”. Lo stesso Cecchi nella sua introduzione lo definì come il

 

«frutto di una lunga esperienza vissuta con i miei alunni e colle mie allieve. Raccolta di lezioni tenute per prepararli al concorso magistrale e riordinato in modo da formare un problema unico.» 

 

Non contento di mostrarsi pentito del suo passato, volle fare il passo più lungo, arrivando a rinnegarlo e il 23 marzo 1940 fece ufficialmente domanda di essere ammesso, in qualità di ex combattente nel Partito Nazionale Fascista. La sua domanda fu lasciata marcire nel cassetto e solo un anno dopo, il 25 febbraio 1941, lo convocarono presso la Federazione dei Fasci di Combattimento dove gli fu comunicato che la sua richiesta era stata respinta per indegnità morale e politica. Antonio non si perse d’animo e scrisse direttamente al Questore,

 

«Molto probabilmente la pretesa mia indegnità sarà stata decisa per le informazioni dei vostri servizi politici. Ed in questa mia ipotesi non vi è alcun motivo o giudizio di risentimento o di acredine verso l’autorità di polizia. Perché essa avrà tenuto conto della posizione politica dello scrivente quale risulta dalla pratica che lo riguarda.»

 

L’antico rivoluzionario ripercorre quindi brevemente il suo itinerario politico, ricordando la condanna scontata al confino politico ma, puntigliosamente, sottolineando di aver abbandonato fin dal 1930 ogni attività antifascista. Ricorda con orgoglio il volume pedagogico pubblicato nel 1938

 

«che rivela onestà di cultura e probità d’intenti. Questo volume va nelle mani di molti studenti e insegnanti e li aiuta alla comprensione dei valori etici della nuova Italia.»

 

Segue nella lettera un improvviso scatto d’orgoglio, qualcosa dell’antico ribelle che risorge e accusa,

 

«il regime di solidarietà nazionale è soltanto esercitazione retorica della stampa quotidiana? Credevo che se lo Stato è l’unità di tutti i componenti nei doveri e nei diritti, la realizzazione di tale unità non dovesse dipendere dall’arbitrio e dal capriccio.»

 

L’esposto si chiuse facendo appello all’autorità del Questore affinché si tenesse conto della sua attuale posizione politica. Il funzionario girò l’appello alla prefettura e questa il 9 marzo scrisse al Ministero dell’Interno così concludendo il suo parere

 

«Poiché il Cecchi ha dato concrete e sicure prove del suo ravvedimento politico ed in considerazione anche che lo stesso ha testé chiesto l’iscrizione al PNF quale ex combattente, questo ufficio propone la di lui radiazione da codesto Casellario Politico Centrale.»

 

Il 18 marzo, inaspettatamente, arrivò dal Ministero la risposta tanto attesa della definitiva radiazione dal novero dei sovversivi del nominato in oggetto.13

Non sappiamo cosa ne ricavò dalla sua capitolazione, se veramente andò a ritirare la sua nuova fiammante tessera d’iscrizione al partito che aveva tanto combattuto, e che tanti disastri aveva e stava provocando, compresa l’orrida guerra ancora in corso. Ma non è questa la domanda che dobbiamo porci, piuttosto chiederci se fu vera resa la sua, se non fu piuttosto una linea tattica tenacemente perseguita, come già aveva fatto il suo antico amico e fondatore del PCd’I, esplicitandola con parole e scritti.

Amedeo Bordiga era stato espulso dal Partito nel 1930 ed era nota la sua sfiducia nella possibilità del partito di potersi seriamente impegnare in un’aperta lotta politica in Italia.

Il regime doveva cuocersi nel suo brodo, per questo riteneva necessario attendere il ricrearsi di nuove situazioni per ricominciare e nel frattempo era opportuno estraniarsi. Antonio conosceva perfettamente il pensiero di Amedeo e questo spiegherebbe l’atteggiamento assunto.

Chi è dunque il vero Antonio? Le decine di rapporti redatti dai suoi zelanti sorveglianti non lascerebbero adito a dubbi di sorta.

La sua stessa storia, il comportamento, l’atteggiamento tenuto in quegli anni duri, furono coerenti con il suo passato di rivoluzionario intransigente. La mancanza di rapporti e informative della polizia politica dal 1936 al 1943, sembrano quasi voler dimostrare la caduta di Antonio, la sua resa al regime, il segno di qualcosa effettivamente accaduto.

Forse il giocattolo del suo antifascismo si era rotto, i rapporti con i compagni d’avventura interrotti, come fosse stato colpito da una crisi esistenziale, lo avesse investito, trasformato, piegato, se non abbattuto.

Quanto potrebbe aver contato la moglie, forse a sua volta stanca di vivere in tanta miseria e con tante preoccupazioni, in questa sua metamorfosi? Del resto Tullia non si era mai occupata di politica, forse provava addirittura simpatia per il regime, non sappiamo nulla di lei.

Noi siamo convinti, anzi siamo certi, che Antonio fece il doppio gioco, perché laddove mancano i rapporti della polizia, ci sovvengono le testimonianze di quanti quegli anni li hanno vissuti pericolosamente sulla loro pelle, da Mario Palermo a Salvatore Cacciapuoti, come meglio vedremo più avanti.

 

Gli anni del regime a Castellammare di Stabia

A Castellammare di Stabia gli anni della dittatura non furono un bel vivere, con la gente costretta a tirare fuori i suoi istinti peggiori, come quel Giuseppe Di Napoli, un 50enne senza mestiere, dedito al giuoco e senza mezzi di fortuna che un bel giorno d’aprile del 1934 scrisse all’Alto Commissario, ma rivolgendosi direttamente “A sua Eccellenza il Duce”, chiedendogli d’incontrarlo per informarlo di essere

 

«A conoscenza di manovre di spionaggio a danno dell’Italia ed a favore di una potenza estera.»14

 

Così com’erano denunciati i vari soprusi, scrivendo direttamente al Duce: al capo del Governo si erano rivolti un gruppo di disoccupati scrivendo nel loro sgrammaticato italiano,

 

«Noi operai della Ditta Coppola esponiamo quanto segue: il giorno 5 ottobre 1929 fu chiuso lo stabilimento con la riapertura il 14, con la modifica di un licenziamento di tre capi squadra e 40 operai. Ora (…) ha fatto nuove assunzioni e noi siamo rimasti fuori, facendo ancora degli abusi di far pervenire gli operai da Napoli e noi con le nostre opere buone abbiamo fatto ingrandire il signor Coppola. Fin oggi siamo andati a piangere qua e là senza nessuna risposta affermativa.»15

 

A navigare in pessime acque erano anche gli operai dei Cantieri Metallurgici Italiani se la stessa direzione aziendale scriveva il 22 aprile 1930 all’Alto Commissario per la provincia di Napoli, Michele Castelli,

 

«La mancanza di lavoro a seguito disposizioni Amministrazione ferroviaria mette i CMI in crisi con i suoi 300 dipendenti. Mette quindi in sospensione la maggior parte delle maestranze addette alla riparazione dei veicoli ferroviari. Si prevedono licenziamenti per almeno 50 persone.»16

 

Oltre ai 300 addetti al reparto riparazione veicoli in pericolo di licenziamento, i Cantieri avevano altri 1.100 dipendenti addetti in altri reparti e lavorazioni accessorie come segheria, bulloneria e lavorazioni metalliche. La situazione non migliorò nei mesi successivi e il Podestà, Giovanni Battista Raimondo, ebbe di che preoccuparsi intrecciando una fitta corrispondenza con le direzioni aziendali dei diversi stabilimenti e in stretto contatto con l’Alto Commissario. Nell’estate del 1931 anche i Cantieri Navali avevano licenziato 700 operai,

 

«riducendo così a 1.200 operai la sua forza effettiva. Qui è bene chiarire che al Ministero della Marina non appare il licenziamento dei 700 contrattisti, che per essere tali non figuravano nei ruoli effettivi di questo Regio Arsenale, essi lavorando dai 15 ai 20 giorni il mese non erano considerati disoccupati.»17

 

Era quindi necessario aumentare il lavoro per il Regio Cantiere non soltanto per evitare nuovi e più pesanti licenziamenti ma anche e soprattutto per ridurre la disoccupazione ormai dilagante a Castellammare.

 

«Dai dati in possesso di quest’Ufficio del lavoro, i disoccupati, i quali godono del sussidio governativo sono in n° di 754, mentre ve ne sono altri 3mila i quali hanno già goduto del sussidio di disoccupazione e si trovano senza pane e senza lavoro: aggiungo che la disoccupazione in questo comune colpisce principalmente gli operai addetti alle costruzioni navali e metallurgiche e soltanto con provvedimenti nei riguardi di questo cantiere può essere attenuata.»18

 

Inutilmente il Podestà scriveva in quel 4 aprile 1932 a sua Eccellenza, l’Alto Commissario, Pietro Baratono, che tra l’altro aveva avuto, come il suo predecessore, Michele Castelli, pieni poteri dal governo.

Lo stato di disoccupazione di tanti operai, continuamente espulsi dalle fabbriche, l’estrema indigenza di troppe famiglie aveva svuotato le casse comunali, ormai prive dei fondi necessari per garantire la minima sussistenza e costretta a ricorrere al super prefetto per poter continuare a garantire i 500 pasti giornalieri gratuiti ai disoccupati, oltre il 20 aprile.

La gravità della situazione portò il 24 marzo un migliaio di licenziati del Regio Cantiere aveva invaso la sede del fascio chiedendo un intervento politico per sanare la loro drammatica situazione.

L’8 aprile, stanche delle tante promesse non mantenute, a scendere in piazza furono circa 300 donne esasperate, invadendo Piazza Municipio e chiedendo lavoro per i loro mariti e distribuzione di viveri.19

La situazione sembrò migliorare lentamente ma solo andando ad incidere ancora più pesantemente sui diritti e sul salario degli operai. Vediamoli da vicini i numeri dell’occupazione nelle diverse industrie cittadine: Regio Cantiere 1.418, Cantieri Metallurgici 1.470, Cirio 1000, AVIS 950, Cooperativa Combattenti 500, Calce e Cementi 231, Cooperativa Stabia 120, Oleifici Gaslini 118, Pastificio Di Nola 97, Cartiera Cascone 69, Ditta Merlini 65, Pastificio Di Nola Enrico 60, Pastificio Criscuolo 58, Pastificio D’Apuzzo 34, Molino Striano 34, Compagnia Napoletana Gas 26, Conceria Arienzo 22, Lanificio Brancaccio 23, Calzificio Ascione 20, Saponificio Filosa 9, Conceria Ravone 8. Complessivamente le 21 principali attività produttive della città occupavano 6.332 dipendenti.20

Le drammatiche condizioni dei lavoratori stabiesi durante il regime emergono anche dalle numerose lettere scritte direttamente al Duce, oppure alle diverse istituzioni, come quella scritta nel novembre 1938 dalle mogli degli operai del Regio Cantiere al Commissario prefettizio, Gaetano Grimaldi, reclamando

 

«la vita alla Vostra Eccellenza perché sono tre anni di continue riduzioni di paga.»21

 

Sollecitato a dare una risposta, il direttore rispose per iscritto pochi giorni dopo, difendendosi come poteva, dichiarando che quelle affermazioni non corrispondevano completamente al vero. In realtà per la mancanza di commesse si era costretti a lavorare solo 10 giorni sui 15.

 

«Cosicché è vero purtroppo che gli operai ricevono alla fine della quindicina somme troppo piccole, ma non è nella facoltà dello scrivente di porre rimedio, a meno di procedere ad un vasto licenziamento di operai, cosa che non si ritiene né umana, né opportuna.»22

 

Ad aggravare il dramma con i suoi lutti e le sue rovine ci pensò lo stato di guerra in cui viveva la popolazione dall’inizio del conflitto mondiale e Castellammare non fu certamente risparmiata dai bombardamenti aerei, dalle incursioni che mietevano vittime innocenti. L’esasperazione esplose in tumulti popolari nel 1942, in questa come in altre città e poi ancora nei primi giorni di settembre del 1943 con gli operai delle fabbriche pronti a far risentire la loro voce dopo tanto inutile silenzio.

Se Antonio Cecchi si era ritirato sull’Aventino, meditando sugli errori e sulle debolezze della sua vita, piegandosi al più forte o, più probabilmente, mimetizzandosi nell’attesa di eventi più favorevoli, altri non la pensavano come lui: a Castellammare, come in tanti altri luoghi, c’era chi non aveva mai ammainato la bandiera della resistenza.

Alcuni tra coloro che avevano condiviso con lui gli anni difficili ed entusiasmanti, quelli vissuti tra il 1919 e il 1922, gli anni della passione civile, della speranza rivoluzionaria e della caduta delle illusioni, fino alla tragica conclusione della dittatura favorita dalle troppe divisioni della sinistra, pur con le cautele necessarie, non mancarono di far sentire la loro ostilità al regime, fino ad assumere la direzione della resistenza, costituendo cellule, incontrandosi, facendo proselitismo, perpetuando in questo modo l’orgoglio dell’appartenenza ad un grande partito attraverso il silenzioso, ma non per questo meno pericoloso, lavoro clandestino.

Tra questi c’era l’operaio dei Cantieri navali, Luigi Di Martino (1897 – 1969), battagliero antifascista fin dal primo dopoguerra, capeggiando scioperi e proteste e non esitando nel giugno 1924 a protestare pubblicamente contro l’assassinio di Giacomo Matteotti, tentando di impedire nella villa comunale il proseguimento del concerto da parte dell’orchestra che suonava sulla Cassa Armonica, ad accogliere freddamente il Duce in visita al Regio Cantiere insieme a tutti gli operai schierati al suo passaggio quel 16 settembre, ancora del 1924, a partecipare allo storico incontro con Gramsci e Bordiga in quella fredda scuola di Rovigliano in quei primi giorni di settembre del 1925 e infine tentando di ricostruire un minimo di organizzazione politica con un gruppo di giovani studenti universitari ed operai, a dare una risposta dimostrativa contro il regime oppressivo che aveva abolito tutte le conquiste dei lavoratori tenendoli sotto il continuo ricatto dei contratti annuali.

L’occasione per dimostrare il loro ingenuo coraggio si presentò nel 1936, anniversario dei fatti di Piazza Spartaco, quando

 

«Sotto le direttive del vecchio sovversivo Di Martino, nella notte sul 20 gennaio numerosi manifestini (…) contenenti espressioni di propaganda sovversiva e volgarissime offese al Capo del Governo, furono diffusi (…) in Castellammare (…) le autorità non tardarono ad assicurare alla giustizia i responsabili. Furono arrestati e denunziati (…) Vingiani e Perez (..) Marano, De Rosa, Di Martino e Martorano (..). In considerazione che tali fatti avvenivano in momento particolarmente delicato per l’Italia, in un momento in cui tutta la nazione era protesa verso l’esercito impegnato in Africa orientale per raggiungere le mete imperiali segnate dal Duce e al superamento delle inique sanzioni economiche impostale da quasi tutti gli stati del mondo coalizzati; che il Marano e il De Rosa quali appartenenti il primo al GUF e l’altro al partito nazionale Fascista, avevano prestato giuramento di fedeltà al Duce, il collegio ritiene di dovere usare giusta severità nei confronti dei responsabili. Ritiene che siano pene adeguate ai fatti: per Marano, De Rosa e Di Martino, complessivi anni 8 di reclusione a ciascuno, derivati dal cumulo di anni 5 per le offese al capo del Governo e anni 3 per la propaganda; per Martorano, complessivi anni 6 di reclusione (…), per Perez anni 5 per la propaganda ascrittagli (…), Ritiene infine di dover assolvere per non provata reità il Vingiani (…) essendo insufficienti (…) le prove emerse a suo carico.»23

 

Il primo ad uscire dal carcere fu Guglielmo Perez dopo tre anni trascorsi nell’istituto penale di Castelfranco Emilia, in provincia di Modena, tornando finalmente libero il 6 marzo del 1939, Luigi Di Martino sconterà, invece, la sua pena prima nel reclusorio di Fossano, in provincia di Cuneo, poi dal 1938 in quello di Civitavecchia, sarà liberato il 21 gennaio 1941.  Uno dopo l’altro i condannati tornarono a casa, riprendendo immediatamente il loro posto alla testa del movimento operaio di Castellammare.

Venne il 25 luglio 1943 e cadde la stella del Duce d’Italia, ma non per questo si fermò la guerra con le incursioni aeree delle forze alleate che continuavano a seminare il terrore attaccando le linee di comunicazioni e mitragliando il porto stabiese dove la contraerea difendeva come poteva i cantieri navali.

L’ultimo attacco aereo si ebbe nella notte del 24 e nella mattinata del 25 agosto. Intanto in città era completamente mutato il clima politico e il nuovo Commissario prefettizio, Gioacchino Rosa Rosa, fresco sostituto di Federico D’Aiuto, si ritrovò da subito, fin dal 20 agosto, ad essere costretto a scrivere al Prefetto per capire come muoversi

 

«Mi risulta che presso alcune industrie ed enti il personale squadrista è stato licenziato o sospeso. Prego codesta Superiore Autorità di compiacersi farmi avere istruzioni in proposito con tutta urgenza ad evitare che le premure fin qui contenute possono dar luogo ad inconvenienti.»24

 

Non a caso qualche giorno dopo, il 24, nell’edizione serale del quotidiano, Roma, apparve, in una corrispondenza da Castellammare, l’articolo, Voce del pubblico, in cui ci si chiedeva quando sarebbe cominciata l’epurazione dei fascisti. Quasi fosse stato un segnale, qualche giorno dopo fu trovato affisso sulla porta d’ingresso dell’Ufficio di conciliazione e della disoccupazione un foglietto con scritto, in uno stentato italiano

 

«Noi tutti i cittadini di questa città non vogliamo assolutamente che i giornali non devono parlare dell’ex Mussolini e dovete mandare via gli ex squadristi che sono impiegati nel comune se non vogliate disturbiamo la città. I cittadini.»25

 

Allarmato, Gioacchino Rosa Rosa avvertì immediatamente il Prefetto chiedendogli lumi sul da farsi.

Al temporeggiare delle istituzioni risposero gli operai il 1° settembre: dal Regio Cantiere, dall’Avis, dai Cantieri Metallurgici Italiani la classe operaia abbandonò il posto di lavoro per riversarsi sulle strade e confluire in Piazza Ferrovia da dove partì un imponente corteo.

 

«Polizia e carabinieri, fiancheggiati da reparti tedeschi, tentano con ogni mezzo di bloccare la manifestazione, tentando di accerchiare gli operai che gridano slogan inneggianti alla pace ed entusiasmando la popolazione che usciva dalle abitazioni per rafforzare il corteo. Da Piazza Ferrovia a Piazza Quartuccio fu un susseguirsi di scontri e tafferugli e di abili manovre dei manifestanti per evitare l’accerchiamento delle forze dell’ordine, le quali alla fine fecero uso di bombe lacrimogene e di bombe balilla. Alcuni organizzatori della forte protesta popolare furono arrestati e tra questi Luigi Di Martino, Luigi Acanfora, Giovanni D’Auria, Francesco Staiano, Saul Cosenza, Alfonso Amato e Salvatore Barone…»

 

Scriveva Antonio Barone nel suo, Pagine di storia.  Gioacchino Rosa Rosa invece così sintetizzava gli eventi nel suo rapporto del giorno dopo al Prefetto, minimizzando e distorcendone i fatti, incapace di rendersi conto della fine ormai prossima del fascismo e della sua inutile, dannosa censura

 

«Le dimostrazioni di ieri provenienti da diverse direttive verso Piazza Municipio, tra le 9 e le 13, sono state fatte abortire fin dall’inizio per intervento delle forze armate e degli arditi di questo Comandante del Presidio, Comando Militare e costituite da militari, agenti di pubblica sicurezza, carabinieri e vigili urbani. Si deplorano 9 feriti leggeri. Si è proceduto al fermo di 80 persone circa. Non si sono verificati incidenti e non viene compromesso l’ordine pubblico.»26

 

Gioacchino Rosa Rosa, rampollo di una dinastia di commercianti di legnami, già fiduciario e poi Presidente dell’Associazione commercianti durante il fascismo, in bilico tra il vecchio e il nuovo mondo, i cui contorni non gli erano ancora chiari, cercava di destreggiarsi, facendolo malamente, con fatti di cui non capiva la portata storica e tentando di uscirne, cercando di compromettersi il meno possibile con chiunque fosse stato il vincitore o perlomeno di uscirne sano e salvo.

Qualunque fosse il suo intento, fu in ogni caso costretto a svegliarsi presto dalle sue illusioni perché si ritrovò da lì a poco, in ottobre, spodestato dal nuovo Podestà, Eusebio Dellarole. 

Anche quest’ultimo rimase ben poco, a seguito dell’avvenuto insediamento del Comitato di Liberazione Nazionale a livello provinciale che, su proposta del CLN locale, in dicembre nominò Carlo Vitelli nuovo Commissario prefettizio e nel luglio 1944 sindaco in attesa delle prime libere elezioni amministrative.

Intanto in carcere erano rimasti alcuni degli organizzatori, tra cui, Giovanni D’Auria, Luigi Acanfora e Luigi Di Martino, liberati il 17 settembre da un nuovo tumulto popolare per impedire che fossero portati via dai tedeschi e quasi sicuramente condannati alla morte.

Quanto fossero pericolosi gli ex alleati, lo dimostrarono subito dopo la diffusione dell’avvenuto armistizio, tentando di impossessarsi dell’incrociatore Giulio Germanico, in fase d’allestimento ormeggiato nei cantieri navali.

Contro questo atto di guerra si oppose il capitano di vascello, Domenico Baffico, alla testa di uno sparuto gruppo di marinai fronteggiando gli invasori e

 

«ricacciandoli con violento prolungato tiro d’armi leggere. Dopo ardua lotta, nella quale i suoi uomini avevano prevalso, attratto con l’inganno a parlamentare, veniva catturato e barbaramente trucidato.»

 

Nella difesa del Regio Cantiere restava ucciso con Domenico Baffico, il colonnello Giuseppe Olivieri, il capitano Mario Ripamonti e il tenente Ugolino Molino.  Contemporaneamente cadeva, nel tentativo di difendere i Cantieri Metallurgici, il carabiniere Alberto Di Maio. Era l’undici settembre.

Quello stesso pomeriggio fu lanciata una bomba incendiaria da uno dei tetti contro una colonna tedesca motorizzata, mentre attraversava Piazza Quartuccio. Fu il segnale dell’attacco con semplici civili e militari pronti ad armarsi per fronteggiare il nuovo nemico, consapevoli di combattere per la propria e altri libertà. La battaglia si estese fino a Piazza Ferrovia e durò alcune ore, ma la lotta era impari e ben presto furono costretti a ritirarsi e i militari alla resa.

Nei giorni successivi ci furono nuovi scontri, provocando complessivamente almeno quattro morti tra i civili combattenti e altrettanti i tedeschi uccisi. Fu proclamato il coprifuoco e pochi giorni dopo iniziò il rastrellamento dei giovani da deportare in Germania, smistandoli nei diversi campi di concentramento dei territori occupati, tra cui quello di Imprò, nella Russia Orientale, come accadde ai fratelli Alfonso e Raffaele Martone catturati il 23 settembre, mentre un terzo fratello, Giovanni, fu deportato in Austria.27 

Durante i rastrellamenti i tedeschi non fecero distinzione alcuna tra quanti continuarono a dichiararsi alleati e il resto della popolazione avversa al regime e alle nuove truppe di occupazione straniera. A cadere nelle mani naziste furono, tra gli atri, gli stessi figli dell’ex commissario prefettizio, Gioacchino Rosa Rosa, Domenico (1922 – 2005) e Catello (1925 – 2014).

L'ultima offesa la fecero quando gli americani erano ormai in procinto di avvicinarsi, prima di ritirarsi definitivamente, tra il 26 e il 28, saccheggiando, incendiando e distruggendo i macchinari delle fabbriche con le mine, la Cirio, i Cantieri Navali, l’Avis, i Cmi e i diversi pastifici cittadini. Dietro di loro le orde affamate del popolo, in gran parte donne e ragazzi, ne approfittarono per portare via tutto quanto era commestibile, dallo scatolame delle conserve alimentari della Cirio, ai sacchi di farina dei molini e pastifici.

Il 29 settembre, finalmente, la V Armata comandata dal generale americano Mark Clark, accampata su Agerola si decise di “liberare” la città ormai abbandonata dai tedeschi in fuga verso Cassino.28

Per le feroci rappresaglie contro inermi cittadini, provocate dai tedeschi fra l’11 e il 28 settembre 1943, che lasciarono sul terreno almeno 31 morti e 16 feriti – il più giovane, Umberto Palatucci, era soltanto un ragazzo di otto anni, il più anziano, Giuseppe Rienzo, di anni ne aveva 59 – per l’eroica difesa dei cantieri navali da parte del locale presidio militare, per il contributo dato alla guerra di liberazione, con la spontanea costituzione dei primi nuclei partigiani in armi contro l’invasore fin dal 1° settembre, per la deportazione in Germania e in Austria, subita da parte di oltre 2mila giovani, alla città di Castellammare di Stabia è stata conferita nel 2005 la medaglia d’oro al merito civile.

Venne il tempo della ricostituzione dei partiti, con Giovanni D’Auria che s’impose come primo Segretario Cittadino del rifondato PCI, sconfiggendo il più giovane e intellettuale Francesco Marano, uno degli artefici della beffa del 1936, e si ricostituì la Camera Confederale del Lavoro, trovandosi da subito ad occuparsi della ricostruzione delle fabbriche distrutte. Su quest’argomento scriveva Carlo Vitelli il 18 dicembre 1943

 

«Premesso che in seguito alla distruzione operata dai tedeschi di tutte le industrie stabiesi e alla disoccupazione di tutti gli operai di questo comune, fu ritenuto necessario da parte del comando delle truppe alleate, la costituzione di un Ufficio del Lavoro per disciplinare in modo razionale l’assunzione del suddetto personale presso gli stabilimenti.»29

 

Tra i problemi da risolvere con estrema urgenza vi era l’epurazione degli ex squadristi presenti nei luoghi di lavoro, alcuni ancora insediati in vari posti di comando e in grado di influenzare l’ambiente, altri, con estrema disinvoltura erano riusciti a fare il salto della quaglia dichiarandosi antifascisti, alcuni perfino comunisti.

Il problema era fortemente sentito in tutti quelli che per venti anni avevano subito ogni tipo d’angherie. Per risolverlo Carlo Vitelli, ancora in coabitazione con Dellarole, Segretario Capo del comune, chiese lumi al Governatore militare alleato, scrivendogli il 15 ottobre

 

«Ritorno anche a nome della consulta municipale sulla questione dei provvedimenti da adottarsi a carico degli squadristi e di quei fascisti che per la loro intensa attività passata è rimasta profondamente meravigliata pel fatto che nessuna misura di sicurezza è stata presa nei loro confronti.» 

 

La risposta non si fece attendere. Si chiesero i nomi e si prepararono le prime liste di prescrizione. Il 25 novembre erano deliberati i primi licenziamenti di dipendenti comunali, tra questi, Raffaele Galvanico, Vincenzo Zerbini, Domenico Vanacore e Pietro Girace. Successivi elenchi, di 52 e 25 nomi, definiti “squadristi e fascisti facinorosi”, furono forniti dal Comitato di Liberazione locale il cui presidente era l’avvocato Silvio Gava.

Tra i nomi dell’ex regime spiccava quello dell’avvocato Arnaldo Fusco considerato, L’anima nera del fascismo e già vice federale di Napoli, seguivano Mariano Carrese, un ex socialista convertitosi al fascismo e Giuseppe e Mario Mormone.

Il 28 giugno 1944 si deliberava una nuova sospensione ed epurazione con effetto dal 3 settembre, nei confronti di Sebastiano Longobardi, sorvegliante allo spazzamento e di Michele Battipaglia, bidello di scuola elementare. Un dubbio dovette improvvisamente attraversare la mente di Carlo Vitelli, quando si decise di prendere carta e penna e di scrivere al nuovo prefetto Francesco Selvaggi,

 

«Poiché i provvedimenti relativi sono di competenza della Commissione Regionale di Epurazione, ad evitare disparità di trattamento nei confronti degli impiegati e salariati sospesi con deliberazioni del 25 novembre 1943, n° 459, 460 e 28 giugno scorso n° 216, si gradirebbe conoscere provvedimenti adottatosi e se è consentito a questa amministrazione di procedere alla sospensione diretta anche dei prenominati Longobardi e Battipaglia.»

 

La risposta arrivò a stretto giro di posta

 

«La Commissione Regionale per l’epurazione non è più in funzione in seguito all’entrata in vigore, anche per questa provincia, del D.L. 27 luglio 1944, n° 150. Pertanto codesta Amministrazione non può adottare alcun provvedimento di sospensione in attesa delle istruzioni che saranno impartite da questa prefettura. Firmato Francesco Selvaggi.»30

 

La farsa delle epurazioni si chiuderà nel giugno 1946 con l’amnistia generale intesa come atto di clemenza e di pacificazione nazionale all’indomani della proclamazione della Repubblica, in realtà come atto di resa per l’impossibilità colpire quanti avevano collaborato con il passato regime

 

«perché non basta disporre di alcuni posti al vertice per debellare le resistenze e la vischiosità dei grandi apparati burocratici (..) perché lo Stato sorto a Bari non ha la forza di imporre ai giudici le leggi che non trovano corrispondenza nella mentalità e nella coscienza dei magistrati benpensanti allevati nel fascismo.»31

 

Accadde così di vedere uscire dalle carceri – semmai vi erano entrati - coloro che avevano perseguitato gli antifascisti e torturati i partigiani, mentre uguale clemenza spesso non fu adottata nei confronti dei partigiani macchiatosi degli stessi errori, con la tragica conseguenza di assistere, anche negli anni successivi al 25 aprile, ai tragici fatti di sangue con fascisti uccisi da quanti, a torto o a ragione, ritenevano che giustizia non fosse stata fatta.

Mentre l’epurazione dei quadri fascisti si chiuse nella farsa, a Castellammare rimaneva drammatica la situazione lavorativa, già l’ultimo podestà, Eugenio Dellarole, il 9 ottobre 1943 aveva provveduto

 

«Sentita la consulta; ritenuto che in questi momenti di gravissima difficoltà per la vita cittadina, uno dei problemi d’estrema urgenza è quello della disoccupazione conseguente alla distruzione operata dal vandalismo teutonico del nerbo vitale delle industrie stabiesi, come il glorioso cantiere navale, i Cantieri Metallurgici, l’AVIS, il Molino e il Pastificio Voiello, lo stabilimento Cirio, l’oleificio Gaslini ecc,; chè è d’uopo provvedere con ogni mezzo all’occupazione delle numerose maestranze, mentre si darà opera per ottenere i provvedimenti necessari alla ricostruzione delle industrie cittadine; che non funzionando più gli uffici di collocamento sindacali, è necessario ed urgente che il comune proceda alla costituzione di un proprio ufficio del lavoro col compito di provvedere al censimento dei disoccupati ed al loro avviamento al lavoro.»32

 

In quei drammatici primi mesi del dopoguerra ognuno doveva arrangiarsi come poteva, non disdegnando, ieri come oggi, la raccomandazione di questo o quel politico, di questo o quel funzionario governativo, oppure facendo pressione tramite le diverse associazioni.

Ma quando anche tutto questo non era sufficiente ecco allora verificarsi casi come quello di Raffaele Guarino che il 4 settembre 1945, intorno alle 12, come uno scalmanato cominciò a scardinare la porta degli sportelli dell’Ufficio del Lavoro e con gli occhi iniettati di sangue tentò di dare fuoco allo schedario.

Non riuscendovi si avventò sui cassetti, ne distrusse alcuni dopo aver rovesciato sulla strada oltre 4mila schede, provocando notevoli danni nel successivo funzionamento dell’ufficio. Si seppe poi che Raffaele Guarino, già raccomandato per essere assunto presso lo stabilimento della Calce e Cementi, non vedendo realizzata quella promessa e vedendo come il fumo negli occhi la corsia privilegiata riservata ai reduci, non trovò di meglio che sfogare con la violenza la sua rabbia repressa.

La situazione era ormai esplosiva a Castellammare come nel resto del Paese, al punto che il Prefetto Selvaggi emanò il 30 gennaio 1946 un’ordinanza in cui tra gli altri punti specificava che:

 

«A decorrere dal giorno 1° marzo è fatto obbligo a tutti i datori di lavoro di procedere alle nuove assunzioni di personale esclusivamente per il tramite degli uffici di collocamento. A tale obbligo devono attenersi anche le pubbliche amministrazioni per il personale non di ruolo.»

 

 

Quando i problemi cominciarono a risolversi, con la riapertura delle prime fabbriche e l’assunzione massiccia di manodopera, altre questioni nascevano come il rifornimento della materia prima che scarseggiava.

Accadeva, per esempio, ai Cantieri Metallurgici Italiani, i quali liberatosi dell’occupazione militare alleata nel gennaio 1946 e dedicatosi alla loro attività produttiva principale che era quella della costruzione e riparazione dei carri ferroviari ed alla fabbricazione di materiali per armamento ferroviario per conto delle Ferrovie dello Stato, si ritrovarono con le Ferriere del Vesuvio, o meglio con l’Ilva, incapaci di garantire le forniture necessarie.

Il 19 ottobre 1946 furono quindi costretti a scrivere al Ministro dell’Industria

 

«affinché voglia cortesemente e tempestivamente disporre la conferma da parte dell’Ilva dell’assunzione delle suddette ordinazioni, nonché la ripresa regolare e continua delle forniture da parte dello stabilimento Ilva di Torre Annunziata centrale.»

 

All’apparente silenzio ministeriale subentrò la Commissione Interna della fabbrica che con il suo Segretario, Ferdinando Sapienza, il 31 ottobre scriveva al sindaco, ricordando le difficoltà attraversate dall’azienda e le ricadute sull’occupazione, se non si dava soluzione al problema. Il sindaco, Pasquale Cecchi, informava il Prefetto ed insieme scrissero allarmati al Ministro, il quale girò all’Ilva il problema sollecitando il 6 dicembre un intervento fattivo perché

 

«mancata fornitura prodotti siderurgici at Cantieri Metallurgici da parte stabilimento Torre Annunziata, determinando sospensione lavoro et conseguente disoccupazione oltre cinquecento operai. Pregasi fornire chiarimenti, invitando dipendenti stabilimento eseguire con ogni possibile sollecitudine, seppure in misura ridotta, forniture prodotti siderurgici. Firmato Ministro Industria, Morandi.»

 

 L’Ilva naturalmente si difese rispondendo che

 

«abbiamo sempre avuto la migliore attenzione, anche a volte sacrificando l’approvvigionamento di vergella alla nostra trafileria e ad altre trafilerie napoletane (…) sia loro (la commissione interna) che la ditta sono perfettamente soddisfatti degli ordini in corso presso di noi, ma i loro rilievi, richiamando l’attenzione delle Superiori Autorità si riferiscono a ben altro che non riflette direttamente il nostro stabilimento.»33

 

 

Il ritorno del rivoluzionario

Antonio Cecchi anche se ormai lontano dalle vicende di Castellammare non si sentiva estraneo a quanto accadeva nella Città delle Acque: qui erano rimasti tutti i suoi familiari e qui spesso ritornava per incontrare i fratelli e gli antichi compagni. 

Bisogna anche dire che la sua era rimasta una famiglia potente, con incarichi di prestigio, dal fratello maggiore, Pasquale, eletto sindaco il 7 aprile 1946, a Mario rientrato da Roma il 6 agosto 1940 e nominato nella Giunta provvisoria del Comitato di Liberazione dal 1944, fino alle prime elezioni amministrative che avevano sancito la vittoria del primo sindaco comunista nella città dei cantieri navali. Mario aveva poi ripreso, senza nulla chiedere, il suo lavoro di medico condotto.

Delle sue due sorelle, Rosa, aveva sposato l’avvocato Luigi Rosano, Presidente del Comitato di liberazione dopo le dimissioni di Silvia Gava, di Giovanna sappiamo quasi niente, ma entrambe erano direttrici didattiche, perpetuando quella strada paterna che tanto livore aveva provocato nel fascismo locale.

Come non ricordare, per esempio, il furioso attacco subito dall’intera famiglia Cecchi, sul finire d’ottobre del 1922, dal gruppo consiliare fascista a seguito di una feroce polemica sul nuovo vincitore di concorso di Direttore didattico rionale, Guido Lisardi che doveva collaborare con Basilio Cecchi nella direzione delle scuole elementari comunali cittadine?

 

«Il gruppo consiliare fascista grida basta a questi signori, basta a tutti coloro che in buona od in mala fede, della dinastia Cecchi si rendono gli alfieri ed i lenoni. Fino al 20 gennaio 1921 i Cecchi avevano dominato le turbe proletarie, trasportando il dominio sulla Casa Comunale e dalla Casa Comunale uscendo ammanettati, mentre in Piazza Municipio era lorda di sangue cittadino. Politicamente quel dominio è tramontato per sempre. Ma casa Cecchi vuol serbare, anzi estendere il suo dominio nelle scuole ove più è necessario l’opera di gente apolitica e di gente che verso la città non ha peccati da espiare. Né si dica dagli interessati che il padre e la sorella non c’entrano. Quella è tutta una famiglia bolscevica, chi all’aperto e chi gesuiticamente: quella è tutta una famiglia, non cittadina di Castellammare ma qui insinuata e qui implorante oggi il beneficio della cittadinanza per carpire i favori di quella borghesia contro cui mille volte strillò nelle piazze. E’ di tre anni fa il gesto di uno di loro facente nella piazza del Mercato, gremita di popolo e sotto gli occhi dell’imbelle commissario di P.S. Molino, abbassare la bandiera d’Italia.»

 

L’intera polemica era sorta perché la nomina del Lisardi era

 

«avvenuta su di una terna di nomi nella quale era incluso il nome di un concorrente rinunciatario, violando così la sostanza dell’articolo 7 T.U. 21 ottobre 1903 (.) Dopo le rinunce pervenute dei concorrenti Ciaccia e Palombo, rispettivamente terzo e quarto graduati, la terna doveva essere integrata col nome del quinto concorrente; Cecchi.»

 

Da questa protesta del consigliere comunale, Biagio Vanacore a favore della figlia di Basilio era sorto quel putiferio da parte fascista a difesa del primo in graduatoria, Guido Lisardi, ex combattente e decorato di guerra. Con questo clima avvelenato il povero Lisardi non poteva pensare di resistere a lungo e, infatti, il 30 settembre 1923 rassegnò improvvisamente le dimissioni, senza giustificati motivi, e se ne ritornò a Terni, suo paese d’origine.34

Intanto Antonio, non era rimasto con le mani in mano. Se da un lato si era mosso provando ad allentare la morsa del regime sulla sua vita privata scrivendo al Duce e chiedendo di aderire al PNF, dall’altro non aveva mai chiuso i contatti con gli antichi compagni, quelli maggiormente legati ad Amedeo Bordiga. Ma li aveva veramente mai interrotti?

E’ pur vero che il napoletano Giuseppe Berti (1901 – 1969) sul numero 12, pubblicato nel dicembre 1934, del periodico, Stato Operaio, la rivista teorica del PCd’I in esilio, scrivendo un saggio su Il gruppo del Soviet nella formazione del PCI, ricordava come nessuno dei membri del Comitato Centrale della Frazione eletti nel convegno astensionista di Firenze dell’8-9 maggio 1920, tra cui Cecchi, era ora iscritto al Partito e nessuno più militava nel movimento operaio. Addirittura si chiedeva «Quanti oggi lo rammentano ancora?»

Ma ora le frequentazioni di Cecchi erano altre, non più legate al Pcd’I, partito dal quale era stato espulso nella ormai lontana primavera del 1922, un Partito, del resto, disperso, con i suoi dirigenti in carcere, al confino, oppure all’estero, esuli in Francia, in Svizzera ed altri paesi d’Europa, altri, come Palmiro Togliatti (1893 – 1964), capo indiscusso del Partito dal 1927, erano andati a svernare nell’Unione Sovietica.

I compagni di strada di Antonio adesso erano i dissidenti, gli espulsi, quelli che non si erano mai iscritti, ma si avvicinavano, nella clandestinità, al marxismo e al comunismo.

Dalla seconda metà degli anni Trenta si andavano costituendo a Napoli e nel napoletano nuove cellule di comunisti, piccoli nuclei di giovani, studenti e operai, liberi professionisti, artisti, commercianti, isolati tra loro, alcuni ignari di quanto accadeva nella città vicina, senza nessun rapporto con il Centro Estero del Partito collocato a Parigi.

Così, fuori dall’organizzazione ufficiale andò formandosi un gruppo guidato dall’avvocato, di origini calabresi, Eugenio Mancini (1881 - 1972) e formato da elementi del calibro di Vincenzo La Rocca (1894 – 1968), Vincenzo Ingangi (1895 – 1976), Mario Palermo (1898 – 1985), i fratelli Libero (1913 – 1970) ed Ennio Villone (1915 - 1963) e Antonio Cecchi.

Un secondo nucleo faceva capo a Ludovico Tarsia (1876 – 1970), ed era quello più vicino ad Amedeo Bordiga, un terzo, nato intorno al 1940 e denominato, Spartaco, composto da elementi in parte già militanti nel gruppo di Mancini, era guidato da Libero Villone e dallo stesso Cecchi ed era composto da comunisti e socialisti. Nel 1944, in una serie di articoli pubblicati su Il Pensiero Marxista, Antonio Cecchi, con lo pseudonimo di Anteo Roccia, ne scriverà la storia, indicando le motivazioni che portarono alla nascita del gruppo:

 

«Tra alcuni compagni coi quali l’identità di vedute s’era sempre manifestata salda e costante pensammo di compiere un lavoro concreto e coordinato per mettere le masse operaie nella possibilità di reagire all’inutilità di massacri e distruzioni che la guerra voluta e imposta dal fascismo rivelava, nonostante la retorica di Mussolini e le menzogne dei giornali.»35

 

Chi erano questi compagni di cui parla Cecchi?

Il gruppo proveniva dalle esperienze più diverse, politiche e sindacali, alcuni con militanza antica, che risaliva al periodo antecedente il fascismo, altri, i più giovani, avevano preso lentamente coscienza della natura reazionaria e antioperaia del regime, avvicinandosi a quanti erano noti per la loro militanza nei disciolti partiti ed organizzazioni di sinistra.

Non mancarono all’appello vecchi protagonisti del movimento operaio dell’area stabiese come Sebastiano Strasso, Enrico Vicinanza, Espedito Lambiase e lo stesso fratello di Cecchi, Camillo, poi prematuramente scomparso l’8 marzo 1943 a soli 51 anni.36

Un lavoro silenzioso, pericoloso ed oscuro, non a caso l’organizzazione si costituì per cerchi concentrici, da quello più interno formato da militanti comunisti e socialisti di provata fede, a quello più esterno composto da antifascisti pronti a collaborare in caso di eventuali azioni di protesta contro il regime.

E fu quando il Duce crollò, tradito dai suoi stessi gerarchi e da suo genero, Galeazzo Ciano (1903 – 1944), marito di Edda Mussolini (1910 – 1995)  che il gruppo fece sentire la sua voce pubblicando un appello in cui si lanciava una campagna per la pace e il ripristino delle libertà democratiche e subito dopo protestò contro le misure da guerra civile introdotte a livello nazionale da Pietro Badoglio e contro la circolare di ordine pubblico con cui si ordinava alle forze armate e alle stesse forze dell’ordine di intervenire, usando la forza per reprimere qualsiasi manifestazione pubblica per la fine del regime.

La circolare era stata promulgata dal generale Mario Roatta, Capo di Stato Maggiore del nuovo governo d’emergenza messo in piedi all’indomani del 25 luglio, un ufficiale che si era distinto nella guerra civile spagnola combattendo al fianco dei nazionalisti di Franco contro le forze repubblicane.

 

 

 

Note

1. Cfr. Il Mezzogiorno, art. Elegante questione del diritto borghese. Il caso Cecchi, segretario della Camera Confederale del Lavoro, si dimette e ricorre all’impiego privato e 18 giugno: Comunismo socialismo e impiego privato – La questione del “compagno” Cecchi, 16 giugno 1922.

2. Soviet del 27 marzo 1921, come ripreso da Antonio Barone in Piazza Spartaco, Roma, Editori Riuniti 1974, pag. 167.

3. A. Barone,  Gramsci e Bordiga. Uno storico incontro, in «Cultura e Territorio» n. 9, 1992 pag. 133/140.

4. R. Spadafora, Il popolo al confino. La persecuzione fascista in Campania, Napoli.  Ed. Athena, 1989.

5. Ivi, pag. 165.

6. Archivio Storico Comunale (ASC), Confinati politici, Antonio Cecchi.

7. Domizio Torreggiano fu confinato dal 1927, prima a Lipari e poi a Ponza, Torreggiano sarà liberato soltanto nell’aprile 1932, ormai gravemente ammalato e quasi cieco. Morirà pochi mesi dopo, il 31 agosto.

8. Archivio di Stato di Napoli (ASN), Questura, Sovversivi deceduti, Antonio Cecchi, Fascio 18, f. 1

9. Ibidem.

10.Cfr. Wikipedia: Il Soccorso Rosso Internazionale fu un'organizzazione internazionale connessa all'Internazionale comunistafondata nel 1922 per svolgere il compito di “croce Rossa Internazionale politica”. L'organizzazione condusse alcune campagne di solidarietà sociale a sostegno dei prigionieri comunisti di supporto materiale ed umanitario in situazioni particolari. Fu guidata da Clara Zetkin, Elena Stasova e Tina Modotti.

11. ASC, Casellario Politico Centrale (CPC), Antonio Cecchi, cit.

12. Ibidem.

13. Ibidem.

14. ASC, Attentati contro funzionari statali, busta 370.

15. ASC, Cantieri Coppola, busta 448.

16. ASC, Cantieri Metallurgici Italiani, ibidem.

17. ASC, Regio Arsenale di Castellammare. 4 novembre 1931, busta 614.

18. ASC, Regio Cantiere, busta 507.

19. ASC, Alto Commissariato a Podestà. 8 aprile 1932, busta 614.

20. ASC, Occupati, busta 518.

21. ASC, Regio Cantiere, busta 507.

22. ASC, Società Anonima Navalmeccanica, busta 507.

23. Cfr. Sentenza n. 53, Registro Generale n. 75 – 108, Roma 9 dicembre 1936.

24. ASC, Squadristi, fascisti e facinorosi, busta 337.

25. ASC, ibidem.

26. ASC, Ordine pubblico. Manifestazioni popolari, busta 359.

27. ASC, Avviamento lavoro rimpatriati e profughi, busta 507.

28. A. Barone, Pagine di storia, , Napoli, Edizioni Godot 1990, pp. 111/120.

29. ASC, Ufficio del Lavoro, busta 507.

30. ASC, Provvedimenti a carico del personale squadrista, busta 337.

31. M. Palermo, Memorie di un comunista napoletano, Napoli, Dante e Descartes, 1998.

32. ASC, Avviamento al lavoro, rimpatriati e profughi, busta 507.

33. ASC, Cantieri Metallurgici Italiani, busta 507.

34. L’intera vicenda in ASC, Concorso al posto di Direttore Didattico rionale, busta 447.

35. Il Pensiero Marxista n. 4 del 10 giugno 1944.

36. Sebastiano Strasso era nato a Scafati il 27 agosto 1897 e s'iscrisse alla Fgsi appena 15enne, aderendo al Partito comunista dopo il congresso di Livorno del 1921. Segretario della sezione locale, conservò la carica fino all'ottobre 1926. Nel 1923 fu segretario della Lega metallurgica e componente della Commissione Interna dei Cantieri Metallurgici di Castellammare. Nel 1926 scontò alcuni giorni di carcere perché sospettato di essere l'autore di scritte sovversive comparse in fabbrica. Nuovamente arrestato nel 1927 in quanto attivista comunista, fu condannato a due anni di confino scontando solo sei mesi e tre giorni a Lipari. Cfr. ASC, CPC, ad vocem, busta 983. Espedito Lambiase era nato a Castellammare di Stabia il 13 luglio 1903, schedato come socialista dal 1924, condannato al confino nel 1937 e nuovamente nel 1940. Ibidem busta 548.

 

 

 

 

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