Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Lo sviluppo economico e sociale del Sud dopo il 1861

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Il lunghissimo dibattito sulla cosiddetta “questione meridionale” ha coinvolto storici in senso stretto, economisti, sociologi ed antropologi ed ha portato ad una pluralità d’ipotesi sulla genesi del divario economico Nord-Sud, con posizioni ed interpretazioni anche contrastanti.

Esistono tuttavia alcuni punti che possono essere presi per fermi ed acquisiti, fra cui gli effetti sul medio e lungo periodo dell’ingresso del Mezzogiorno nello stato unitario nazionale, ciò che viene espresso con la formula di l’Unità per antonomasia.

Esistono difatti prove fattuali che dimostrano come il Meridione conobbe già nel primo cinquantennio posteriore alla fondazione del regno d’Italia, quello detto dell’Italia liberale, un’intensa crescita sia economica sia sociale, ovvero del prodotto interno lordo (PIL) e dell’indice di sviluppo umano (HDI, Human Development Index).

Lunghe e pazienti ricerche storiche hanno portato a rintracciare, ordinare e computare serie di dati sull’economia e la società italiane, che consentono di fornire statistiche analitiche ed attendibili.

Il calcolo del valore della produzione industriale per regioni d'Italia in milioni di lire (al valore del 1911) è stato eseguito da Carlo Ciccarelli e Stefano Fenoaltea.1

 

Esso prova che tutte le province del Sud, senza alcuna eccezione, ebbero un accrescimento costante del valore aggiunto dell’industria dal 1871 al 1911.

Il valore della produzione industriale della provincia di Lecce salì del 208 %, dunque triplicò e più, mentre quella di Catania conobbe un aumento del 196%.

La provincia di Napoli salì dai 79 milioni di lire del 1871 fino ai 242 del 1911, con una crescita del 181 %, andando vicina al triplicare in quarant’anni.

Il valore aggiunto della produzione industriale, riordinato in riferimento alle regioni attuali accorpando le vecchie province ottocentesche, crebbe in questo modo dal 1871 al 1911:

Puglia da 72 a 191 milioni, con aumento di 119 milioni, ossia il + 165%;

Campania da 170 a 408 milioni, con aumento di 238 milioni, ossia il + 140%;

Sicilia da 157 a 354 milioni, con aumento di 197 milioni, ossia il +125%;

Calabria da 57 a 107 milioni, con aumento di 50 milioni, ossia il + 88%;

Abruzzo-Molise da 50 a 93 milioni, con aumento di 43 milioni, ossia il + 86%;

Basilicata da 21 a 38 milioni, con aumento di 17 milioni, ossia il + 81%.

Il valore della produzione industriale nel Sud complessivamente s’innalzò dai 527 milioni del 1871 ai 1191 del 1911, con uno sviluppo del 126% pari al 3,15% medio annuo. In altri termini, la ricchezza prodotta dall’industria meridionale più che raddoppiò in quarant’anni.

L’incremento è notevole anche se confrontato con la stagnazione dell’industria meridionale sotto i Borbone.

La fondazione di una protoindustria era un merito dell’amministrazione di Murat, che aveva favorito la sua creazione attraverso il trapianto d’imprenditori stranieri, specialmente svizzeri e francesi.

Anche dopo la Restaurazione l’industria meridionale continuò ad essere composta in buona misura da stranieri, anche inglesi e francesi, oppure da aziende di Stato che producevano in perdita.2

Un’imprenditoria privata ed autoctona pertanto s’afferma nel Mezzogiorno soltanto dopo il 1861.

La crescita economica del Meridione dopo tale data si riscontrò anche in altri settori ed ambiti oltre a quello industriale.

Il Banco di Napoli, la banca di emissione del regno delle Due Sicilie, rimase anche dopo il 1861 autonomo e separato da tutti gli altri istituti bancari omologhi esistenti nel regno d’Italia e poté giovarsi di condizioni giuridiche e legislative particolarmente favorevoli alla sua espansione.

Dal momento della Restaurazione borbonica, il 1815, sino al 1860 il patrimonio e la riserva dell’istituto erano rimasti pressoché stabili, senza né calare, né crescere tranne modeste oscillazioni. Al contrario, nel giro di tre anni dopo l’unificazione ambedue erano saliti vertiginosamente.

Il patrimonio della banca, calcolato in lire, era di 9 milioni nel settembre del 1860 ed era salito nel giugno del 1863 a 18 milioni, risultando quindi raddoppiato in meno di 3 anni. La riserva depositata dai clienti, qui sempre calcolata in lire, passò dai 25,5 milioni dell’aprile 1861 ai 42,4 milioni del dicembre 1863, con un aumento del 67 % in due anni e nove mesi.

È congruente con ciò che anche il tasso di sconto praticato dal Banco di Napoli migliorò, scendendo dal 7% al 5% dell’interesse, quindi facendo diminuire il costo del denaro per l’economia reale e questo in quel Mezzogiorno in cui, per tutto il cinquantennio della Restaurazione borbonica, la scarsità di circolante disponibile e gli alti costi del denaro avevano condotto ad una diffusione pandemica dell’usura.3

Anche per la finanza del Banco di Napoli (ex Banco delle Due Sicilie) si riscontra pertanto un salto positivo fra la stagnazione del periodo borbonico ed il dinamismo nel nuovo stato italiano.

A prescindere dall’economia e dal PIL, è indubbio che le condizioni di vita in Italia meridionale siano migliorate dopo l’Unità, come risalta dai parametri dell’indice di sviluppo umano.4

L’HDI, categoria coniata dal famoso studioso ed economista indiano Amartya Sen, riunisce in sé distinte forme di misurazione del benessere, quali la conoscenza ovvero l’istruzione, l’aspettativa di vita e la salute, il reddito pro capite.

Le differenze regionali dal 1871 al 2001 per quanto concerne l’HDI od indicatore sociale sono state analizzate da Emanuele Felice.5

Per il periodo che qui interessa, s’evidenzia un miglioramento costante nell’alimentazione ossia nelle calorie pro capite, nella durata di vita media quindi anche nella salute, nell’istruzione.

Gli indici antropometrici delle reclute, che mostrano una crescita continua dell’altezza, testimoniano un vitto sempre migliore.

La speranza di vita alla nascita sale dai 31,9 anni del 1871 ai 40,9 del 1911, dimostrando una salute media via via superiore. Si assiste al contempo ad un abbassamento della mortalità infantile, che scende dai 206,4 decessi su 1000 nati nel 1874 ai 170,4 nel 1906.

L’istruzione e l’alfabetizzazione aumentano ancora più rapidamente, poiché la percentuale di alfabeti nella popolazione al di sopra dei 6 anni di vita sale dal misero 15,9% del 1871 al 41,44% del 1911.

Almeno per l’alfabetizzazione è da sottolineare che il ritmo positivo postunitario contrasta con l’incapacità (o volontario boicottaggio?) del governo borbonico, che in mezzo secolo non era riuscito ad aumentare l’aliquota di alunni elementari, che era persino diminuita in termini sia relativi alla popolazione, sia assoluti, rispetto agli anni di Gioacchino Murat.

Nel 1814, il regno di Napoli con un’amministrazione e funzionari riformatori aveva 125.000 allievi della scuola primaria.

Nel 1860, il regno delle Due Sicilie di Francesco era sceso a 67.431 alunni.6

La brevissima panoramica offerta pare confermare quanto aveva autorevolmente sostenuto Luciano Cafagna trent’anni fa scrivendo sulla modernizzazione del Meridione e sul ruolo ricoperto dallo stato nazionale ed in generale dalla sua collocazione dal 1861 in una società italiana unitaria.7

Si può aggiungere che per ciascuno dei tre termini di paragone presentati, l’industrializzazione, la finanza, l’indice di sviluppo umano, si riscontra una cesura abbastanza netta fra il cinquantennio dell’Italia liberale ed il precedente mezzo secolo della Restaurazione borbonica, poiché il dinamismo posteriore all’Unità contrasta con la sostanziale immobilità anteriore.

Riprendendo l’interrogativo iniziale sulla questione meridionale, bisogna domandarsi quindi quanto abbia pesato il ruolo della classe dirigente reazionaria che governò a lungo il Mezzogiorno.

 

 

Note

1. C.Ciccarelli – S. Fenoaltea, Through the Magnifying Glass: Provincial Aspects of industrial Groth in Post-unification Italy, in «Quaderni di storia economica», n. 4, luglio 2010: per ciò che qui interessa sono utili specialmente le pp. 60-61.

2. Cfr. A. Valente, Gioacchino Murat e l’Italia meridionale, Torino 1965; J. Davis, Società e imprenditori nel regno borbonico. 1815-1860, Roma-Bari 1979; S. De Majo, L’industria protetta. Lanifici e cotonifici in Campania nell’Ottocento, Napoli 1989.

3.Cfr. D. Demarco,  Il crollo del regno delle Due Sicilie. I La struttura sociale, Napoli 1960; L’Archivio storico del Banco di Napoli, Napoli 2005.

4. HDI, Human Development Index) e dell’indice fisico di qualità della vita (PQLI, Physical Quality of Life Index.

5. E. Felice, I divari regionali in Italia sulla base degli indicatori sociali (1871-2001), in «Rivista di politica economica», Roma, 2007, fasc. IV, soprattutto le pp. 366-380 con le tavole 1, 3, 5, 6.

6. Cfr. G. Genovesi, Storia della scuola in Italia dal Settecento a oggi, Roma-Bari 2001; M. Lupo, La pubblica istruzione durante l’Ottocento borbonico: spunti per una rilettura (1815-1860), in G. Gili-M. Lupo-I. Zilli (a cura di), Scuola e Società. Le istituzioni scolastiche dall’età moderna al futuro, Napoli 2002, pp. 121-141; Idem, Tra le provvide cure di Sua Maestà. Stato e scuola nel Mezzogiorno tra Settecento e Ottocento, Bologna 2005. A. Bianchi (a cura di), L’istruzione in Italia tra Sette e OttocentoDa Milano a Napoli. Casi locali e tendenze regionali. Studi e carte storiche, Brescia 2011.

7. L. Cafagna, Modernizzazione attiva e modernizzazione passiva, in «Meridiana. Rivista di storia e scienze sociali», vol. 2, n. 2, 1988, pp. 229-240.   

 

 

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