Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Darwin e l’ipotesi evoluzionistica

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Charles DarwinNel 1989 l’editore Rusconi diede alle stampe un dialogo tra Karl R. Popper, il più grande filosofo della scienza del secolo scorso, e Konrad Lorenz, padre dell’etologia moderna. Il volume, intitolato Il futuro è aperto, conobbe un certo successo, fu poi ripubblicato da Bompiani ed è ancora disponibile nelle librerie.

Molte riflessioni dell’epistemologo e dello studioso del comportamento animale cercano di rispondere a un interrogativo comune: come conferire un senso e una portata non meramente strumentali alla teoria dell’evoluzione di Charles Darwin?

Il tema del colloquio tra i due autori è insomma la questione del come e del perché l’evoluzione sia “direzionale”.

In altri termini, se - come spesso è stato ipotizzato - lo sviluppo delle specie si può spiegare nel modo più semplice a opera del caso, come tentò di fare tra gli altri Jacques Monod nel suo celebre libro Il caso e la necessità, allora sarebbero occorsi almeno cento miliardi di anni per produrre le attuali forme di vita presenti sulla Terra. E, invece, il tempo impiegato è stato di gran lunga minore, ragion per cui sorge il giustificato sospetto che l’evoluzione stessa contenga un elemento direzionale, “qualcosa che va verso l’alto”, qualcosa in grado di accelerare il processo e tale da inglobare una caratteristica “creativa”.

 

Su cosa sia in realtà un simile elemento creativo Popper e Lorenz avanzano solo delle ipotesi. Da buoni immanentisti essi rifiutano qualsiasi spiegazione di carattere religioso, preferendo ricorrere alla presenza di una sorta di “dèmone” scientifico la cui natura non ci è (ancora) conosciuta. E’ comunque difficile sfuggire alla classica domanda: “Come può dalla necessità della semplice ripetizione e dal caso, che è solo errore, come può, dunque, da due cieche banalità, originare il fuoco della vita e dello spirito?”.

La risposta è in perfetto stile socratico. Posti di fronte a simili quesiti, noi possiamo replicare formulando soltanto delle congetture, senza dimenticare che la loro natura ipotetica non potrà mai condurci a soluzioni definitive.

Ammettendo di “non” sapere, assumendo di fronte al mondo che ci circonda un’attitudine di assoluta umiltà, si può operare in modo da raggiungere qualche risultato significativo tanto sul piano scientifico che su quello filosofico. In sostanza, afferma Popper, “io vorrei guardare a Socrate come a colui che non sa, come all’uomo che sapeva di non sapere niente.

Noi, in effetti, non sappiamo niente; e anche quello che ho detto adesso è una pura congettura. Ma vorrei aggiungere che il ruolo dell’essere vivente che cerca un mondo migliore non deve essere sottovalutato. Noi siamo cercatori, la vita è <scettica> - dal verbo greco che significa <cercare> - sin dall’inizio. La vita non è mai soddisfatta delle condizioni in cui si trova. Ed è audace nelle sue avventure”.

Si noti ad ogni buon conto la grande differenza rispetto agli esponenti di altre correnti di pensiero contemporanee. I neopositivisti liquidano domande di questo tipo come “pseudo-problemi”, come interrogativi “privi di senso”.

Ma ciò è assurdo, in quanto equivale a svilire il naturale desiderio umano di conoscenza così come è stato delineato da Aristotele nella Metafisica. Per Popper e Lorenz, al contrario, si tratta di problemi reali, ai quali i limiti delle nostre capacità cognitive impediscono di fornire risposte certe e definitive. Essi possono e debbono venir posti, anche se occorre essere umili nel cercare risposte.

Non esiste pertanto alcun sapere assoluto, né nell’ambito della conoscenza della natura né in quello dei fenomeni umani e sociali. Hanno torto sia i positivisti che attribuiscono alla scienza poteri che essa non ha, sia i costruttori dei grandi sistemi filosofici i quali, per mezzo della pura ragione, pretendono di dedurre dalle idee la vera struttura del reale.

Contrariamente a quanto pensa il senso comune, il mondo non ci fornisce alcuna informazione se noi non ci poniamo di fronte ad esso con un atteggiamento interrogativo; l’uomo “chiede” al mondo se una certa teoria sia corretta o errata, e in seguito deve controllare le domande da lui stesso poste in modo severo e rigoroso, pur sapendo che la certezza non potrà mai essere raggiunta.

A questo punto una constatazione. Di recente abbiamo avuto molte ricorrenze darwiniane. Nel 1859 uscì infatti la prima edizione de L’origine delle specie, e Charles Darwin nacque a Shrewsbury il 12 febbraio 1809.

Ci sono state anche celebrazioni trionfalistiche e prive di spirito critico, e alcuni scienziati e filosofi hanno rimarcato che ci vorrà del tempo perché tutti si convincano della “assoluta” attendibilità della teoria di Darwin. Ricordo pure un articolo in cui si diceva che pure “la crisi economica attuale è leggibile in chiave evoluzionistica. Non siamo evoluti per vivere in un’economia di mercato, i nostri antenati vivevano di scambi”.

Insomma non riusciamo a evitare la costante tendenza a proporre l’evoluzionismo darwiniano (o neodarwiniano) come una sorta di grimaldello atto a scardinare ogni forma di preteso oscurantismo. Ci è stato detto che l’origine e l’evoluzione casuale della vita è ormai dimostrata. E non è vero. Che la nascita dell’organico dall’inorganico è ormai acclarata. E neppure questo è vero.

Che i fossili dimostrano a sufficienza la bontà delle intuizioni dello scienziato inglese. Ma anche qui dubbi ci sono tuttora. Eppure evoluzionisti eretici come Stephen Jay Gould hanno dimostrato le carenze della teoria, e fisici come Paul Davies hanno riproposto il concetto di “disegno intelligente” (cosmic blueprint) per affrontare il tema della direzionalità del processo evolutivo di cui discussero Popper e Lorenz.

Difficile, quindi, sottrarsi alla sensazione che l’evoluzionismo sia solo l’ultimo esempio di teoria scientifica assolutizzata e usata per spiegare tutto. A dispetto degli ammonimenti dell’epistemologia più recente, quella di ThomasKuhn e Paul Feyerabend (per citare solo i nomi più celebri). In realtà la teoria dell’evoluzione nelle sue varie formulazioni resta, allo stato dei fatti, un’ipotesi.

Affascinante finché si vuole, e pure per molti veri plausibile, ma pur sempre ipotesi. A volte più filosofia che scienza, essa è divenuta uno dei principali strumenti messi in campo dallo scientismo contemporaneo per dimostrare tesi che spesso sono, per l’appunto, di carattere filosofico e metafisico in senso schietto.

 

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