Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

La firma del Contratto d’Area torrese-stabiese

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(Terza parte) Il convegno, già annunciato per il 10 dicembre, si terrà il 12 gennaio 1998 nel salone del Lido Azzurro di Torre Annunziata, con la presenza di Natale Forlani, segretario nazionale della Cisl.

In una sala gremita di lavoratori e disoccupati, furono ribadite feroci accuse contro la Tess e sull’incompatibilità del doppio incarico di Catello Polito, sindaco di Castellammare e Presidente della Società di Promozione Industriale. Michele Gravano per la Cgil, Nicola Martino ed Enrico Cardillo, segretari generali regionali della Cisl e della Uil, ribadivano la necessità di andare alla nomina di un nuovo Presidente Tess.

Nei giorni seguenti le polemiche andarono lentamente smorzandosi, sostituite da quelle sul mancato consenso della Soprintendenza ai beni Ambientali e Architettonici, per il suo no nella Conferenza di servizi tenutasi il 28 gennaio nella sede della Regione Campania, alla realizzazione dell’albergo da costruire al posto dell’ex Cementificio di Pozzano, ormai un reperto d’archeologia industriale lasciato a marcire, facendo brutta mostra di sé lungo la bellissima strada panoramica per Vico Equense.

 

A rendere ancora più ingarbugliata e nevrotica la situazione, fu il fallimento della Scac il 10 gennaio, la seconda azienda di Torre Annunziata a conoscere l’onta della chiusura forzata, dopo quella avvenuta il 2 ottobre 1996 per l’Imec, entrambe fabbriche di manufatti in cemento, la scadenza di alcune proroghe di cassa integrazione e l’annunciato licenziamento dei 127 lavoratori dei Cmc.

Un’autoconvocazione delle Rsu (Rappresentanze Sindacali Unitarie)1, dei Cmc, Scac, Deriver, Vega e Tecnotubi, nei primi giorni di febbraio, portò a stilare un Ordine del Giorno in cui si proclamava una manifestazione per il 18 a Roma per chiedere il rispetto degli impegni presi per lo sviluppo dell’area torrese stabiese.2

Contemporaneamente Cgil Cisl Uil regionali proclamavano lo sciopero generale in Campania per il 20 marzo sui temi dello sviluppo, per il lavoro e la lotta alla criminalità. Un attivo unitario dei delegati del comprensorio, il 12 febbraio, consentì di definire meglio la strategia sindacale, rinviando la manifestazione del 18 perché da Roma era giunta la notizia di una convocazione per il successivo 23.

La data slittò poi al 12 marzo, trasformando quella del 23 in una riunione interlocutoria, dove si prese atto della necessità di sottoscrivere un Contratto d’Area definito, aperto, modulare, un modo per dire niente e tutto, come da troppo tempo accadeva.3

Si inventò così la formula del Contratto d’Area a tre fasi: nella prima sarebbe entrato il progetto d’area attrezzata della ex Dalmine, con le sue otto aziende e 400 nuovi posti da lavoro, l’unico in qualche modo già operativo sia pure con grandi sforzi, notevoli ritardi e le accuse di clientelismo, se non di compravendita di posti di lavoro sui quali pesava l’ombra della camorra, seppure mai provata; nella seconda fase si dava spazio ai quattro progetti in via di definizione, quali il Parco Virtuale sulla Tecnotubi, gli alberghi sull’Imec e sulla ex Calce e Cementi e il porto turistico sui Cmc; nella terza fase l’acquisizione da parte della Tess delle aree dismesse, Deriver, Scac e Raccorderie Meridionali.

Il 25 febbraio si rese necessaria una nuova riunione dei delegati sindacali per spiegare quanto era accaduto a Roma e non mancarono momenti di forte tensione con Ciro Macera, delegato dei Cmc, Michele Contino, della Deriver, Raffaele Graziano, della Tecnotubi, Gabriele Russo della Scac, Catello Monaco della Dalmine, Pasquale Vitiello dell’Imec, piccoli leader di fabbrica, portatori, non senza qualche ambiguità e piccole furberie, delle istanze della base operaia, e in alcuni casi d’interessi particolari, come sempre accade nel groviglio di vicende in cui si mischiano situazioni sociali, politiche ed economiche creando miscele non sempre controllabili tra fatti collettivi e nascoste ambizioni personali.

Tra gli stessi delegati non mancavano divisioni e rivalità per l’affermazione delle proprie esigenze, per imporre priorità di categoria sulle altre e, all’interno della stessa, tentativi di prevaricazione di una fabbrica sull’altra, nata dalla convinzione di una presunta importanza di carattere storico -  politico, dettata dalla capacità di mobilitazione e di lotta dimostrata nel tempo.

Comunque sia, oltre le singole vicende di umana miseria, di piccoli egoismi e interessi di parte, sono stati primi attori, i veri protagonisti, nel bene e nel male, di quei sette anni di guerra senza fine per la difesa del posto di lavoro, per la conquista di un futuro migliore. 

Tra incertezze e diffidenze fu dato mandato a Cgil Cisl Uil di proseguire nelle trattative romane, tutti consapevoli che non vi era altra strada, ma altrettanto chiaro era la certezza di un futuro, nell’immediato ancora nebuloso e la paura del fallimento serpeggiava negli occhi e nella mente di ognuno.

Se questo fosse accaduto nessuno si sarebbe salvato dalla furia operaia, del resto segnali in tal senso non erano mancati, con forti attriti tra operai e delegati, questi ultimi accusati di difendere troppo i dirigenti sindacali e tra loro qualche schiaffo era già volato, così come non erano mancati momenti di forte tensione tra delegati e dirigenti sindacali, al limite dello scontro fisico.

Nei primi giorni di marzo arrivò la notizia della firma del Contratto d’Area a Crotone e quella imminente di Manfredonia, mentre mancava all’appello l’accordo per il torrese stabiese. Secondo prime indiscrezioni trapelate da Roma, sarebbe venuta verso la prima metà del mese, il 12, e questo fece tornare il malumore tra le fila operaie perché sembrava inconcepibile essere diventati terzi dopo essere stati i primi a percorrere questa nuova strada, quelli che l’avevano aperta a suon di lotte e denunce penali.

I pomeriggi, e spesso le serate, trascorrevano nelle Camere del Lavoro di Castellammare e di Torre Annunziata, in discussioni senza fine con i diversi delegati sindacali delle fabbriche in crisi e nutrite delegazioni operaie, ormai in seduta permanente nelle sedi sindacali.

Riunioni e discussioni, defatiganti, interminabili, utili solo per stemperare gli animi, a ridare fiducia, a ricostruire un rapporto umano, dopo tensioni e crisi nervose, esplose talvolta in improvvise reazioni inconsulte, con carte gettate in aria e sedie scaraventate contro le pareti della stanza, quale sfogo ultimo, accompagnate da insulti feroci, accuse violente e gratuite dettate dalla rabbia.

Ma una volta sfogata l’ira repressa con urla e strepiti vari, nella stanza annebbiata dal fumo delle troppe sigarette fumate e l’odore stagnante dei tanti caffè bevuti, ritornava la calma e in qualche modo si recuperava la discussione interrotta e la serenità ritornava tra i presenti.

Anche per questi motivi, probabilmente, non ci fu nessuna violenta reazione quando arrivò la notizia dello slittamento della firma del Contratto d’Area prima al 27 e poi al 30 marzo perché la burocrazia ministeriale aveva scoperto, all’ultimo minuto, la necessità di adempiere alcuni fondamentali adempimenti, tra i quali la nomina del Responsabile Unico

La figura fu individuata in Francesco D’Ercole, l’assessore regionale all’industria, dopo una riunione tenuta l’11 marzo; seguì l’indispensabile firma del Protocollo d’Intesa tra Cgil Cisl Uil e Unione degli Industriali il 27, su costo del lavoro e flessibilità e, infine, l’accordo fra le amministrazioni rientranti nel Contratto d’Area, stilato il 30. I troppi adempimenti formali, di cui ci si era ricordati soltanto negli ultimi giorni, comportò un nuovo rinvio della firma finale, slittata fino al 7 aprile

Furono settimane d’intense polemiche e continui confronti con quanto avveniva a Crotone e Manfredonia, mentre in Cgil esplodevano gli attacchi da parte di Alternativa Sindacale, accusando la propria organizzazione di subalternità alle tesi padronali, di svendita del proprio patrimonio ideologico e della dignità dei diritti dei lavoratori, conquistati in decenni di dure lotte e sacrifici di tanti militanti. Rifondazione Comunista, dal suo canto, cominciò ad attaccare il governo e minacciò di uscire dalle maggioranze di Centro sinistra nelle diverse amministrazioni locali, come fece realmente a Torre Annunziata, dove avvenne l’unico caso.

L’ennesima proroga della cigs, nei primi giorni di aprile, servì in parte a tranquillizzare i lavoratori interessati e infine venne il fatidico martedì 7 aprile, tanto atteso e desiderato e già tanto vituperato.

Quel pomeriggio i riflettori delle reti televisive si accesero su Enrico Micheli, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, quando fece l’intervento di apertura.

Ha ragione quel vecchio adagio: quando le cose vanno bene tutti ti cercano, se le cose vanno male ognuno ti evita. E quello era un giorno di festa e quindi tutti dovevano, volevano essere presenti: c’erano le foto di rito, le interviste, la visibilità dei mass media, della televisione, ma soprattutto quel giorno nessuno avrebbe fischiato. Isaia Sales, Giorgio Maciotta, Willer Bordon, Federica Rossi Gasparrini, tutti in prima fila a godersi quel momento di gloria. Sindacalisti e delegati sindacali del territorio interessato, gli unici ad avere il diritto di godersi quel momento di gioia, di vittoria, erano quasi un fastidioso optional da sopportare con tanti sorrisi di plastica stampati sul volto.

Ma nessuno ci fece caso, non ne valeva la pena, come quando si va a una festa e non tutti ti sono simpatici. Non mancarono le foto di gruppo e la certezza di un futuro migliore.4

La gloria dura solo un momento, mentre le certezze sono sempre pronte a vacillare quando incontrano i primi ostacoli e questo fu non appena si aprì, dal versante politico, il nuovo fuoco di fila delle polemiche senza fine da parte di Rifondazione Comunista e in Cgil con l’Area Programmatica di Alternativa Sindacale, pronta a seppellire l’accordo faticosamente raggiunto, tacciandolo di resa al padronato.

Giudizi negativi facilmente contrastabili e perfino annullabili se le istituzioni nel loro insieme avessero marciato nella giusta direzione, senza imbrigliarsi nelle logiche della burocrazia ottusa, incanalandosi verso i mille rivoli senza sbocco dei troppi poteri corporativi ai quali bisogna sottoporsi per raggiungere il più semplice degli obiettivi, sfiancando e deprimendo perfino i più coraggiosi, i più ostinati.

Sono situazioni kafkiane quelle che ti portano a realizzare leggi con lo scopo di semplificare le procedure e ti ritrovi invece in un nuovo dedalo di norme, interpretazioni, chiarimenti che rappresentano una vera e propria corsa ad ostacoli.

Ecco il vero nemico da affrontare e sconfiggere se si vuole realizzare veramente la svolta nel Mezzogiorno, per non continuare a essere considerati la zavorra d’Italia, il prezzo da pagare nei confronti dei fratelli più deboli e sfortunati, ma come una ricchezza dell’Italia intera, per essere tutti insieme pronti alla sfida di un’Europa sempre più grande, nella locomotiva di testa.

 

Il declino del contratto d’area e sua metamorfosi

Se bastassero le parole, se fossero sufficienti le intenzioni, il mondo sarebbe migliore, ma così non è. All’indomani della firma del Contratto d’Area ci fu un fervore di convegni e cominciò la Cisl portando il 23 aprile a Castellammare il suo Segretario Generale, Sergio D’Antoni. Da Torre Annunziata si rispose l’otto maggio, più modestamente, con l’iniziativa di un giornale locale, La Voce della Provincia.

Cessata l’euforia dei primi giorni, si ricominciò con le preoccupazioni, le polemiche e le grida di dolore, quasi mai sincere, dei diversi protagonisti che si agitavano intorno al contratto d’Area.

Dalle vicende legate al porto turistico di Castellammare, con le sue estenuanti conferenze di servizi, ricchi di colpi di scena, di cambiamenti d’umore, di crisi politiche in consiglio comunale, di alleanze trasversali tra i diversi partiti; ai misteri delle nuove aziende da collocare sull’area dell’ex Tubi Dalmine a Torre Annunziata e di cui, tranne le prime due, l’Erregi e la Metalfer Sud, nessuno  ne aveva visto più traccia; dalle dimissioni, poi ritirate, del sindaco Cucolo, al mancato acquisto da parte della Tess, delle aree dismesse della Deriver e della Scac; dalle polemiche sulla presidenza tra i due sindaci di Castellammare e Torre Annunziata, fino alle dimissioni, quelle vere, dell’Amministratore delegato,  Francesco Porfilio, nei primi giorni di settembre.

E’ tutto un susseguirsi di vicende, fatti, ora personali, ora collettivi, ora istituzionali, a volte rocambolesche, altre, più semplicemente, farsesche, ma tutto questo non faceva fare molti passi in avanti allo sviluppo del territorio.5

Di chi la responsabilità di tutto quanto accadeva? Di chi amministrava la Tess senza averne le dovute competenze?

Il balletto di amministratori delegati, tutti rigorosamente targati Gepi, sembrava dare ragione a questa versione, non a caso chi subentrava esordiva parlando male di quanti l’avevano preceduto. Il licenziamento di Francesco Porfilio cominciò a circolare nelle ultime settimane di luglio e già nei primi giorni d’agosto si conosceva il nome del suo successore, Vittorio Isabella.

Le forzate dimissioni dell’ingegnere Porfilio furono ufficializzate soltanto nei primi giorni di settembre e se ne andò, dopo circa un anno e mezzo di direzione, senza lasciarsi alle spalle nessuno che lo rimpiangesse.

Il suo successore, l’ingegnere Vittorio Isabella, un siciliano trapiantato a Napoli prese le redini il 12 ottobre. Intanto tre giorni prima era caduto il governo di Romano Prodi, creando le condizioni per la nascita del governo di Massimo D’Alema, eletto Presidente del Consiglio dei Ministri il 21 di quello stesso mese.

Le speranze suscitate da Prodi e dal primo governo di centro sinistra, durato complessivamente 887 giorni, con la presenza del Partito Democratico di Sinistra, erede del vecchio Pci, avevano lentamente ceduto il passo alla rassegnazione tra i lavoratori dell’area torrese stabiese.

La sua caduta e l’ascesa del leader post comunista, non crearono quindi eccessivi entusiasmi tra quanti, da troppo tempo, aspettavano la realizzazione di un sogno iniziato tanto tempo prima, un sogno nel quale avevano maggiormente creduto con l’avvento del governo amico, senza sapere che la burocrazia non conosce colori, né bandiere, soprattutto è indifferente alle passioni.

Così indipendentemente da chi governava, dalle ragioni, dalle idee, dalla volontà di quanti forse avrebbero voluto fare ma non gli fu dato possibilità, il contratto d’area cominciò a essere sempre più simile al protocollo d’intesa sottoscritto con il governo Berlusconi nel dicembre 1994, uguale all’accordo firmato tanti anni prima, nell’ormai lontano 1989, sempre a Palazzo Chigi con altre facce, altri ministri, altri partiti, oggi scomparsi, ma pur sempre carta straccia quella  prodotta dai vari protagonisti del momento.6     

Tutto sembrava remare contro i lavoratori dell’area torrese stabiese: ci si era messo contro anche il Mar, il Tribunale Amministrativo Regionale, accogliendo un vecchio ricorso di un’associazione ambientalista contro il Piano Territoriale Paesistico del 14 dicembre 1995, piano teso a modificare le più rigida legge 431 del 1985, più nota come Legge Galasso.

L’accoglimento da parte del Tar comportava il ripristino della vecchia legge e il ritorno del regime vincolistico che metteva in forse la realizzazione dei quattro progetti così faticosamente costruiti dalla Tess in quegli anni.

Le iniziative dei sindaci, della Società di Promozione e delle stesse organizzazioni sindacali nei confronti del governo per la scrittura di un nuovo decreto, per tenere nel debito conto le esigenze degli ambientalisti e superare rapidamente i restrittivi vincoli della 431/85, pena la messa il blocco totale del Contratto d’area e del Patto territoriale del Miglio d’Oro, procedevano senza molta convinzione e comunque senza molta enfasi, come colpiti da improvviso fatalismo.

A mettersi di traverso ci si mise pure il segretario regionale della Cisl, Nicola Martino, il quale non sembrava aver mai nutrito né interesse, né simpatia per questo territorio a sud di Napoli, e non a caso i dirigenti sindacali locali erano stati lasciati soli per anni nell’infuriare delle lotte operaie.

Non diverso era l’atteggiamento del leader della Uil regionale, Enrico Cardillo, il quale si era sempre contraddistinto per le sue fredde posizioni, quasi a voler evidenziare distanza e fastidio da un movimento operaio, come quello torrese stabiese, poco incline a essere controllato dal sindacato.

Così, mentre Nicola Martino parlava di un possibile fallimento del contratto d’area sul finire d’ottobre, Paolo De Feo, Presidente dell’Unione Industriali di Napoli, polemizzava contro strumenti, ritenuti non in grado di offrire effettive garanzie agli imprenditori.

A rendere ancora più incandescente l’atmosfera ci si metteva pure il direttore dell’Unione Industriali, Michele Lignola, attaccando il manager della Tess, in un’intervista rilasciata al Mattino il 22 novembre, definendolo un amministratore incapace, frutto di una candidatura subita. Salvo poi smentirla qualche giorno dopo.7

I 394 operai delle otto aziende interessati al contratto d’area, i superstiti di questi lunghi anni di lotta, erano frastornati e assistevano sgomenti e rassegnati all’infuriare delle polemiche. Stanchi, chiusi nel limbo dei lavori socialmente utili, sostenuti dalle integrazioni economiche alla cassa integrazione, elargite dai diversi enti locali nei quali operavano nelle più svariate mansioni, impauriti dai diversi avvisi di garanzia piovuti su di loro in questi ultimi anni per i blocchi stradali e ferroviari, gli operai dell’area torrese stabiese erano ormai svuotati di ogni altra energia, di ogni superflua volontà di lotta.

Si erano ormai attaccati ai progetti dei lavori socialmente utili nell’ASL 5, nel Parco del Vesuvio, nell’istituto Case popolari, nei comuni di Castellammare e Torre Annunziata, sperando di trovare l’agognato posto fisso, dopo tanto patire, nella pubblica amministrazione. Del resto a rafforzare la speranza c’erano state le assunzioni a tempo indeterminato di 67 operai delle Raccorderie Meridionali nella Società mista creata dal comune di Castellammare, privatizzando il servizio di nettezza urbana, in collaborazione con l’ex Gepi, ora Itainvest, costituendo la Società Multiservizi SpA.

La soluzione trovata dimostrava la possibilità concreta di risposte alternative alla fabbrica, se solo si aguzzava l’ingegno, se veramente c’era la volontà di risolvere le questioni urgenti e drammatiche.

Non tutto era fermo, non tutto era perduto, bisognava perseverare, lottare, incidere ancora di più sulle istituzioni e sugli uomini che le rappresentavano.

L’8 agosto erano stati presentati all’Imi, la banca convenzionata con la Tess, i quattro progetti per istruirne la documentazione, confermarne la fattibilità e coprire il finanziamento necessario alla loro realizzazione.

Nella prima decade di novembre erano invece apparsi, come altrettanti conigli dal famoso cappello del prestigiatore, altri quattro progetti: un nuovo albergo da realizzare a Castellammare, in sostituzione di un opificio industriale ancora in attività, il vecchio Molino di Stabia, fondato nel 1960, e per il quale era già stato trovato perfino il nome: Hotel Luci del Golfo; un altro albergo a Torre Annunziata, in un’azienda di manufatti in cemento da poco dismessa, la Cellubloc dei fratelli Amitrano, in cui si ipotizzava la fantomatica realizzazione di un insediamento turistico ricettivo polivalente a tre stelle, denominato, Borgo Marina di Rovigliano e perfino un’azienda di apparecchiature elettromeccaniche; a Boscoreale, invece, si proponeva un mega Parco Archeologico, il Pagus Augustus Felix, un percorso archeologico, museale, con annesso insediamento ricettivo e l’immancabile hotel da 600 posti.

Complessivamente un investimento da 250 miliardi per 1.090 nuovi posti di lavoro, da aggiungersi ai 518 miliardi e 631 posti di lavoro degli originari quattro progetti. Come se ciò non bastasse, a tutto questo si aggiungevano 34 mini progetti, già passati attraverso il vaglio della legge 488/92.8

Progetti entrati nella particolare graduatoria prevista dalla legge, nata per finanziare nuove occasioni di lavoro nel Mezzogiorno, ma esclusi per esaurimento delle risorse disponibili, si riproponevano ora attraverso lo sportello pigliatutto della Tess, fortemente sponsorizzata dalla Unione Industriali di Napoli. Questi 34 progetti rappresentavano investimenti per ulteriori 50 miliardi e 350 posti di lavoro.

Il modo in cui i 38 progetti erano apparsi e tentavano di essere imposti, aveva sollevato un mare di polemiche tra le organizzazioni sindacali e la Tess, fino a provocare una spaccatura tra le stesse confederazioni Cgil Cisl Uil, poi ricomposta in una riunione del 27 novembre. Nella sede napoletana della Tess, in Via Santa Brigida, le segreterie provinciali del sindacato davano definitivamente il via libera alle nuove micro iniziative.

Durante la riunione, l’amministratore delegato della Tess, Vittorio Isabella, annunciava il via libera dal Imi dei primi quattro progetti e l’invio al Cipe per l’istruttoria finale.

Entro il 30 dicembre, il Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica, doveva dare il proprio definitivo parere sui finanziamenti, sarebbe seguita la firma del primo protocollo aggiuntivo del contratto d’area presso la presidenza del consiglio e infine l’avvio dei lavori, la cantierizzazione delle opere, le prime assunzioni, il reimpiego di quanti avevano lottato durante quei lunghi interminabili anni, in definitiva il tentativo di trasformare, ancora una volta, il sogno  in realtà.

Con questa speranza si chiuse il 1998, così come puntuale e precisa si aprì la polemica nei primi giorni del nuovo anno a seguito di una discutibile cena all’Hotel Vesuvio, organizzata da Vittorio Isabella alla quale erano stati invitati tutti i sindaci dell’area, diversi imprenditori, i parlamentari del territorio, il Presidente della Task Force, Gianfranco Borghini, l’Amministratore delegato della Itainvest, Aldo Palmeri, l’assessore regionale all’industria, Francesco d’Ercole, il Prefetto, Giuseppe Romano e l’intero consiglio d’amministrazione della Tess.

Tra gli invitati, i tre segretari generali regionali e di Napoli di Cgil Cisl Uil, i quali, però, declinarono l’invito rendendosi conto della evidente stonatura della strana cena. Ancora non si era spenta l’eco della nuova polemica, quando Giulio Rossi Crespi, assessore provinciale alle politiche territoriali, dichiarava illegittime le procedure per il porto turistico da realizzare a Castellammare, perché il progetto non era mai stato ratificato dai consigli comunale, provinciale e regionale.

In quelle stesse, fredde giornate di gennaio, falcidiate dal  gelido Buran, siberiano vento polare, non vi era uno che non aveva da lamentarsi di qualcosa: iniziò Fortunato D’Angelo, responsabile delle piccole e medie imprese dell’Unione Industriali di Napoli, per il quale i contratti d’area e i patti territoriali così com’erano stati concepiti non servivano a risolvere la situazione occupazionale dell’area, proseguì il manager della Tess, Vittorio Isabella, denunciando i ritardi della burocrazia colpevole della mancata cantierizzazione delle opere ferme al ministero del bilancio per l’istruttoria finale.

A sgombrare le preoccupazioni sui ritardi della firma del primo protocollo aggiuntivo del contratto d’area torrese stabiese, interveniva lo stesso ministro del lavoro, Antonio Bassolino, quando in un convegno nell’aula magna dell’ex facoltà d’Economia e Commercio, ne annunciava la data entro febbraio.

Dopo Giovanni Zeno scomparve prematuramente, il 21 gennaio 1999, un altro dirigente sindacale vicino alle questioni dell’area Torrese Stabiese, il lombardo Angelo Airoldi, dirigente nazionale della Cgil, morto a 57 anni.

Appena pochi mesi, verso la fine di novembre del 1998 aveva lasciato la segreteria confederale per andare a dirigere la nuova Camera del Lavoro metropolitana di Venezia. Pochi giorni dopo la morte di Airoldi, il 27 di quello stesso mese, seguirà la scomparsa di Giovanni Grasso, un popolare che aveva dato un notevole contributo, come presidente della Regione, nella prima fase della vertenza torrese stabiese.

Tempo per pensare a quanti lasciavano la tumultuosa, terrena valle di lacrime, in quei difficili anni di battaglie senza fine, non se ne aveva molto. Giusto un pensiero, per ricordare le cose importanti condivise o meno, poi avanti a pensare al domani, alle cose da fare, alle nuove, immancabili difficoltà.

A riaprire il fuoco delle polemiche era il segretario provinciale della Fillea, Raffaele Scala, accusando il sindaco di Torre Annunziata, Francesco Maria Cucolo e il manager della Tess, Vittorio Isabella, di facile ottimismo, in contrasto con i fatti reali, sia per quanto riguardava l’apertura del cantiere Tecnotubi, sia per Villa Romana.9

Inutilmente il sindaco di Torre gettava acqua sul fuoco, pur riconoscendo veritiere le preoccupazioni della Cgil, come del resto i fatti dimostreranno lasciando nel cassetto dei sogni i troppi improvvisati progetti, messi in piedi in maniera raffazzonata, senza criteri e collegamenti reali con le necessità del territorio, basti pensare alle troppe, incredibili, deliranti proposte di hotel da costruire in ogni buco vuoto, nei posti più impensabili, se non assurdi. Progetti tanto più inutili in presenza delle difficoltà registrate dai primi presentati, come Villa Romana e il Parco Virtuale, ancora fermi al palo delle idee senza costrutto.10

A bilanciare l’amara verità arrivarono le notizie dell’imminente apertura, nell’area della ex Dalmine, della Metalfer Sud, azienda metalmeccanica nel settore della carpenteria industriale con un’occupazione a regime di 93 dipendenti e il 9 febbraio la firma in prefettura del protocollo sulla legalità sottoscritto dai sette nuovi comuni facenti parte del consorzio Torre Stabia.

La notizia suscitò entusiasmo perché dimostrava una reale volontà di costruire qualcosa di certo, non a caso la prima azienda impiantata nella Dalmine, l’Erregi, con i primi 55 assunti, nonostante le polemiche iniziali stava cominciando a dare buona prova di sé.

Ma il pendolo era in agguato e alla notizia buona doveva inevitabilmente subentrarne una negativa: appena il tempo di assaporare la gioia del piccolo passo in avanti che, come un’altalena misteriosamente programmata per impedire una serenità prolungata su quell’area martoriata, si propagò la notizia della mancata convocazione da parte della Presidenza del Consiglio per la firma del primo protocollo aggiuntivo, indispensabile per far decollare i nuovi progetti industriali e garantire la proroga della cassa integrazione ai lavoratori sospesi dal lavoro.

Come se non bastasse arrivò la denuncia da parte di Matteo Vitagliano e Raffaele Scala di manovre clientelari sulle nuove assunzioni da effettuare nell’area Dalmine. I due sindacalisti citavano, in un’intervista al settimanale locale, Metropolis, strane iscrizioni al collocamento circoscrizionale di Pompei di disoccupati provenienti da altre province e l’annuncio di una selezione, aperta ai residenti di tutta la regione, per quaranta assunzioni da effettuare nelle Erregi, in contrasto con gli accordi tesi alla rioccupazione dei lavoratori in esubero dalle aziende in crisi e a favorire l’assunzione di giovani dell’area, così come stabilito nei diversi accordi sottoscritti ai tavoli ministeriali.11

Le polemiche arrivarono sul tavolo prefettizio, con accuse circostanziate, allargando ad altre aziende presenti da tempo sul territorio l’accusa di assunzione pilotate, di compra vendita di posti di lavoro, di un vero e proprio mercato gestito in maniera illegale. 

La riunione ebbe un qualcosa di surreale con i vari protagonisti seduti intorno al tavolo a temporeggiare sulle questioni poste, fino a quando fu chiaro che nessuna risposta sarebbe venuta da quel tavolo istituzionale. Mancano le prove, le parole non bastano, vi è addirittura la possibilità di essere querelati dalle aziende accusate.

Questa vicenda si deve chiudere qui. E così fu!

Si infittirono in quei giorni nuove e più violente polemiche sull’uso distorto dei contratti d’area, sulla loro proliferazione quando mancava la capacità di portare avanti quelli già esistenti, registrando colpevoli ritardi e accertate incapacità.

I giornali di destra e di sinistra suonavano la grancassa, ognuno enfatizzando la propria posizione pro o contro i contratti d’area, lo stesso Segretario Generale della Cgil, Sergio Cofferati, intervenendo a Napoli riteneva inutile proporre nuovi contratti d’area. Nel caso specifico la polemica riguardava la proposta fatta su Bagnoli di intervenire con lo stesso strumento utilizzato per il comprensorio vesuviano.

Dall’area torrese stabiese, intanto, piovevano sul tavolo del Ministro del lavoro, Antonio Bassolino, comunicati e telegrammi di protesta, sostenuti dalle segreterie sindacali unitarie, provinciali e regionali, dalle organizzazioni nazionali di Cgil Cisl Uil, dai sindaci e dai parlamentari.

Dal 20 febbraio, l’appuntamento decisivo per la firma del protocollo d’intesa era slittata al 28, ma saltata anche questa nuova data, il sindaco di Castellammare, Catello Polito, minacciò di dimettersi e di guidarne la protesta fino a Roma, se necessario, ritenendo ormai insostenibile la situazione.

A Torre Annunziata il clima tra gli operai si era fatto incandescente per la mancata firma del Protocollo aggiuntivo, generando una tensione insostenibile culminata nei primi giorni di marzo in una tumultuosa assemblea generale di operai e delegati nell’aula consiliare.

I delegati chiedevano a gran voce la presenza dei massimi dirigenti sindacali ma tranne il segretario della Camera del Lavoro di Torre, nessuno si fece vedere nonostante le ripetute telefonate fatte a tutti.

L’aria si surriscaldava sempre di più e alcuni soffiavano sul fuoco per provocare la rissa e far scoppiare l’incidente. L’intenzione era chiara. Seduto sulla sedia del sindaco e circondato da delegati fedeli, Scala cominciò a parlare ma ebbe appena il tempo di pronunciare poche parole quando inizio la premeditata aggressione da parte di una decina di operai della Deriver, prontamente respinti dai delegati di cui si era precedentemente circondato. Tutto durò pochi minuti. Così come era iniziata la provocazione rientrò e l’assemblea si sciolse senza particolari danni per nessuno.

La premeditazione voluta da alcuni ebbe modo di ripetersi due settimane dopo, quando al termine di una riunione col sindaco Cucolo su alcune questioni riguardanti la Deriver, uscendo per tenere una sorta di assemblea con gli altri lavoratori metalmeccanici in attesa all’ingresso, il segretario della Camera del Lavoro subì un nuovo tentativo di aggressione da parte di Michele Contino, delegato della Fiom Cgil.

L’aggressore era lo stesso che aveva aizzato i suoi compagni nella tumultuosa assemblea di quindici giorni prima.  A quella riunione era presente anche Matteo Vitagliano, ma contro di lui nessuno si mosse a dimostrazione di una premeditazione perseguita contro il dirigente sindacale confederale della stessa organizzazione per motivi rimasti ignoti, nonostante la denuncia fatta alla commissione di garanzia regionale della Cgil.

Arrivò infine la data del 15 marzo e l’agognata firma tesa alla realizzazionedi sei iniziative nell’area torrese stabiese per un totale di circa 553 miliardi investimenti ed un contributo pubblico di circa 279 miliardi a valere sui fondi Cipe e di 2,5 miliardi di lire a valere sui fondi della legge 181/89.

"La realizzazione delle sei iniziative comporterà la creazione di 631 nuovi  posti di lavoro che saranno assegnati in primo luogo ai lavoratori provenienti dal bacino del reimpiego (...)"

recitava in premessa il verbale sottoscritto alla Presidenza del Consiglio dei Ministri elencando i due progetti da realizzare a Castellammare, porto turistico e albergo e le quattro iniziative di Torre Annunziata, il Parco a tema, Pompei Tech World l’albergo Villa Romana, Artos e Nuova Cons. Ind., questi ultimi legati alla ristorazione collettiva.

Tutti progetti destinati al fallimento, compreso Pompei Tech World rimasto in discussione per circa un decennio, pur tra cento varianti subite nel corso di questi lunghi anni.

Una lunga, spiacevole telenovela animata da comparse e protagonisti a livello locale e nazionale, con varie incursioni di vari imprenditori, alcuni inverosimili, senza senso del ridicolo, forse semplicemente spregiudicati affaristi in cerca di business. L’ennesima sconfitta di un territorio martoriato.

In quegli stessi giorni si accendevano i riflettori sulla Deriver, l’antica fabbrica siderurgica di Torre, dove un Consorzio di piccole imprese locali, Assoimpresa, annunziava un piano di reinsediamento, sulla falsariga di quanto si stava già facendo sulla ex Tubi Dalmine.

Naturalmente, così come voleva l’ormai consolidato copione, si riaprirono le preoccupazioni per i 135 dipendenti dell’Ilva Pali Dalmine, sui quali incombeva di nuovo la preoccupazione dei licenziamenti per la cronica carenza di commesse, aggravata dalla mancata assegnazione di nuovi lavori da parte dell’Enel, mentre i 47 operai superstiti della  Tecnotubi Vega esternavano le loro paure sul futuro incerto, nonostante la firma ancora fresca del contratto d’area, ma più complessivamente erano tutte le aziende in crisi a temere sul loro futuro.

In quegli stessi giorni su denuncia del consigliere comunale di Alleanza Nazionale, Ida Scarpato, si apriva un’inchiesta sull’amianto all’Avis e in particolare sull’interramento della micidiale sostanza tossica all’interno dello stesso stabilimento fatto di nascosto, di notte.

A provarlo una serie di foto risalenti ad alcuni anni addietro, consegnate da un ex operaio dell’Avis andato in pensione nel 1994, ai giudici incaricati dell’indagine.12

L’inchiesta portò nei giorni successivi a dieci avvisi di garanzia ad altrettanti dirigenti dell’azienda metalmeccanica, mentre erano portati alla luce le storie drammatiche di almeno quattro operai dell’Avis morti di asbestosi negli ultimi anni.

Contemporaneamente il consiglio comunale di Castellammare approvava all’unanimità un ordine del giorno in cui si chiedeva al sindaco di costituirsi parte civile. La denuncia sull’amianto nascosto arrivò in parlamento, aprendo discussioni e interessando la stessa Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esse connesse. 

Intanto sulla stampa si pubblicavano indiscrezioni sull’imminente licenziamento del manager della Tess, Vittorio Isabella e nuove feroci polemiche sullo stallo delle iniziative da realizzare.13

Il nome del nuovo amministratore delegato, il sesto in sei anni, fu ufficializzato pochi giorni dopo ed era Carlo Trevisan, un imprenditore veneziano, già sindaco di San Donà del Piave e Presidente dell’istituto autonomo case popolari del capoluogo veneto.14

Il nuovo manager venuto dal nord mostrava da subito, almeno in apparenza, di avere le idee chiare sul suo ruolo e su quanto intendeva fare per rilanciare un asfittica Tess, dimostratasi incapace di svolgere una reale funzione di promozione industriale e di spinta nei confronti delle varie istituzioni cointeressate allo sviluppo dell’area.

Si prendevano quindi contatti con l’altro consorzio confinante, denominato Miglio D’Oro, con l’Unione Industriale di Napoli e le diverse associazioni di categoria, si allagava l’interesse agli altri comuni limitrofi, rimasti finora ai margini delle iniziative di sviluppo turistico industriale, si cercava di cogliere l’occasione rappresentata dal Prusst, Programmi di riqualificazione urbana per lo sviluppo sostenibile del territorio, lanciato dal Ministero dei Lavori pubblici con finanziamenti destinati ai migliori progetti tra quelli presentati da aree territoriali, comuni e consorzi.

Nella corsa ai finanziamenti si lanciarono dieci comuni e numerosi imprenditori dell’area torrese stabiese proponendo diversi progetti, alcuni nuovi, altri rivalutando vecchie idee rivedute e corrette, qualcuna fantasiosa, oppure irrealizzabile, con la Tess disponibile a far quadrare il cerchio di un’organicità difficile a farsi fra progetti tanto eterogenei.

La data ultima per presentare i progetti era il 27 agosto, una corsa contro il tempo sognando stazioni marittime, parcheggi di scambio, pedonalizzazioni, piste ciclabili, aree ambientali, rivalutazione di centri storici, bretelle stradali, immaginando nuove attività florovivaistiche, enologiche e agroalimentari, circuiti archeologici e impianti termali.

Incontri d’alto livello, tecnici ed esperti chiamati per suggerire e indirizzare, promesse e impegni naufragarono ben presto sotto la forza progettuali degli altri. Nei 48 progetti approvati il 19 aprile del 2000 dal ministero dei lavori pubblici, sui 200 presentati, non c’era nessuna traccia dell’area torrese stabiese, mentre della Campania la sola Benevento era riuscita ad entrare nei primi dieci, posizionandosi al sesto posto per risorse ottenute.15

Di certo c’era soltanto l’annunciata apertura del cantiere per realizzare il nuovo albergo sulle rovine della ex Calce e Cementi ed era di per sé un grande giorno perché rappresentava il primo concreto avvio del contratto d’area, l’inizio di un futuro meno nebuloso per mettere a tacere quanti non avevano mai veramente creduto alla possibilità di invertire la rotta per uscire definitivamente dalla drammatica crisi nella quale si era precipitati.

A scuotere politici e amministratori dal torpore delle parole al vento fu lo stesso Trevisan, resosi ben presto conto di quanto era difficile muoversi in quell’area del sud dove tutti parlavano e nessuno faceva.

Troppo le polemiche, le rivalità politiche tra i diversi amministratori, le paure dei burocrati e i distinguo che impediscono di decidere, trasformando le conferenze di servizi in campi di battaglia e per questo il manager veneto proponeva un maggiore coordinamento tra i vari comuni e di trasformare la stessa Tess in Agenzia del lavoro al servizio del territorio, anello di congiunzione tra i privati e la programmazione pubblica dei comuni, magari facendosi pagare i servizi erogati per migliorarne la qualità e garantirne la serietà.

Per fare questo occorreva allargare gli orizzonti, uscire dagli spazi angusti di Castellammare e Torre Annunziata, fondersi per esempio con il Miglio d’oro, il patto dei quattro comuni vesuviani, attraverso una carta dei principi per legare i sedici municipi a un comune destino, per meglio valorizzare le risorse territoriali, ambientali turistico archeologiche.

A metà novembre ci fu l’avvio ufficiale della demolizione del vecchio cementificio e l’inizio dei lavori per costruire il nuovo albergo, affidati ad un’impresa napoletana, la Medil dei fratelli Perrot, mentre la Tess avviava le trattative per acquistare la Scac di Torre Annunziata, poi perfezionata nell’aprile del 2000, pagandola circa 2 miliardi.

Facevano da contrappeso le notizie dell’ennesima crisi dell’Avis con l’annunciato licenziamento dei 160 operai ancora rimasti al lavoro e quelli effettivi dei 47 operai dei Molini di Stabia del gruppo Italgrani, quello stesso opificio in cui, non molto tempo prima, si era ipotizzato di realizzare un nuovo albergo, Hotel luci del Golfo, presto caduto nel dimenticatoio.

Dalla vicina Pompei arrivava la notizia della messa in vendita della più importante azienda posta sul suo territorio, l’Aticarta, un’industria cartaria fondata nel 1955, di proprietà dell’Ati, Azienda Tabacchi Italiani, situata lungo il fiume Sarno in via Campo Aviazione, dove avevano trovato occupazione fino a trecento dipendenti.16

La piccola cittadina, cara a Bartolo Longo, stando al censimento dell’industria del 1996, pubblicato dall’Istat, aveva perso negli ultimi cinque anni, tra il 1991 e il 1996, qualcosa come 1.200 posti di lavoro, con la chiusura di 122 imprese, in gran parte attività del settore commerciale, alberghiero e della ristorazione.

Nessun clamore aveva accompagnato questa strisciante crisi economica perché lento era stato lo stillicidio e mai nessuno aveva veramente protestato, rimanendo fuori dai circuiti dell’informazione e dall’interesse massmediatico. Ma ora la notizia riguardava un’azienda importante e non si poteva rimanere indifferenti.

Inizialmente la preoccupazione fu relativa perché l’Aticarta era un azienda a partecipazione pubblica e questo in qualche modo riduceva l’impatto negativo, nella certezza di trovare comunque una soluzione al problema senza reali traumi.

Nessuno poteva immaginare di trovarsi di fronte un dramma la cui durata si sarebbe contata in parecchi anni, fino a coinvolgere l’intera cittadinanza e lo stesso episcopato, sceso in piazza nel 2005 per difendere quanto rimaneva del sito produttivo.

Del resto se Pompei lamentava dati negativi, stava sicuramente peggio la vicina Torre Annunziata, dove nello stesso periodo i posti perduti erano stati 2.364 e le aziende chiuse sommavano a 91.

Così ancora una volta l’anno si chiudeva con manifestazioni di protesta degli operai dell’Aticarta, cui era annunciato la messa in cassa integrazione di 70 dei 270 dipendenti in forza allo stabilimento, mentre gli operai della Molini di Stabia, dopo la notizia del fallimento seguita alla messa in amministrazione controllata durata pochi mesi, occupavano per cinque giorni il loro stabilimento.

Ad aggravare la complessiva situazione sociale del territorio arrivava in quei giorni d’inizio dicembre  la notizia, da parte del Dipartimento per il coordinamento delle politiche comunitarie della Presidenza del Consiglio dei Ministri, del notevole ritardo nella presentazione alla Comunità Europea  per quanto riguardava una serie di documentazione relativa ai progetti di Villa Romana e Pompei Tech World, mettendo in serio pericolo la loro ammissibilità ai finanziamenti, creando fibrillazione nel mondo politico sindacale, non soltanto locale.

Poiché la documentazione doveva pervenire entro il 31 di quel fine anno, cominciò il solito balletto sulle diverse responsabilità politiche burocratiche, lo scambio di accuse e le polemiche infinite e senza costrutto dei diversi addetti ai lavori e per la prima volta Carlo Trevisan si sentì sotto accusa, al punto da minacciare di dimettersi, non essendo disponibile a fare da parafulmini alle colpe altrui.17

In fibrillazione andavano le forze politiche di Torre Annunziata, città nella quale nessun progetto del contratto d’area era ancora decollato e ora si mettevano in discussione proprio quelli considerati più importanti. Si chiedevano quindi urgenti incontri in sede ministeriale per porre rimedio al mal fatto.

In realtà nessuno affrontava il vero nocciolo della questione: i problemi non erano legati ai progetti di per sé quanto alle società che li avevano avanzati, nelle ambizioni, nelle furberie tutte italiane, di quanti pensavano di aver fiutato l’affare, di poter spremere la vacca del denaro pubblico senza esporsi più di tanto, senza rischiare nessun capitale proprio, di trasformare in oro la propria incapacità imprenditoriale, come molto presto si dimostrerà proprio a Torre Annunziata nei diversi progetti legati ai piani di reindustrializzazione della Tubi Dalmine, in gran parte destinati a fallire miseramente.

In pochi avevano provato a far aprire gli occhi, denunciando alla stampa, alle proprie organizzazioni, quanto stava accadendo, ma chi aveva l’obbligo di ascoltare non prendeva in considerazioni quelle accuse.

Se si assumevano iniziative per contrastare quelle strane attività imprenditoriali, senza costrutto e senza futuro si era tacciati di localismo, erano anzi accolte con fastidio dai livelli superiori.

Secondo alcuni bisognava, addirittura, prendere delle contromisure, assumere delle iniziative per contrastare questi uccelli del malaugurio.

Il business era troppo importante, ricco e appetitoso e troppo ciechi, pigri e lontani dalla realtà, erano o tali volevano sembrare quanti avevano il dovere di verificare, controllare quanto realmente stava accadendo.

Eppure bastava poco per controllare, capire e agire di conseguenza, semplicemente applicare rigorosamente le intese sottoscritte tra le parti sociali e lo stesso protocollo sulla legalità, ma era più importante inseguire i personali sogni di gloria, le ambizioni mal nascoste, gli egoistici progetti di carriera per occuparsi veramente del contratto d’area, dello sviluppo concreto di quel martoriato territorio, in fondo periferico rispetto ai loro orizzonti.

E così continuava la pantomima degli incontri presso la solita Task Force dell’imperturbabile e inossidabile Borghini, uomo di tutte le stagioni.18

Villa Romana riuscì in extremis a presentare la documentazione richiesta mentre il Parco virtuale chiese e ottenne una dilatazione legata alla diatriba sulla società presentatrice del progetto, se questa era da considerarsi piccola o grande impresa, dilemma di non poco conto perché da questo dipendeva l’entità del finanziamento pubblico, importo variabile dal 40 al 60%.

In tanto clamore arrivò la notizia della morte a 98 anni di Silvio Gava, un uomo, una famiglia, un clan che nel bene e nel male aveva dominata la scena politica per mezzo secolo ed ora se ne andava in silenzio, dopo essere lentamente scomparso dalla scena politica, alla vigilia di Natale e di un secolo ormai alla fine.

Così come scomparirà nel gennaio seguente un altro grande protagonista della politica nazionale, il socialista Bettino Craxi (1934 – 2000), un leader dalla forte personalità, capace di dominare la politica italiana un intero quindicennio, pur essendo alla guida di un partito la cui forza non andava oltre il 10% dei consensi elettorali e caratterizzato dallo scontro violento con il Partito Comunista di Enrico Berlinguer per l’egemonia della sinistra.

Una leadership per alcuni discutibile e sulla quale pesa l’accusa di essere la fonte della degenerazione del sistema politico italiano, poi crollato sotto il peso delle inchieste giudiziarie portate avanti dalla Procura della Repubblica di Milano.   

Tra le mille polemiche con le quali si chiuse il 1999 una riguardava la dissertazione sul nuovo secolo e millennio. Sui giornali e in televisione ci si dibatteva nell’amletico dubbio se era più corretto far iniziare il nuovo secolo con il 2000 oppure farlo coincidere con il 2001.

Vi erano due scuole di pensiero e ognuna annoverava esperti di valore internazionale, ma nessuna sembrava prevalere sull’altra. La logica diceva 2001, l’istinto, con quei numeri pari, quei tre zeri a tutto tondo, ti portava a dire 2000, su tutti vinse il business, il consumismo spicciolo, la voglia di divertirsi ora e qui, così a livello mondiale vinse il mercato e si optò per la prima soluzione.

Capitava anche questo: c’era chi si crogiolava su elevati e complessi pensieri e chi si dibatteva su più terreni problemi.

Uno dei problemi terreni era l’Avis, messa in liquidazione dalla sua proprietà a partecipazione statale, la Finmeccanica, incapace di sostenere gli alti costi di produzione imposti dalle Ferrovie dello Stato nella riparazione dei carri ferroviari, settore nel quale l’antica azienda stabiese era sempre stata leader e venduta ad un privato, la Dipiùdi Ambiente di Paolo de Luca varando un contratto di solidarietà con l’impegno di reimpiegare l’intero organico della fabbrica entro maggio 2001.

E in lotta erano ancora i 47 operai della Molini di Stabia, mentre nella vicina Gragnano occupavano lo stabilimento i 17 operai sopravvissuti a tre anni di crisi del pastificio Afeltra, il più antico stabilimento dell’arte bianca della Città della Pasta ancora in piedi, nato nel lontano 1848.

Nella vicina Pompei continuava a far parlare di sé lo stabilimento Aticarta, il cui piano di privatizzazione non convinceva pienamente le forze politiche e sindacali, da Torre Annunziata faceva sentire la sua voce Marco Zigon, amministratore delegato della Getra, una delle aziende disponibili ad investire nell’area Dalmine e fermato da una sentenza del Tar regionale. Il Tribunale regionale aveva bloccato tutti gli investimenti dei diversi imprenditori per violazione dei piani paesaggistici a seguito di un ricorso presentato dall’associazione ambientalista, Italia Nostra.19

Nelle intenzioni della Getra c’era la realizzazione di un polo meridionale di trasformatori elettrici e l’apertura di un secondo stabilimento, dopo quello realizzato a Marcianise, ma l’intoppo burocratico frenava ora l’imprenditore, minacciando di trasferire altrove i suoi investimenti.20

Pochi giorni dopo un altro imprenditore, Filippo Maraniello, presidente della Metecno, controllata italiana di una multinazionale che opera nel campo della produzione di pannelli metallici coibentati in poliuretano espanso minacciava, per lo stesso motivo, di investire altrove, addirittura in Colombia.21

Più fantasiosamente, un terzo imprenditore minacciò addirittura di realizzare il polo per la trasformazione del pomodoro in Arabia Saudita, per la mancata concessione edilizia ad un suo progetto, presentato nelle diverse sedi istituzionali e mai preso in considerazione.

L’imprenditore diceva quindi addio al suo polo agroalimentare e ai cento miliardi d’investimento da spendere, in un primo momento, nella Scac, poi nella Deriver, infine da nessuna parte.22

In realtà, l’imprenditore di Sant’Antonio Abate, forse fiutando la crisi del settore, si era limitato a cedere, in gennaio, il 90% della sua azienda, fondata nel 1971, ad una cordata di arabi e il restante 10% all’imprenditore immobiliare, Giuseppe Longo.

Quest’ultimo intraprese la gestione dello stabilimento agro alimentare iniziando col cambiare nome all’impresa da Rosanova a Zelis, ma il nuovo assetto gestionale andrà ben presto in crisi non riuscendo neanche a pagare gli stipendi ai settanta dipendenti della sua azienda conserviera.

Quando gli stipendi non pagati divennero due gli operai cominciarono a preoccuparsi ed entrarono in agitazione.23

Inizialmente sembrava essere una semplice protesta da concludere nel giro di qualche giorno con il pagamento delle spettanze. Invece si trasformò ben presto in una drammatica lotta per conquistarsi un futuro più sicuro in un’azienda sempre più in crisi, fino ad occupare lo stabilimento, salendo sui tetti dei capannoni, per richiamare l’opinione pubblica sul loro caso.

Il destino dell’azienda era purtroppo ormai segnato e nei primi giorni d’ottobre arrivarono implacabili i licenziamenti.

A sua volta la società avviava la procedura di liquidazione, fino alla dichiarazione di fallimento, sopraggiunta in dicembre su richiesta degli stessi lavoratori, nel disperato tentativo di recuperare i salari non pagati, la liquidazione maturata e non riscossa e di guadagnare un minimo di sostegno al reddito attraverso la procedura di cassa integrazione straordinaria, attivabile, paradossalmente, con lo stesso fallimento aziendale.24

Ancora in aprile arrivava un ultimatum da un quarto gruppo industriale aderenti alla società consortile Ge.ne.si, stanchi degli incomprensibili intoppi burocratici che di fatto bloccavano l’effettivo insediamento sull’area della ex Dalmine.

"Se entro maggio non avremo certezze sulla possibilità di insediare le nostre aziende sull'area dell'ex Dalmine, dirotteremo gli investimenti in un'altra zona dove la burocrazia è meno lenta e più attenta ai problemi sociali. E' quanto affermano in un comunicato gli industriali dell'area di Torre Annunziata, aderenti alla società consortile Ge.Ne.S.I., diffuso al termine di una riunione promossa per denunciare all'opinione pubblica la grave situazione di stallo sul programma di re - industrializzazione dell'area. E' tutto fermo da un anno - denunciano gli industriali - per una sentenza del Tar che ha bocciato l'accordo di programma sull'area Dalmine per incompatibilità urbanistiche." 25

Così tra imprenditori che fingevano di scappare via e altri che facevano finta di voler investire, come Mario Rosanova, l’imprenditore di Sant’Antonio Abate, re del pomodoro, o come il gruppo Abate, corteggiato come non mai da quanti credevano o fingevano di credere nel Parco virtuale da localizzare nella Tecnotubi, era tutto un susseguirsi di alti e bassi sulla strada tortuosa di un contratto d’area sempre meno credibile.

Tra i tanti giocatori con le carte truccate, forse senza saperlo, come può capitare in una partita fra bari, doveva esserci lo stesso sindaco di Torre Annunziata al punto da dichiarare a una giornalista che i mille disoccupati registrati in meno tra il 1997 e il 1998, presso la circoscrizione di Pompei, erano da accreditarsi al successo dei progetti Tess e alle aziende sorte sul territorio.

Più realisticamente per le organizzazioni sindacali erano due le cause principali del calo della riduzione degli iscritti al collocamento: la prima era una conseguenza dell’esodo di cittadini dai comuni interessati verso altri meno congestionati, come dimostrava il continuo calo di residenti dell’antica città di Oplonti, passati dai 60.533 abitanti del 1981 ai 58.875 del 1991, fino a scendere a 48.011 del 2001, la seconda era  la rassegnazione nata dalla lunga frustrazione di un’inutile ricerca del lavoro e la totale sfiducia nelle istituzioni che portava a non iscriversi agli uffici di collocamento.

In aprile le elezioni per il rinnovo dei consigli regionali e comunali videro il trionfo di Antonio Bassolino, con il 54.2% di consensi ricevuti nella sua nuova veste di Presidente della Regione Campania dopo le due consiliature vissute come sindaco di Napoli, intervallate dalla breve esperienza di Ministro del lavoro nel governo di Massimo D’Alema.

A Torre Annunziata, nonostante la non felice prestazione della prima consiliatura, Francesco Maria Cucolo si vide riconfermato nella sua carica di sindaco con il 61% di consensi, conquistati contro aspiranti sindaci fantasma, impostando la sua campagna elettorale sui temi della legalità e del completamento dei progetti industriali legati al contratto d’area; mentre nei comuni limitrofi a Castellammare vincevano, ormai per lunga tradizione solo occasionalmente interrotta, esponenti della destra come Michele Serrapica a Gragnano, ex socialista passato a Forza Italia, Gioacchino Alfano a Sant’Antonio Abate e il medico Catello Cascone a Santa Maria la Carità, tutti esponenti del nuovo verbo berlusconiano. Di segno opposto le vittorie di Portici, Ercolano e Sorrento con Leopoldo Spedaliere, Luisa Bossa e Ferdinando Pinto, sindaci di coalizioni del Centro sinistra.

A livello nazionale, Massimo D’Alema, impegnatosi con eccessivo entusiasmo nella campagna elettorale per le regionali, a fronte del deludente risultato si dimise lasciando il testimone al socialista Giuliano Amato, ponendo fine, dopo 542 giorni, al primo governo di un post comunista alla guida del Paese nella storia dell’Italia repubblicana.

La scia fortunata nella quale si trovava a navigare il neo eletto sindaco di Torre Annunziata gli portò altre due positive novità: la prima fu l’approvazione del Contratto di quartiere da parte del Ministero dei lavori pubblici, con un finanziamento di oltre 15 miliardi di lire per riqualificare le periferie urbane, in particolare per ristrutturare o costruire nuovi alloggi pubblici.

Il progetto era stato presentato due anni prima a seguito di un decreto del ministro Paolo Costa nel gennaio 1998, per riqualificare il degradato quartiere del Penniniello, costruito a seguito del terremoto del 1980,26 ed ora l’ex città di Gioacchinopoli assaporava la soddisfazione di essersi classificata prima in questa particolare graduatoria tra i comuni partecipanti, lasciandosi dietro autorevoli ed importanti città come Torino, Livorno, Palermo e tanti altri, tra cui la stessa Castellammare, piazzatosi in 30° posizione ma sufficiente per portare a casa un più corposo finanziamento di ben 33 miliardi circa.27

La seconda importante novità, per certi versi più rilevante, fu il passaggio di consegne di Presidente della Tess, dal sindaco di Castellammare a quello di Torre Annunziata, consentendo a Cucolo di realizzare, dopo sei anni di egemonia stabiese, un antico sogno dell’intero mondo politico oplontino, legato ad una tradizionale, plurisecolare rivalità nei confronti della più blasonata Città delle Acque, nei cui confronti subiva una sorta d’inconsapevole complesso d’inferiorità.

Il buon Cucolo ebbe appena il tempo d’assaporare il piacere di questi inaspettati successi, quando si scatenò il putiferio sul contratto d’area, con un fuoco di fila contro le inadempienze e i ritardi di uno strumento nato per accelerare gli interventi industriali e rivelatosi invece incapace di realizzare quanto promesso: cominciò l’autorevole Sole 24 ore pubblicando un’intervista a Bruno Falzarano, direttore della SPI, Società di promozione Industriale legata a Sviluppo Italia, un protagonista dell’Accordo di programma, poi confluito nel Contratto d’Area, firmato nel luglio 1996, avviando, di fatto, il piano di reindustrializzazione nell’area dell’ex Tubi Dalmine.

Ora lo stesso Falzarano annunciava il fallimento di quel progetto accusando le istituzioni, locali e nazionali, di non aver mantenuto gli accordi, impedendo alle aziende installatosi sul territorio di decollare o addirittura di iniziare le proprie attività.

Qualche giorno dopo rincarava la dose lo stesso giornale della Confindustria, evidenziando il paradosso di una Società controllata dal Ministero del Tesoro, la SPI, pronta ad accusare lo Stato d’inefficienza. Come se l’inefficienza non dipendesse da quanti erano alla guida delle mille società di cui lo Stato si serviva per governare la complessità del sistema vigente.

I diecimila manager profumatamente pagati per risolvere situazioni, governare processi economici, gestire finanziariamente strutture e infrastrutture, imprese ed enti. Manager con liquidazioni da favola anche quando fallivano miseramente il compito cui erano chiamati.

La colpa era sempre degli altri. Chi fossero questi altri non è dato saperlo, visto che mai nessuno ha pagato per gli errori commessi. Il giornale metteva sotto accusa i diversi strumenti nati nel tempo per fare fronte alle diverse crisi industriali, settoriali e territoriali, i Contratti territoriali, di Programma e d’Area, moltiplicatosi negli anni fino a sfuggire al controllo di chi in qualche modo li doveva governare, la Task Force.28

Al 31 dicembre 1999 si contavano, infatti, almeno 12 Patti territoriali approvati con la vecchia procedura e altri 39 con le nuove normative, detti di seconda generazione, 15 Contratti d’Area sottoscritti e ben 5.932 Contratti di programma.29

A sua volta, lo stesso Borghini interveniva attaccando l’associazione ambientalista, Italia Nostra, rea di avere bloccato il processo di riqualificazione dell’ex area Dalmine con il suo ricorso al TAR, il Tribunale Amministrativo per averlo accolto, ma anche la stessa amministrazione di Torre Annunziata, in particolare i tecnici del comune colpevoli di attaccarsi ad ogni cavillo per non rilasciare le indispensabili licenze edilizie richieste dagli imprenditori.

A rivendicare la funzionalità del Contratto, Borghini portava ad esempio la vicina Castellammare, dove invece la situazione procedeva positivamente con la cantierizzazione dell’albergo di Pozzano e per il rilascio delle concessioni per realizzare il porto turistico.

A chiudere il cerchio delle infuocate polemiche era lo stesso Ministro del Tesoro, Vincenzo Visco, ritenendo a sua volta concluso il ciclo dei contratti d’area, dimostratosi, di fatto, poco efficaci.

Bisognava dunque voltare pagina, mettendo nelle condizioni quei contratti già esistenti di concludere il loro percorso ma contemporaneamente di ripensare gli strumenti della programmazione negoziata, magari mettendo in competizione i vari territori, portando alla revoca dei finanziamenti rimasti inutilizzati, spostandoli sui Patti Territoriali più dinamici.30

Mai parole di politico furono più vere, al punto di concretizzarsi nel giro di qualche mese. Il tempo di una riunione del Comitato Interministeriale per la programmazione economica, di modificare alcune disposizioni e il via libera all’attribuzione delle risorse non spese, era cosa fatta.

I patti di prima generazione, ovvero i primi 12, potranno immediatamente rassegnare i fondi inutilizzati (250 miliardi di lire), mentre i patti più recenti hanno la possibilità di avviare le procedure di revoca dei finanziamenti. Delle disposizioni per la rimodulazione dei fondi rimasti inutilizzati potranno usufruire anche i contratti d’area.31

Per nulla intimoriti dal fuoco incrociato delle accuse rivolte loro dai più disparati settori della società civile e della politica, gli ambientalisti di Italia Nostra e di due altre associazioni, Legambiente e Wwf, dopo il colpo messo a segno contro la reindustrializzazione dell’ex area Dalmine, volsero il loro sguardo minaccioso contro quello che veniva da loro considerato un nuovo Fuenti, dal nome dell’hotel edificato abusivamente a Vietri sul Mare, sulla costiera amalfitana, un eco mostro di cemento realizzato tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, parzialmente abbattuto nel 1999, rivolgendo un appello al Capo dello Stato per bloccare i lavori dell’albergo di Pozzano e attaccando senza mezzi termini la stessa Soprintendenza ai Beni Ambientali e Architettonici.

Tra accuse di quinta colonna al servizio del sistema alberghiero sorrentino, preoccupato del nuovo colosso in procinto di nascere alle loro porte, di protagonismo infantile da quanti cercavano, a poco prezzo, pubblicità sui quotidiani, puntigliose precisazioni del sindaco Catello Polito sul suo trasparente operato e contro accuse di pirateria ambientale, nessuno fermò i lavori della nuova struttura appena avviata, neppure un misterioso attentato, di stampo camorristico, subito la notte del 23 febbraio del 2001, quando fu fatta esplodere una bomba nel cantiere.

L’ordigno di basso potenziale provocò, probabilmente non casualmente, danni limitati.32

E se anche successivamente erano periodicamente rilanciate denunce contro la realizzazione dell’albergo, pur tra mille difficoltà, l’albergo troverà finalmente il suo compimento nell’estate del 2004, quando sarà inaugurato in pompa magna con la presenza delle diverse autorità politiche, istituzionali e sindacali, locali e regionali.

Le associazioni ambientaliste ricordavano sarcasticamente come quel progetto era definito, Recupero dello stabilimento Calce e Cemento e chiedevano come si conciliasse  il reperto di archeologia industriale, da radere al suolo per restituire la spiaggia ai cittadini, la cui licenza era già un orrore averla data nel 1935, con la nuova colata di cemento per creare una mega struttura da 153 camere, sale convegni in grado di ospitare fino a 250 persone, spiaggia privata, piscina e centro benessere. Intanto l’albergo garantiva nuova occupazione a cento persone e nel corso del 2008 per rilanciarlo fu assunto un nuovo manager, Riccardo Scarselli, Presidente onorario del sindacato italiano balneatori. 

Tra mille polemiche, veti incrociati e veleni infiniti, intanto la Tess dopo essere riuscita ad acquisire in aprile lo stabilimento Scac, completava  l’operazione con  Tecnotubi, l’altro stabilimento dismesso dove s’intendeva realizzare il progetto più importante, il sempre più virtuale parco a tema inseguito dall’imprenditore avellinese, Abate, con le parole e mai con i fatti,33 nella apparentemente più tranquilla Castellammare il 9 ottobre, nell’area degli ex Cmc, si tagliava il nastro d’apertura del cantiere, Marina di Stabia, dando simbolicamente inizio ai lavori per il porto turistico alla presenza del Presidente della Regione, Antonio Bassolino.

Se da un lato questo giorno rappresentava il battesimo per un nuovo avvenire, dall’altro rappresentava la certificazione definitiva della morte dell’antica fabbrica, luogo di mille battaglie, scuola di cultura operaia, un pezzo di storia della Castellammare, città industriale per eccellenza, che se ne andava, l’addio ad un epoca. Era il certificato di morte della Stalingrado del Sud.

E la nascita, speravano in tanti, della Cannes del Mezzogiorno, con il mare, le terme, l’archeologia, le bellezze ambientali, in una parola, il turismo quale fattore trainante della nuova Città delle Acque, dando, se non corpo, almeno nuova speranza all’antico sogno di Silvio Gava.

Per realizzare questo sogno, fatto proprio dall’amministrazione di centro sinistra al governo della città dal 1992, era stato chiamato uno dei più grandi architetti contemporanei italiani, di fama mondiale, Massimiliano Fuksas, direttore della Biennale di Architettura di Venezia, cui era stato demandato l’incarico di ridisegnare il lungomare.34

Le speranze industriali della Castellammare operaia cadevano ora tutte intere sul vecchio, glorioso cantiere navale, il quale pur acciaccato da mille traversie ancora poteva contare su 660 addetti.

Certo poca cosa rispetto ai 1.980 dipendenti del 1985, per non andare troppo indietro nel tempo, ma pur sempre un forza considerevole, una cultura che continuava a tramandarsi da oltre due secoli passando indenne tra mille crisi, pericoli di chiusura, privatizzazione e cambi societari, concorrenza spietata, ridimensionamenti e processi d’ammodernamento.

L’altra grande fabbrica stabiese, l’Avis, anch’essa plurisecolare, passata attraverso una lunga crisi, ancora in corso, aveva conosciuto drastici ridimensionamenti, fino ad occupare soltanto 150 dipendenti, rispetto ai 766 occupati del 1985.

A venire in soccorso dell’antica fabbrica stabiese, in quei giorni d’autunno del nuovo secolo, portando una momentanea salutare boccata d’ossigeno, proprio alla vigilia della messa in liquidazione da parte del suo esausto proprietario, la Finmeccanica, era Paolo De Luca, imprenditore napoletano alla guida di un piccolo impero industriale con interessi in vari settori.

Dopo la chiusura dei Cmc e delle Raccorderie Meridionali, rimaneva ancora in piedi il terzo pezzo degli antichi Cantieri Metallurgici, la Meb, Meridionali Bulloni, la primogenita scorporatosi dai Cmi nel 1972 e sempre attestatosi poco oltre le cento unità, assente dalle grandi battaglie operaie degli anni novanta se non per portare la sua solidarietà alle sorelle più sfortunate.

In compenso i superstiti delle Raccorderie Meridionali erano confluiti nella Multiservizi SpA, società mista pubblico privata, sorta nel 1999, dov’erano confluiti vari servizi comunali tra cui quelli della nettezza urbana, con 150 addetti, compresi nuove assunzioni, aprendo prospettive occupazionali per i più giovani, così come gli ex edili addetti alla realizzazione del depuratore alla foce del Sarno erano stati assunti in pianta stabile dalla Termomeccanica, la società gestente l’impianto di depurazione andato parzialmente in funzione sempre nel corso del 1999, con 55 addetti nel 2000 e  76 nel 2009.

Più complessa si presentava la situazione di Torre Annunziata dove la reindustrializzazione dell’area attrezzata della ex Tubi Dalmine andava pericolosamente a rilento. Non a caso le sei aziende insediatosi, sulle dodici convenute, avevano dato, fin dal primo momento, più problemi che soluzioni, non riuscendo, tra l’altro, neanche ad assorbire l’intera manodopera fuoriuscita dalla vecchia fabbrica.

Le nuove assunzioni non avevano risposto ai criteri stabiliti dal contratto d’area, dando poche risposte al territorio affamato di lavoro, alimentando anzi feroci polemiche su presunte clientele politiche e su quelle, ancor più pericolose, delle pressioni subite senza colpo ferire da parte dei clan camorristici della zona. 

Vi era chi, apertamente, parlava dell’ennesimo intreccio tra politica e camorra, ricordando gli anni più bui della recente storia cittadina. Correvano addirittura voci di un vero e proprio mercato sui posti disponibili, venduti da personaggi privi di scrupoli, così come si parlava di lavoro grigio, di lavoratori privi di diritti, costretti a subire angherie d’ogni sorta, ma di tutto questo mancavano prove certe, perché nessuno sembrava disponibile a rischiare denunciando quanto accadeva.

Tutto questo dimostrava il grande fallimento del patto sulla legalità sottoscritto in prefettura e in realtà non decollato per motivi mai veramente chiariti, nonostante le pressioni fatte in tal senso dalle organizzazioni sindacali locali e le denunce effettuate nelle diverse sedi, compresa quella prefettizia, senza riuscire a trovare adeguate soluzioni.

Neanche l’acquisto della Scac, della Tecnotubi e della Deriver aveva prodotto finora risultati apprezzabili. La Tess aveva assegnato ad Assoimpresa, un’associazione di piccoli imprenditori locali, l’area della Scac sulla quale c’era il progetto di farne un polo metalmeccanico garantendo 92 nuove assunzioni suddivise tra le quattro società del consorzio.

Bisognava innanzitutto provvedere alle infrastrutture primarie e ciò richiedeva tempo, almeno 18 mesi, mentre occorrevano tre anni, secondo i pronostici dei più ottimisti, per insediarvi le imprese interessate al piano di reindustrializzazione.

Lo stesso consorzio presentò un secondo progetto da realizzare nella Deriver, una Cittadella delle imprese composta di 15 aziende in vari settori produttivi in grado di occupare almeno trecento dipendenti.35

Proprio sulla Deriver si accenderanno nuovi focolai di polemiche dopo l’iniziativa assunta dall’assessore al commercio, Nazario Matachione, di invitare il Consorzio Oromare, un’associazione di un centinaio di piccole imprese del corallo di Torre del Greco, interessato a reperire aree attrezzate per insediare un polo del corallo a Torre Annunziata.

Il presidente del consorzio si disse non interessato all’offerta, avendo già avviato e definito contatti per realizzare un Polo del corallo a Marcianise, ma questo non impedì al presidente di Assoimpresa, Stefano Acciaio, di ritenersi offeso dall’atteggiamento dell’assessore disponibile ad offrire a terzi un area sulla quale si era mostrato tutto l’interesse possibile degli imprenditori locali da lui rappresentati.36

A riprova delle difficoltà in cui versava il contratto d’area, in particolare a Torre Annunziata, arrivò il 27 febbraio il primo sciopero di lavoratori occupati in una delle nuove aziende insediatosi sull’ex Dalmine, l’Ice, nata per produrre apparecchiature elettriche e piccoli elettrodomestici.

I 19 dipendenti incrociarono le braccia per non aver ricevuto lo stipendio del mese corrente e accusando l’azienda di non metterli in produzione, ma di utilizzarli in lavori di pulizia. Forte era la preoccupazione che esauriti i finanziamenti pubblici, la società si sarebbe sciolta come neve al sole.

La paura non era campata in aria, ma quel primo campanello d’allarme non fu colto da tutti, si preferì accusare la mancanza d’infrastrutture adeguate, di servizi inesistenti. Problemi reali ma non sufficienti.

Se ne rese conto lo stesso amministratore delegato, dimessosi qualche settimana dopo, lasciando l’Ice in balia delle onde e costringendo gli operai a entrare di nuovo in sciopero fino a proclamare l’assemblea permanente in attesa di chiarimenti sul loro futuro.

Ma furono anticipati dagli amministratori, facendo trovare i cancelli chiusi agli operai e inutilmente il Responsabile zonale della Cisl, Matteo Vitagliano ricordava al vento l’inutilità di un patto sulla legalità sottoscritto da tutti ma sistematicamente ignorato, nonostante i numerosi avvertimenti giunti da più parti.

La cassa integrazione straordinaria per crisi aziendale per tutti i dipendenti servì ai vari soggetti istituzionali per prendersi la necessaria pausa e decidere, con più calma, cosa fare, meditando sui propri e altrui errori.

Nello stesso periodo ci si occupava dell’altro pezzo dell’ex Dalmine, l’Ipd, Ilva Pali Dalmine dove ancora erano impegnati 140 addetti, ipotizzando d’investire 109 miliardi di lire e altrettanti cofinanziati da Regione e Governo per creare una sorta di commercio elettronico per la siderurgia in società con la Sidernet Com, in grado di occupare oltre duecento addetti.

La notizia suscitò scalpore e vide l’entusiasmo dei parlamentari della zona, Enrico Pelella e Gianfranco Nappi, nonché del sindaco Cucolo, di Antonio Bassolino e dell’assessore regionale all’industria, Gianfranco Alois, venuti appositamente a Torre Annunziata per celebrare il nuovo rinascimento dell’antica fabbrica siderurgica, annunciando la firma di un contratto di programma e sancendo la disponibilità del governo regionale a rischiare su quest’area.

Bisognava attendere poco, soltanto il 4 maggio, il tempo di dare al Cipe la possibilità di poter deliberare sui finanziamenti da concedere al nuovo progetto. Il Presidente doveva crederci in questo progetto se si era spinto a dichiarare di credere più nei Contratti di programma, le cui procedure si presentavano facili e soprattutto rapidi, rispetto ai Contratti d’area, rivelatosi farraginosi, inutili e superati.37

Gli operai attesero, ma quando la data fatidica passò e nulla accadde, entrarono in sciopero, spinti dal mancato pagamento dei salari bloccati dalla solita crisi finanziaria.

E al posto della Sidernet e dei 110 miliardi, dopo la consegna a luglio dei libri in tribunale arrivò il 19 settembre la dichiarazione di stato di insolvenza e la nomina di un commissario straordinario il successivo 14 novembre.

Una crisi profonda e senza soluzione, se non con un’effettiva riconversione della produzione verso settori maggiormente rispondenti alle nuove esigenze di mercato.

La risposta trovata sembrava giusta, un contratto di programma per dare vita ad un progetto faraonico, ma ancora una volta ci si trovò di fronte all’ennesima bufala, la solita, effimera bolla di sapone sparata non si sa bene da chi, né perché.

O forse c’erano verità nascoste, rimaste tali all’opinione pubblica.

I mesi trascorsero senza novità e il Cipe era sempre più silenzioso, come zittirono i tanti protagonisti dei riflettori accesi, lasciando nella disperazione quanti avevano creduto nel miracolo.

A luglio gli amministratori aziendali portarono i libri in tribunale chiedendo l’amministrazione straordinaria per tentare di fare fronte al debito accumulato di circa 80 miliardi di lire.

Come sempre accade, ai debiti si aggiungevano, in una specie di catena senza fine, la mancanza di materie prime, i ritardi sempre più lunghi nel pagamento degli stipendi e le inevitabili proteste operaie, sempre più aspre, più dure, più rabbiose e spesso sconfinando nella illegalità.

Questo tipo di lotte, di proteste estreme avevano caratterizzato un’intera stagione e si erano andate sempre più intensificando nella prospettiva di una speranza, ormai spezzata. Ma il colpevole ancora una volta non era il destino cinico e baro, il territorio difficile, gli operai eccessivamente ribelli, poco inclini all’obbedienza, la camorra invasiva, le banche esose, le altre mille difficoltà, pur presenti, come tutti sapevano e nessuno ignorava, no, i colpevoli peggiori, quelli veri erano quanti consideravano il territorio una terra di conquista, di facili ambizioni, di successi garantiti senza grande fatica, di affari da fare e scappare.

E quando questo non era, vinceva l’ignavia, la rassegnazione, il pregiudizio, l’incapacità di coloro chiamati a risolvere i problemi altrui senza averne le capacità, la professionalità, o forse era soltanto l’indifferenza al destino altrui, il vuoto dentro di sé, l’inutilità dell’essere e del credere in un mondo diverso, se non migliore, in una parola era il Sud dei vinti, dei perdenti, l’inutile Sud che vinceva in negativo su tutto e su tutti.

Il 1° marzo del 2001 la Camera del Lavoro di Torre Annunziata aveva festeggiato i primi cento anni della sua esistenza con un convegno al cinema Politeama gremito di lavoratori e di giovani.

A tenere la relazione introduttiva era stato, Raffaele Scala, l’ultimo segretario di quella struttura camerale, a sua volta un ex per averla lasciata in ottobre, dopo averla diretta dal 1994 al 2000, senza che la struttura provinciale della Cgil nominasse un successore.

Nella sua relazione furono ripercorsi i tratti salienti della lunga storia del movimento operaio torrese, Dalle lotte dei mugnai e pastai al Contratto d’area, recitava il titolo del convegno e come ben riprese nelle sue conclusioni Carlo Ghezzi, segretario nazionale, responsabile organizzativo della Cgil.

Erano presenti figure storiche della Camera del Lavoro di Torre Annunziata, da Salvatore Staiano e Angelo Abenante, dirigenti degli anni ’50, ai vecchi militanti passati attraverso il fuoco delle Commissioni Interne, dei Consigli di Fabbrica e infine delle Rsu, le moderne Rappresentanze Sindacali Unitarie, decenni di vita sindacale sulle spalle come Pasquale Fiorillo, classe 1928, lavoratore dei manufatti in cemento, iscritto alla Cgil dal 1957, e tanti altri e per ognuno un ricordo.

Una giornata diversa, per distrarsi dalle mille preoccupazioni senza fine per rituffarsi nella crisi del contratto d’area, nella disperazione dei lavoratori dell’Ilva Pali Dalmine, dell’Ice e ben presto anche di altre, come la Metalfer Sud, la più solida tra le aziende insediatosi sul territorio, almeno così sembrava, lo stabilimento con più operai, ben 103, quasi tutti ex della defunta Tubi Dalmine.

E invece proprio la Metalfer cominciò a perdere colpi, aprendosi ben presto lo spettro della cassa integrazione per almeno 35 operai, preannunciata in novembre per il successivo gennaio 2002 per carenza di commesse.

Fra tante tragiche notizie, sembrava maturarne qualcuna positiva sull’area Deriver, acquisita dalla Tess nel dicembre del 2000 e sulla quale tanti sembravano voler investire, ma nessuno concretamente, come avevano dimostrato i diversi imprenditori e consorzi d’imprese fattosi avanti in quei mesi.

La Tess per allargare la platea degli interessati aveva pubblicato un bando pubblico per raccogliere manifestazioni d’interesse e tra le tante pervenute, una era emersa sulle altre e riguardava un insediamento produttivo per realizzare piccole e medie imbarcazioni da diporto, con la possibilità di creare 300 nuovi posti di lavoro.

La proposta di Cataldo Aprea e Salvatore Pollio, imprenditori di Sorrento, riaccese da subito nuove speranze perché furono tra i pochi, forse gli unici, tra quanti erano sbarcati da colonizzatori su Torre Annunziata a dichiarare da subito di non essere interessati ad ottenere finanziamenti pubblici, ma di avere la necessità immediata di uno sbocco a mare per produrre i loro gozzi sorrentini da sedici metri, tempo da perdere non ne avevano e quindi o l’affare si faceva subito oppure addio per sempre.38

In agosto la notizia di un nuovo socio nella società Apreamare riaccese nuovi entusiasmi e la certezza di non trovarsi di fronte, finalmente, faccendieri improvvisatosi imprenditori, in cerca di facili guadagni.

La prova della serietà dei nuovi imprenditori venne a novembre, quando fu stipulato il compromesso in cui si prevedevano sessanta miliardi d’investimenti nell’area Deriver per realizzare il polo nautico, con l’amministrazione comunale, una volta tanto impegnata seriamente a non creare ostacoli di sorta ma a favorire quanto più possibile la riuscita del progetto, accelerando le autorizzazioni necessarie per il rilascio delle diverse concessioni, fino all’acquisto definitivo dell’ormai ex stabilimento Deriver nel febbraio 2002 per 7,5 miliardi di lire. I lavori di bonifica dell’area cominciarono praticamente subito, affidando i lavori a un’impresa di Pompei, la Ca.Vi Costruzioni.

Dal governo arrivava intanto la notizia di un possibile secondo protocollo aggiuntivo al contratto d’area, da riservare ai comuni più piccoli entrati nella Tess, ma esclusi dai primi progetti, come, Gragnano, Sant’Antonio Abate, Santa Maria la Carità, Pompei, Boscoreale, Boscotrecase e Trecase.

Verso questi comuni si rendevano disponibili ottanta miliardi, poi raddoppiati in sede d’approvazione definitiva del Protocollo, per creare nuovi insediamenti produttivi. 

Nella stessa Tess si discuteva di un allargamento della Società ad altri comuni, come già ambiva da tempo, Carlo Trevisan, interessato a rivedere i rapporti tra la politica e la gestione economica della società, trasformandola in un’Agenzia di sviluppo del territorio.

La proposta di allargare l’area al Miglio d’Oro trovò fortemente contrariato il sindaco di Torre Annunziata, preoccupato di trovarsi di fronte a problemi moltiplicati da una gestione non controllabile in presenza di troppi soggetti intorno allo stesso tavolo, per dividersi risorse sempre più ristrette. 

Al fianco del manager si schierarono da subito i tre segretari provinciali di Cgil Cisl Uil, Michele Gravano, Alfonso Amendola ed Enrico Cardillo, pur con qualche distinguo, cogliendo da subito le novità intrinseche nella proposta di Trevisan, come favorevoli furono il sindaco di Castellammare, Catello Polito e il deputato diessino, Salvatore Vozza, isolando il sindaco e presidente della Tess, Cucolo.

Del resto favorevoli all’ingresso nella Società di Promozione e a un allargamento del territorio di competenza, consapevoli delle nuove potenzialità, erano gli stessi diretti interessati al dibattito, dal Presidente del Miglio d’Oro, Angelo Pica, ai sindaci dei quattro comuni del Patto.39

A movimentare la vita già travagliata della Tess arrivarono le polemiche da parte dell’Unione dei Comuni dei Monti Lattari, nata nel febbraio di quel 2001, la prima costituitasi in Campania, e formata dai sei comuni di Gragnano, Lettere, Pimonte, Casola, Sant’Antonio Abate e Santa Maria la Carità. Ad accendere le micce fu il sindaco di Gragnano, Michele Serrapica, attaccando i vertici societari, accusandoli di favorire unicamente i due principali soci, Castellammare e Torre Annunziata.

Poneva quindi alcune condizioni: cambiare il nome della società perché TESS, acronimo di Torre e Stabia Sviluppo, non teneva conto dell’allargamento dell’area e cambiare la presidenza, da sempre nelle mani dei soci maggiori, pena la nascita di una nuova società più consona agli interessi della neonata Unione dei comuni sulla quale insisteva una popolazione di 75mila abitanti.

A rinfocolare le polemiche furono alcune indiscrezioni secondo le quali per la Regione questi piccoli comuni non avevano i requisiti per accedere ai finanziamenti stanziati dal secondo protocollo aggiuntivo per carenza d’aree e d’imprenditori disponibili a scommettere sul territorio.

Quando poi la stessa Regione entrò come socio della Tess con propri rappresentanti nella gestione diretta, l’Unione dei Comuni gridò allo scandalo, accusando di politicizzazione l’agenzia di promozione industriale. Non a caso, secondo alcuni, la Regione, Castellammare di Stabia e Torre Annunziata erano amministrati dal Centro sinistra, avevano quindi interessi in comune, in contrasto con l’Unione le cui amministrazioni erano rette dal Centro destra.[40]

Le elezioni generali del giugno 2001 avevano, tra l’altro, provocato un vero e proprio terremoto politico con la sconfitta del centro sinistra a livello nazionale e il ritorno di Silvio Berlusconi alla guida del governo.

A livello locale le ripercussioni ci furono con la mancata conferma dei deputati locali della sinistra, Salvatore Vozza e Gianfranco Nappi nei collegi di Castellammare di Stabia e Torre Annunziata, sconfitti dal sindaco di Sant’Antonio Abate, Gioacchino Alfano e da Ciro Falanga.

Per il centro sinistra era eletto soltanto il senatore della Margherita, Giuseppe Scalera, la cui candidatura, tra mille polemiche, aveva soppiantato l’uscente Enrico Pelella, dopo due legislature vissute nella trincea dell’area torrese stabiese, mentre nel collegio senatoriale stabiese, Aniello Di Nardo, Udeur, era sconfitto dall’ex magistrato antimafia, Luigi Bobbio, esponente di Alleanza Nazionale.

Intanto le ipotesi sulla nuova Tess andavano concretizzandosi con l’ingresso dell’ente Regione nella Società di promozione Industriale, la sua trasformazione in Agenzia Regionale di Sviluppo locale e l’allargamento dell’ambito territoriale fino a San Giorgio a Cremano, inglobando, di fatto, l’ormai ex Miglio d’oro.

Tra le prime conseguenze del terremoto politico ci fu la ventilata ipotesi, dopo alcuni mesi di silenzio, della sostituzione di Trevisan alla guida della Tess, con Salvatore Vozza.

Le dimissioni di Trevisan arrivarono puntuali, il 7 gennaio 2002, dopo alcune indiscrezioni e polemiche sulla stampa e la contemporanea elezione dell’ex deputato come Amministratore delegato di Torre e Stabia Sviluppo, una sigla, di fatto, ormai superata dagli eventi.

Per Carlo Trevisan si preparò una consulenza nell’Ilva Pali Dalmine, azienda posta in amministrazione controllata ormai da diversi mesi, dopo le pietose fantasie su un suo improbabile rilancio con progetti e miliardi rimasti sulla carta.

Il nuovo manager della Tess si ritrovò da subito, a parte le furiose polemiche politiche sulla sua nomina, a fronteggiare la rivolta dei sei comuni dell’Unione dei Monti Lattari, i quali chiedevano a gran voce di entrare come soci alla pari nella nascente Agenzia.

E come se non bastasse, arrivava la nuova definitiva crisi dell’Ice, l’industria di costruzioni elettriche di Torre Annunziata. Mentre la diatriba con i sei comuni dei Monti Lattari fu chiusa con l’ingresso nel Consiglio d’Amministrazione della Tess di Michele Serrapica, sindaco di Gragnano e Presidente dell’Unione, più complessa fu l’altra vertenza.

La nuova improvvisa chiusura dell’Ice nei primi giorni di gennaio riaccesero i riflettori sulla fallimentare reindustrializzazione dell’area e tenuta viva dalle continue proteste degli operai, privati del lavoro e in seguito preoccupati per il ritardo con cui il Ministero del lavoro approvava i decreti di cassa integrazione concessa per il fallimento dell’azienda.

Ma se per l’Ice si trattava in qualche modo di certificarne soltanto la morte, più difficile era la crisi apertasi da tempo nella Metalfer, l’impresa di carpenteria metallica, mostratasi, da subito, apparentemente la più vitale con programmi, finanziamenti e imprenditori seri, disponibili a investire su Torre Annunziata.

Non a caso, fra gli operai più smaliziati e più addentro alle questioni sindacali della ex Tubi Dalmine, vi era stata una rincorsa per essere assunti dalla Metalfer e non dalle altre di cui si conosceva, sia pure approssimativamente, proprietà e tipo di produzione ancor prima del loro insediamento sull’area industriale.

Poi arrivò la doccia fredda di una cassa integrazione per 33 dipendenti sui 108 complessivi in organico, seguì la mancanza di liquidità per pagare gli stipendi, le prime proteste operaie, la messa in cassa integrazione di altri operai con l’impegno di far ripartire la produzione al più presto.

Un tranquillante durato meno di un anno, fino a quando nel dicembre del 2003 non ripartirono gli scioperi, con assemblee e occupazioni dei binari delle Ferrovie dello Stato e del comune, mentre da più parti si paventava un nuovo clamoroso fallimento, dopo quello dell’Ice del febbraio 2002.

Una riunione in Task Force nei primi giorni di gennaio del 2004 sembrò scongiurare il pericolo con la promessa di un nuovo socio disponibile a metterci idee e denaro in una parziale riconversione industriale dell’azienda.

Intanto gli operai restavano senza stipendi, provocando nuove rabbiose reazioni, paralizzando la città con le loro azioni di protesta incontrollate.

Gli operai aspettavano impegni precisi, ma dai palazzi della politica arrivavano soltanto promesse non mantenute, cambiali continuamente scadute senza essere pagate da nessuno, obbligando i lavoratori della Metalfer a continue esagitate agitazioni sempre più violente.

Le manifestazioni e gli scioperi s’intrecciavano con le altre vertenze aperte dell’Aticarta di Pompei e della stessa Ilva Pali Dalmine anch’essa invischiata in parole senza fatti.

Nella Ipd, la cura attuata dall’ormai ex manager, Carlo Trevisan sembrava dovesse dare i suoi frutti, gli stipendi si pagavano regolarmente, mentre si cercavano nuovi imprenditori disponibili ad accasarsi nell’ex città industriale, ormai trasformata nella Città dei disoccupati, una città morta, come ebbe a intitolare un quotidiano nazionale.41

Ma i mesi passavano e la scadenza dell’amministrazione controllata si avvicinava inesorabilmente senza far maturare nuovi frutti positivi. Il rischio del definitivo fallimento diventava ogni giorno più concreto.

La soluzione sembrò arrivare, quando ogni speranza era ormai alle spalle, con l’acquisto dell’Ipd nei primi giorni di luglio da parte della Tecnopali di Parma, dando vita alle Officine Torresi e l’assunzione di 45 dipendenti su 86.

Dei rimanenti 41 sarebbe stato compito della Tess trovare una soluzione occupazionale. Contemporaneamente un’altra società, la Dipiùdi Ambiente, di proprietà del Presidente del Siena Calcio, il napoletano Paolo De Luca, dopo aver acquistato l’Avis si apprestava a mettere le mani su Torre Annunziata, rilevando l’altro ramo dell’ex Ipd, il Centro Acciai, già denominato Manufatti Stradali con 52 dipendenti.

Il nuovo imprenditore s’impegnava ad assumerne a scaglioni soltanto 25 operai, tra il 1° luglio e il 1° settembre. Per i restanti 27 dipendenti solo una vaga promessa di ricollocazione da parte dello stesso imprenditore.

L’autunno divenne subito caldo a Torre Annunziata con i circa cento operai rimasti fuori dai cancelli della ex Ipd divisi tra Manufatti Stradali, la neonata Officine Torresi e l’ex Ice per i quali gli impegni assunti non erano stati mantenuti.

L’inferno divampò tra blocchi autostradali e occupazione del municipio, tra la fine di settembre e l’inizio d’ottobre 2003, mentre in novembre si occupavano i capannoni dell’ex Centro Acciai. Da qui l’intreccio con le altre lotte in corso, rendendo la città di Torre Annunziata ancora più invivibile, se possibile.

Senza soste le lotte, in particolare della Metalfer e dell’Aticarta di Pompei, si protrassero, senza soluzione di continuità, con iniziative sempre nuove e originali per attirare l’attenzione su di loro dell’opinione pubblica. Così mentre i lavoratori della Metalfer occupavano i binari dell’autostrada, il palazzo comunale, salivano sui capannoni dello stabilimento, minacciando il suicidio, attraversavano in corteo la città bloccando per ore il traffico cittadino, nella vicina Pompei si manifestava non solo con scioperi e cortei ma si arrivò perfino a occupare il santuario caro a Bartolo Longo per attirare la solidarietà della stessa chiesa.

Il vescovo, Carlo Liberati, non si fece pregare molto e fu pronto a mettersi alla testa degli operai, non esitando a denunciare sulla stampa quanto accadeva, partecipando ai cortei e promuovendo preghiere pubbliche.

Non vedendo soluzioni, gli operai della gloriosa cartiera arrivarono a proclamare lo sciopero della fame nel giugno del 2005.

Le iniziative istituzionali non mancavano e riunioni in municipio, alla provincia, in Prefettura, in Regione e alla stessa Task Force si susseguivano, con la partecipazione dei rappresentanti della proprietà, la milanese Reno De Medici, impegnatosi fin dall’acquisto, avvenuto nel lontano 2001 dall'Eti, a rilanciarla sul mercato con proposte alternative.

La stessa proprietà aveva proposto di utilizzare l’area per installarvi un termovalorizzatore, ma la bocciatura da parte della Regione aveva messo tutto a tacere. Successivamente si era parlato di un polo conserviero da parte di un imprenditore di Sant’Antonio Abate, ma anche questo progetto sembrò abortire sul nascere.

Il tempo implacabile portò in luglio la comunicazione della procedura di licenziamento da completarsi inevitabilmente entro il 18 ottobre, data di scadenza dell’ultimo periodo di cassa integrazione straordinaria. Il 23 settembre si aprì improvvisamente uno spiraglio, firmando al Ministero delle Attività produttive un Protocollo d’Intesa tra i diversi soggetti, istituzionali e privati, per la riconversione industriale dell’area, lanciando, a cura della Regione e del Comune, un avviso pubblico per la raccolta di manifestazioni d’interesse da parte di quanti fossero interessati a localizzare attività produttive.

Ma il 7 novembre, data di scadenza del bando, nessuno si presentò con progetti e programmi, costringendo le istituzioni a prorogare alla fine del mese la proposta d’acquisto. Nel frattempo ai lavoratori era stato concesso un ulteriore periodo di cassa integrazione con scadenza 17 giugno 2006.

Più articolata la lotta degli 86 lavoratori della Metalfer, non disponibili ad arrendersi, neanche dopo la dichiarazione di fallimento, trasmessa il 26 ottobre 2005 dalla sezione fallimentare del Tribunale di Torre Annunziata.

Alle organizzazioni sindacali rimaneva solo da chiedere corsi di formazione alla Tess, per un minimo di sussidio economico in attesa dell’approvazione della nuova cassa integrazione, stavolta non per crisi aziendale ma per fallimento, una procedura già di per sé farraginosa e dai tempi lunghi. Tempi troppo lunghi per tutto, come le promesse mai mantenute, troppo per gente disperata non più disponibile a sopportare.

Come sempre la rabbia operaia si riversava sull’istituzione più vicina, la più indifesa, quella dove risiedevano gli amministratori locali e così ancora una volta, come sempre, il 28 novembre si arrivava all’ennesima occupazione del Municipio e bloccando successivamente, il 6 dicembre, le arterie principali della cittadina, fino a chiedere lumi allo stesso Presidente del Tribunale, senza ovviamente trovarli.

L’esasperazione per la mancanza di risposte risolutive trovò nuovi sbocchi il 9 gennaio 2006, quando i lavoratori esasperati fecero irruzione nella stanza del sindaco, l’avvocato Luigi Monaco, eletto nelle ultime amministrative dell’aprile 2005, vincendo al ballottaggio con il 72,5% contro il candidato del centro destra, il farmacista Nazario Matachione.

Monaco nella prima tornata elettorale del 3 aprile si era fermato a un rocambolesco 49, 9%, non riuscendo a vincere al primo turno per soli 17 voti, mentre il suo principale avversario non era andato oltre il 14, 9%.

Nella vicina Castellammare intanto si avvicinavano le elezioni amministrative del 26 maggio 2002 e a Catello Polito, non più disponibile a ricandidarsi, subentrava la candidatura di Ersilia Salvato, esponente di spicco della sinistra stabiese, rientrata nella casa madre dei Democratici di Sinistra dopo le vicissitudini vissute nei partiti nati dalla scissione del 1991. Salvo uscirsene successivamente, sbattendo clamorosamente la porta.

L’ex Vice Presidente del Senato vinse con il 53,3% al ballottaggio del 9 e 10 giugno contro l’esponente di centro destra, Antonio Bonifacio, Popolare ribelle passato in campo avverso dopo aver perduto la sfida per la candidatura a sindaco nella coalizione del Centro sinistra contro la stessa Salvato.

Come avesse governato e cosa si poteva aspettare dalla futura primo sindaco donna di Castellammare, se ne accorsero da subito, ancora in campagna elettorale, gli stessi alleati e perfino i compagni di partito, i primi a essere attaccati dalla irruente ex senatrice, mettendo sotto accusa la precedente amministrazione di Catello Polito.

Da sindaco si guadagnò da subito il titolo di Signora di ferro, varando una Giunta senza tenere conto delle esigenze dei partiti alleati e provocando il primo di una lunga serie di strappi con Rifondazione, Verdi e Udeur. In Giunta fece il suo ingresso Alfonso Natale, segretario provinciale della Cgil, quale premio del suo personale impegno nella dura campagna elettorale e a riconoscimento di una quasi trentennale amicizia, ma consolidatasi negli ultimi anni.

Nel luglio del 2003, Natale lascerà la giunta per assumere la presidenza dell’Azienda di Mobilità, carica mantenuta fino a settembre del 2005, quando sarà costretto a lasciare a seguito delle stesse dimissioni del Consiglio d’Amministrazione, su pressante richiesta del nuovo sindaco, l’amico e compagno di sempre, Salvatore Vozza, diventato avversario politico ed ex amico.

L’amministrazione di Ersilia Salvato fu caratterizzata da un carosello di dimissioni, date periodicamente dallo stesso sindaco e da gruppi di consiglieri della stessa maggioranza, salvo puntualmente farle rientrare, nomine a sorpresa come quella di Anna Maria Carloni, la compagna del Presidente della Regione Campania, Antonio Bassolino, chiamata a dirigere l’assessorato al Bilancio, scontri infuocati con i dirigenti del suo stesso partito, fino alla scioglimento del 30 aprile 2004 a seguito delle dimissioni di 18 consiglieri di cui 11 della maggioranza, stanchi di un sindaco indisponibile a rendere conto del suo operato agli stessi alleati, che non rispondeva a nessuno se non alla sua idea di governo della città, fuori dai partiti, contro di essi.

La Salvato amava cercare consenso e legittimazione nei quartieri cittadini, programmando riunioni popolari per ascoltare e dire la propria.

Non si tirava indietro di fronte a gesti eclatanti, come quando fece sventolare la bandiera della pace dal balcone di Palazzo Farnese, attirandosi le ire di Palazzo Chigi alla vigilia della marcia nazionale della pace del febbraio 2003 contro la guerra in Iraq.42

Dopo lo scioglimento del consiglio comunale, quella stessa estate, fonderà un movimento, Città Libera, preparandosi alle nuove elezioni per candidarsi a sindaco con una lista civica, con chi ci stava, contro i mestieranti della politica.

Sperò, nonostante tutto, fino all’ultimo, sull’appoggio dei Democratici di Sinistra e grande fu la sua delusione quando nel gennaio 2005 i Ds scelsero Salvatore Vozza.

Si tentò una mediazione per recuperare l’ex sindaco e riportarla nell’alveo della coalizione di centro sinistra, mentre si aprivano tra i partiti alleati nuovi scontri su chi doveva essere il candidato a primo cittadino.

Il nome di Vozza non trovava unanimi consensi, né nella coalizione, né nel suo stesso partito, dove ben presto si aprì un feroce dibattito senza esclusioni di colpi tra varie candidature, tra cui prevaleva Alberto Irace, giovane rampante leader dell’ala riformista da sempre contrapposto a Salvatore Vozza, capo riconosciuto della sinistra.

A rompere ogni dubbio su chi doveva essere il candidato sindaco intervenne lo stesso segretario nazionale dei Democratici di Sinistra, Piero Fassino, dando al Presidente della Tess il suo benestare. E perché non ci fossero dubbi, il 25 febbraio lo fece eleggere nella direzione nazionale del partito, dopo essere stato eletto, insieme alla Salvato, nel Consiglio nazionale.

A contendersi la carica di primo cittadino furono cinque candidati, ma Salvatore Vozza sorretto da ben 10 partiti, vinse al primo turno sbaragliando gli avversari con il 53% dei consensi.

Al secondo posto si piazzò Ersilia Salvato con il 29,4% di consensi, mentre il Centro Destra con Ida Scarpato, candidata dell’ultimo minuto in sostituzione di un dimissionario Luigi Bobbio, ex magistrato, sostituto procuratore, senatore di An, eletto nelle elezioni del 13 maggio 2001, raccolse soltanto il 12,4%.

 

 



1 La nuova sigla inventata dalle organizzazioni sindacali per sostituire i gloriosi Consigli di Fabbrica, ritenuti superati dal tempo, obsoleti. Un segno, forse involontario, del superamento della società industriale, sopraffatta da quella consumistica: non contava più il cittadino lavoratore, ma il cittadino consumatore. 

La Voce della Provincia del 14 febbraio 1998: Ritardi inaccettabili, art. di Raffaele Scala

3 La Voce della Provincia del 27 febbraio 1998: Non è solo una speranza, art. di Raffaele Scala

4 La Repubblica dell’8 aprile 1998: Contratto d’Area Torrese Stabiese, ieri la firma, di Ottaviano Ragone, l’Unità del 7 aprile 1998: Torrese-Stabiese, firma oggi, cfr. anche La Voce della provincia: Giorni di festa. Attenti ai facili entusiasmi di Raffaele Scala

5 Metropolis del 15 aprile 1998: Giallo sulle dimissioni di Cucolo, di Emanuela Cirillo

La Voce della Provincia del 24 aprile 1998: L’assalto dei famelici, art. di Raffaele Scala

Il Mattino del 22 novembre 1998: Il manager della Tess? Candidatura subita: Isabella è incapace, di Cinzia Brancati

8 La legge 488/92 è lo strumento attraverso il quale il Ministero delle Attività Produttive mette a disposizione delle imprese che intendano promuovere programmi di investimento, nelle aree depresse, agevolazioni sotto forma di contributi in conto capitale, a fondo perduto. Tali contributi sono erogati a copertura di investimenti che riguardano: nuova unità locale, l'ampliamento, l'ammodernamento, la riconversione, la riattivazione o trasferimento di unità locale, da avviare successivamente alla presentazione della domanda per spese in beni durevoli: acquisto del terreno, opere di edilizia, infrastrutture, acquisto macchinari e impianti, programmi informatici, brevetti. Ripreso da www.contributi.it

Il Mattino del 28 gennaio 1999, l’art. di Laura Cesarano: I due insediamenti al palo. TESS: troppi ritardi negli interventi e Il Denaro del 30 gennaio: Dopo quattro anni di lavoro nessun progetto al via.

10  Il Mattino del 4 febbraio 1999: Vicenda Tess, il sindaco replica al sindacato, di Laura Cesarano

11 Metropolis del 24 febbraio 1999, l’art. di Emanuela Cirillo, Area Dalmine. L’appello dei sindacati al Prefetto, la denuncia dei disoccupati del comprensorio. Assunzioni, l’ennesimo   flop

12 Il Mattino del 26 giugno 1999: C’è amianto all’Avis? Aperta un’inchiesta, art. di Cinzia Brancato

13 Corriere del Mezzogiorno del 10 giugno 1999: Ribaltone alla Tess art. di Paolo Grassi.

14 Corriere del Mezzogiorno dell’11 e 19 giugno 1999: TESS, l’ora di Trevisan e TESS, Trevisan è l’amministratore, entrambi firmati da Paolo Grassi

15 Il Sole 24 ore del 31 maggio 2000: PRUSST, progetti per 66mila miliardi

16  Il Mattino del 30 novembre 1999: Aticarta verso la vendita. In pericolo 300 posti, art. di Laura Cesarano

17 Il Corriere del Mezzogiorno del 17 dicembre 1999: TESS, l’ira di Trevisan: Ora basta, art. di Gimmo Cuomo. Vedi anche, sullo stesso quotidiano, il testo integrale della lettera inviata da Trevisan al Presidente della Regione, Andrea Losco e agli altri soggetti istituzionali, sindacati compresi.

18 Cfr. La Voce della Provincia, quindicinale di Torre Annunziata del 22 dicembre 1999, l’art di Raffaele Scala, Ma che faccia tosta! e la polemica su Metropolis del 29 dicembre tra il sindaco Cucolo e il Segretario della Camera del Lavoro di Torre Annunziata.

19 Il Sole 24 ore del 3 marzo 2000: Castellammare, il patto si blocca, art. di Vera Viola

20 Il Sole 24 ore del 9 marzo 2000: Fuga dalla burocrazia, art. di Barbara Fiammeri

21 Il Mattino del 16 marzo 2000: I vertici TESS denunciano: Troppi vincoli, più facile investire in Colombia e in altra pagina l’intervista allo stesso imprenditore sotto il titolo, Qui il modello veneto ve lo sognate, di Cinzia Brancato

22  Il Mattino del 7 aprile 2000: Il polo del pomodoro? Lo faccio in Arabia, art. di Rosa Palomba

23 Il Mattino del 14 aprile 2000: Crisi alla Zelis. Vertenza verso una schiarita

24 Il Mattino del 30 dicembre 2000: Ex Rosanova, arabi in fuga: è fallimento, di Michele Inserra

25 La Repubblica del 14 aprile 2000 l’art. Gli industriali. Senza progetti non investiamo, ma anche Il Mattino, stessa data, l’art. Ex Dalmine, ultimatum dagli industriali: Subito gli insediamenti o andiamo via.

26 Torre Annunziata avrà un secondo finanziamento nel 2003 di 10 milioni di euro per “interventi di recupero primario e secondario”, un contratto che diventerà operativo soltanto nell’estate del 2011 portando allo scoperto famiglie che occupavano gli appartamenti senza averne nessun diritto.

27  Il Sole 24 ore del 10 maggio 2000: Sbloccati i Contratti di quartiere, art. di Alessandro Arona.

28  Ibidem, 23 maggio: Sud, patti e contratti nel caos, di Barbara Fiammeri.

29  Cfr. Svimez, Rapporto 2000 sull’economia del Mezzogiorno, Il Mulino, edizione 2000, pag. 566 - 586

30 Il Sole 24 ore, 27 maggio 2000: Contratti d’area al capolinea, art. di Barbara Fiammeri. Dati aggiornati al 7 febbraio 2012 indicano in 1.303 i contratti d’area ed i Patti territoriali ancora vigenti e in 1.239.094.639,69 gli euro erogati dalla Cassa depositi e prestiti. Per quanto riguarda il 1° Protocollo aggiuntivo del Contratto d’Area Torrese stabiese, risultano erogati alla stessa data 49.195.488,85 euro per i sei progetti in corso.  Cfr. il sito del Cdp, Prodotti e servizi, situazione erogazioni.  

31 Ibidem, 23 giugno 2000: Il Sud incassa 2mila miliardi, art. di Barbara Fiammeri

32 Il Mattino del 25 febbraio 2001: Attentato all’ex fabbrica che diventerà albergo, di Giuliana Caso, Il Corriere del Mezzogiorno, stessa data: Castellammare, bomba nel cantiere dell’ex cementificio, di Gimmo Cuomo

33  Il Mattino del 2 giugno 2000: La Tess acquista l’area Tecnotubi: più vicino il parco Pompei – Oplonti, art. di Luisa Esposito

34 La Repubblica del 20 febbraio 2001: Per risistemare la costa dal porto alla foce del Sarno, art. di Patrizia Capua

35 Ibidem, del 18 febbraio 2001: Qui Consorzio per l’impresa che produce, di Luisa Esposito

36 Ibidem, del 24 marzo 2001: Ex Deriver tra impasse e polemiche, art. di Luisa Esposito

37  Ibidem Il Mattino del 17 febbraio: Industrie, la Dalmine si rilancia, art. di Pietro Perone e il Corriere del Mezzogiorno, stessa data: Concertazione, l’affondo di Bassolino, art. di Gimmo Cuomo

38 Il Mattino del 11 luglio 2001: Maestri d’ascia al posto della vecchia ferriera, di Rosa Palomba

39 Per l’intero dibattito sul futuro assetto della Tess e la sua trasformazione, cfr. i quotidiani tra dicembre e gennaio 2001, in particolare Corriere del Mezzogiorno, Il Mattino e periodici locali come Metropolis.

40  Il Mattino del 30 dicembre 2001: Tess troppo politicizzata, insorge l’Unione dei Comuni, di Francesco Fusco

41 La Repubblica del 12 agosto 2001: Benvenuti nella città morta, di Giantomaso De Matteis

42 La Repubblica del 13 febbraio 2003: Castellammare sfida Palazzo Chigi, art. di Ottavio Lucarelli

 

(Prima parte) All’origine del contratto d’area torrese stabiese (1991 – 1994)

(Seconda parte) Nascita e declino della Società di Promozione TESS

 

 

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