Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

La lunga durata dell’Italia come nazione

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Un luogo comune tanto diffuso socialmente quanto erroneo storicamente vorrebbe che l’Italia intesa quale popolo o nazione fosse una creazione dell’azione convergente del romanticismo ottocentesco e dei pensatori di quel secolo, Giuseppe Mazzini primo fra tutti, e dell’unificazione statale condotta nel secolo XIX.

Si tratta di un’impostazione volgare nell’accezione etimologica del termine, poiché difficilmente troverebbe il consenso degli specialisti che hanno esaminato la questione.

Sarebbe impossibile in questa sede riassumere il lungo ed articolato status quaestionis, la cui semplice sintesi richiederebbe da sola un’intera monografia, cosicché ci si limiterà a riassumerlo per sommi capi e con riferimenti ad alcuni autori di particolare importanza e significatività.

 

Sull’Italia antica un saggio meritatamente celebre è «Le origini culturali delle nazioni Gerarchia, alleanza, repubblica» di Anthony D. Smith.1

Egli rintraccia tre paradigmi basilari di nazionalità nell’Antichità: il gerarchico ovvero quello incentrato su d’una monarchia in cui il sovrano è un dio o l’intermediario fra gli dèi e la società, come in Egitto e Mesopotamia.

L’alleanza fra il dio ed il popolo attraverso un patto, che si ritrovava ad esempio nell’Israele antico ma che era abbastanza diffuso nel Vicino Oriente; la repubblica, che ha la sua massima espressione in Roma antica e nella sua res publica (nella duplice, intraducibile espressione di “repubblica” e “cosa pubblica” connessi fra di loro) la cui struttura ha continuato a persistere anche dopo l’instaurazione del principato, essendo sempre stata l’autorità stessa dell’imperatore limitata e temperata da quella del senato e dall’esistenza di un corpo giuridico anteriore e superiore a quello del princeps medesimo.

La metodologia adoperata dallo Smith rientra nel cosiddetto etnosimbolismo, che si pone nel contesto storiografico delle analisi sull’identità etnica a metà fra il primordialismo o perennialismo (per il quale le nazioni sarebbero sempre esistite e sarebbero la manifestazione storica di meccanismi psicologici ed esigenze sociali proprie della natura umana) ed il costruttivismo (secondo cui sarebbe il nazionalismo moderno ad aver creato le nazioni stesse).

Anche questo studioso ritiene che l’esistenza di etnie sia un fenomeno antropologicamente universale, ponendosi in ultima analisi sulle stesse posizioni del perennialismo, anche se lo tempera riconoscendo che questo dato di fondo si manifesta in una pluralità di forme storiche a seconda dei contesti.

Il nazionalismo in senso stretto non sarebbe la causa della nazione, bensì un effetto che è sorto in alcune civiltà (non tutte e non necessariamente) in seguito a processi culturali anzitutto simbolici, che avrebbero portato ad una politicizzazione accentuata di una appartenenza etnica preesistente.2

È d’interesse anche lo studio di un antichista, Aldo Schiavone, che s’incardina nel dibattito sull’identità nazionale italiana.

Schiavone afferma l’esistenza di una specie di sistema culturale portante di questa nazione, dato dalla comunanza della lingua, della religione, d’un corpus considerevole di consuetudini, d’idee e paradigmi culturali. Esiste quindi un carattere nazionale italiano, che è l’esito d’una stratificazione millenaria che può essere ricondotta nella sua genesi fino all’Antichità romana. Lo stato italiano sorto nel secolo XIX non deve essere confuso con il popolo in quanto tale.3

Anche dopo il collasso dell’impero romano d’Occidente continuò ad esistere una certa unità culturale ed etnica dell’Italia. Un affresco monumentale tutt’ora insuperato per quantità di fonti ed ampiezza d’analisi delle consonanze culturali esistenti in Italia nel Medioevo è naturalmente quello dell’abate modenese Ludovico Antonio Muratori.

Questi, grande studioso settecentesco ed alto esponente dell’indirizzo erudito ed antiquario della  storiografia, aveva esposto «il disegno di una visione storica della civiltà italiana», per cui «molto tempo prima che si ponesse la questione della legittimità di una storia politica unitaria d’Italia, il Muratori affermava la validità della storia della nazione culturale italiana».4

L’autore delle Antiquitates Italicae Medii Aevi, delle Rerum Italicarum Scriptores, degli Annali d’Italia con la sua sterminata raccolta di fonti poté provare l’esistenza di una nazione d’Italia come minimo già nel Medioevo.

L’idea di un’Italia intesa quale natio esisteva certamente anche nell’Alto Medioevo (periodizzazione storiografica abitualmente compresa tra la caduta di Roma e l’anno Mille circa), come ha sostenuto fra gli altri anche il grande storico Ernesto Sestan.

Il grande storico istriano inquadrava le “nazioni” nel periodo altomedievale in una prospettiva sia comparativa, sia di lungo periodo, poiché collocata quasi in modo  finalistico a quella che egli riteneva la tendenza di una nazione a dotarsi di un proprio stato.

Il Sestan difatti scorgeva proprio nelle caratterizzazioni istituzionali ciò che consentiva di rintracciare una continuità storica nazionale. Il punto è delicato e deve essere precisato.

Questi distingueva fra nazione e stato nazionale e non li identificava fra di loro sic et simpliciter, tuttavia era convinto che un’etnia avesse la propensione ad organizzarsi in una forma politica sua propria.

Lo studio degli elementi costitutivi, politici e giuridici, a ciò orientati (come l’esistenza del regnum Italiae altomedievale) diviene dunque traccia dell’esistenza di un popolo.5

Ma il giudizio di Sestan non è un caso isolato. Si prenda ad esempio il recente saggio «L'eredità di Roma. Storia d'Europa dal 400 al 1000 d.C.» di Chris Wickham, storico inglese docente di medievistica ad Oxford.

Egli scrive: «L’Europa non nacque nell’Alto Medioevo. Nel 1000, fatta eccezione per il debolissimo senso di comunità che univa i territori cristiani, nessuna identità comune univa la Spagna alla Russia, l’Irlanda all’impero bizantino […] Non esisteva nessuna comune cultura europea. Lo stesso deve dirsi, in relazione al 1000, per le identità nazionali.»6

Anche se non esisteva nell’Alto Medioevo alcuna “Europa” e la maggioranza dei popoli oggigiorno esistenti non vi erano, si davano tuttavia alcune eccezioni:

«Dobbiamo riconoscere che alcune di tali identità esistevano. Un buon esempio è dato dall’Inghilterra […] Gli Italiani avevano anch’essi il sentimento di una identità comune […] La separazione geografica il canale della Manica per gli Inglesi e le Alpi per gli Italiani – favorì il processo di identificazione nei due casi, come fu anche per gli Irlandesi […]». La nazione italiana pertanto esisteva già nell’Alto Medioevo, fra il 400 ed il 1000 d.C. circa.

«Per contro, Francia, Germania e Spagna (sia cristiana che musulmana) non potevano vantarne alcuna simile. I Danesi potrebbero averne avuta una, ma in tutta la Scandinavia ci sono buone prove solo per l’Islanda. Le regioni slave iniziavano appena a delinearsi come tali per esprimere una qualunque versione di identità».

Il Wickham ragiona da storico di vaglia e sa distinguere fra caso e caso, evitando indebite ed astratte generalizzazioni, rilevando l’esistenza di alcune nazioni nell’Alto Medioevo europeo, fra cui l’Italia, mentre altre quali Francia, Germania o Spagna, per non parlare di quelle slave con origini molto più recenti, erano assenti.

Spostandosi avanti nel tempo, anche fra i modernisti si ha consenso sulla presenza di una comunità nazionale italiana.

Un riferimento obbligato deve andare ad un celebre saggio di Federico Chabod, «L’idea di nazione», che sviluppa un esame comparativo tra i principali popoli d’Europa e le rispettive forme d’identità etnica.7

Lo Chabod notoriamente distingue fra il patriottismo, caratteristico d’Italia e Francia e che s’incentra sull’appartenenza culturale, ed il nazionalismo, tipico invece di Germania e Slavia e che enfatizza il ruolo della discendenza biologica.

Per ciò che qui interessa, lo storico valdostano ravvisava una lunga linea di continuità nei concetti di natio e patria approssimativamente dal tardo antico fino all’era moderna, in cui il primo era analogo a quello affermatosi alla fine del secolo XVIII sebbene più limitato per estensione e complessità delle valenze, il secondo invece già contrassegnato dalla ricchezza semantica, etica e sentimentale che sarà rintracciabile più tardi.

Sul Risorgimento permangono vitali le profonde ed originali riflessioni di Gioacchino Volpe, che trovarono il consenso, fra gli altri, di un Rosario Romeo. Numerosi sono i testi dell’illustre studioso abruzzese in cui egli ha esaminato la storia risorgimentale, ma spicca il famoso L’Italia in cammino, successivamente ripreso ed ingrandito in Italia moderna.8

L’illustre storico abruzzese era propenso ad elaborare costruzioni intellettuali d’ampio respiro e preferiva parlare di lungo Risorgimento ovvero di epoca del Risorgimento, collocando il processo d’unificazione nazionale italiana in un contesto cronologico e spaziale che travalicava sia il periodo 1815-1866 sia l’Italia.

L’Unità è stata per Volpe il coronamento di una serie di dinamiche innescatesi già alla fine del secolo XVII, quando la decadenza secentesca della penisola, che contrastava con la passata ed ancora recente grandezza, innescò una volontà di redenzione,  e che coinvolsero anche altri paesi europei.

Egli indicava quale data d’inizio simbolica del lungo Risorgimento la battaglia di Torino nel 1706, quando le forze dei coalizzati italiani e germanici schiacciarono un’armata del re Sole in quella che fu la peggior sconfitta francese sino alla battaglia di Lipsia nel 1814.

L’emergere del regno di Sardegna quale unico stato italiano con capacità militari nel secolo XVIII, prodromo al suo ruolo quale motore dell’unificazione nazionale in quello successivo, fu accompagnata in campo propriamente culturale e civile dall’intensa stagione dell’illuminismo settecentesco avutosi in tutta la penisola.

Gli indirizzi impressi dalla storia politica e quella culturale furono affiancati da quella economica e sociale, con trasformazioni nel tessuto dell’economia e della società italiane che esprimeranno le loro potenzialità successivamente.

Se per il Volpe il Settecento è stato un secolo di preparazione, lo spartiacque fra questo periodo ed il Risorgimento in senso stretto cade nel 1799 e nell’esperienza, brevissima ma assai intensa, della Repubblica Napoletana.

Il repubblicanesimo partenopeo fu assieme il coronamento e la fine della stagione del riformismo illuminista e l’apertura di un’epoca nuova in tutta Italia. Sebbene l’influsso della rivoluzione francese avesse avuto il suo peso, il Volpe sottolineava la sua originalità ed il suo scaturire da un percorso intellettuale autonomo, la filosofia e la giurisprudenza napoletane del ‘700 che a loro volta s’inquadravano nel contesto culturale italiano.

Lo storico abruzzese confermava la natura composita e molteplice dell’Italia al suo interno e la pluralità di tradizioni politiche ed anche di progetti d’unificazione ottocenteschi, tra unitari, federalisti, monarchici, repubblicani, neoguelfi etc.

Ma questo tessuto, per quanto fosse variopinto, era però strettamente intrecciato e aveva una base comune.

Il Volpe poteva così proporre un processo che dall’esistenza culturale, nell’accezione più ampia del termine, della nazione conduceva infine alla sua fondazione anche istituzionale e politica nel regno d’Italia.

Sebbene la sua ricerca storica si fosse concentrata sui secoli XVIII-XIX, questo studioso riallacciava l’aspirazione stessa all’unificazione dell’Italia ad un passato prossimo e remoto, all’Italia dei comuni e prima ancora a Roma antica.

La forza dell’idea di Roma e la sua memoria hanno concretamente, operativamente agito nella storia italiana, concorrendo a determinare la coscienza nazionale.

Uno storico particolarmente brillante anche nella storia della storiografia, Giuseppe Galasso, ha rinnovato ed integrato l’esegesi del Volpe, armonizzando i due poli, solo apparentemente opposti, della nazionalità italiana e della molteplicità interna, poiché l’unità etnica dell’Italia non deve essere concepita quale una massa indifferenziata, ma quale una famiglia di piccole patrie.9

Un paragone tratto dalla linguistica può aiutare a comprendere tale relazione specifica.

La teoria classificatoria dei dialetti italiani maggiormente seguita è stata formulata da Giovan Battista Pellegrini, che adotta l’italiano letterario quale parametro di valutazione e distinzione. Egli ha coniato la categoria di gruppo italo-romanzo con il quale s’intende il complesso delle diverse lingue locali dell’area peninsulare ed insulare che hanno adottato da tempo quale propria lingua scritta l'italiano.

Esso poi si suddivide ulteriore in cinque sottogruppi: italiano settentrionale; friulano (detto anche ladino-friulano), toscano (detto anche centrale), centro-meridionale, sardo.

Ogni gruppo poi si divide in altri gruppi più piccoli e così via, in un gioco di scatole cinesi.

Ad esempio, all’interno del sottogruppo centro-meridionale si distingue fra i seguenti sotto-sottogruppi: toscano, dialetti mediani, dialetti meridionali intermedi, dialetti meridionali estremi.

Il gruppo italo-romanzo deriva naturalmente dal latino, ma si distingue dagli altri ceppi di lingue neolatine che hanno avuto un’evoluzione linguistica differente, come ad esempio quello galloromanzo od il romeno. I singoli dialetti italiani sono quindi certamente diversi fra di loro, ma piuttosto simili fra loro ed appartenenti appunto ad una medesima famiglia glottologica. Inoltre tutti derivano dalla prima lingua nazionale italiana, il latino, cosicché la koiné linguistica non è un prodotto della varietà, ma l’opposto.

L’unità della lingua è dunque anteriore alla molteplicità delle differenziazioni locali.10

Analogamente, le “piccole patrie” d’Italia hanno abitualmente una caratterizzazione debole o proprio evanescente e risultano comunque di molto posteriori alla formazione della nazione italiana, tanto che nella migliore delle ipotesi si è potuto parlare per alcune di esse d’un imprinting addirittura rinascimentale, laddove per altre è posteriore ancora e settecentesco.11

Spicca per contrasto la lunga durata dell’Italia quale nazione, che può essere fatta risalire sino a Roma antica, risultando quindi bimillenaria, e che è alla base della stessa genesi delle “piccole patrie”, che sono si formate in un crogiolo etnico e culturale essenzialmente condiviso.

Si può concludere questa rapidissima disquisizione storiografica, che giocoforza ha dovuto trascurare moltissimi altri titoli ed autori, con la semplice osservazione che esiste un buon consenso nella storiografia riguardo all’esistenza di una nazione italiana. È banale constatare che le forme ed i modi in cui ha trovato espressione sono stati cangianti e mutevoli a seconda dei periodi storici, per cui, ad esempio, il binomio fra identità etnica e stato nazionale era inesistente nel Medioevo mentre diviene inscindibile nel patriottismo dei secoli XIX-XX.

Ma ciò che è storico risulta relativo per definizione, per cui è inevitabile in ogni fenomeno di tale natura che esso sia soggetto ad un divenire continuo. La permanenza d’una individualità nazionale d’Italia risulta però chiaramente rintracciabile in ogni epoca storica, dall’evo antico al Medioevo, sino all’era moderna e contemporanea. La metodologia etnosimbolica può quindi trovare applicazione felice in questo caso specifico.

 

 

 

Note

1 A. D. Smith, The ethnic origins of nations, Oxford 1986; traduzione italiana Le origini etniche delle nazioni, Bologna 1992.

2 A. D. Smith, The Ethnic Revival in the Modern World. Cambridge 1981, trad. it. 1984. Il revival etnico. Bologna.

3 A. Schiavone, Italiani senza Italia. Storia e identità, Torino 1998.

4 R. Morghen (a cura di), Nuove questioni di storia medioevale, Milano 1969, pp. 14, 15.

5 E.  Sestan, Stato e nazione nell’Alto Medioevo, Napoli 1994, soprattutto il cap. II, pp. 45-105.

6 C. Wickham, L'eredità di Roma. Storia d'Europa dal 400 al 1000 d.C. Roma-Bari 2016, pp. 8-9.

7 F. Chabod, L’idea di nazione, Bari 1961.

8 Cfr. G. Volpe, L’Italia in cammino, Milano 1927; Idem, Italia moderna 1815 – 1915, Firenze 1943. Sono utili anche Idem, Momenti di storia italiana, Firenze 1925, specialmente pp. 309-330; Idem, Principi di Risorgimento nel ‘700 italiano, in «Rivista storica italiana» f.1, 1936 relazione presentata al XXXV Congresso per la Storia del Risorgimento, Bologna 1935.

9  G. Galasso, L’Italia come problema storiografico, Torino 1981.

10 G. B. Pellegrini, Saggi di linguistica italiana, Boringhieri, Torino, 1975.

11 A. De Benedictis- I. Fosi-L. Mannori (a cura di), Nazioni d’Italia. Identità politiche e appartenenze regionali fra Settecento e Ottocento, Roma 2012, specialmente pp. 7-32.

 

 

Convegni

Eleonora Pimentel Fonseca a Napoli

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L'evento si terrà a Napoli all'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Palazzo Serra di Cassano sito in Via Monte di Dio, 14, il giorno

16 Ottobre 2019 alle ore 17:30

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Eleonora Pimentel Fonseca, la nuova biografia di Antonella Orefice

A dieci anni dalla pubblicazione de “La Penna e la Spada” la cui monografia “Eleonora de Fonseca Pimentel. Il mistero della tomba scomparsa” ha avuto nel tempo ben cinque diverse edizioni, la Casa Editrice Salerno pubblica una nuova biografia sulla protagonista femminile della Repubblica Napoletana del 1799 nel 220 anniversario della sua morte.

L’opera “Eleonora Pimentel Fonseca” è stata curata da Antonella Orefice che da anni si occupa e pubblica lavori di ricerca relativi a quel periodo.

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