Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

La grande tela di San Gregorio Magno del Cappellone di Manduria

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Si deve dare merito a Giambattista Arnò di esser stato il primo a segnalare la grande tela di scuola carracciana (o di copista del Carracci, il dibattito é ancora aperto) giunta in Città tra il 1788 ed il 1792.

All’epoca Manduria volava alto e, in appena quattro anni dalla posa della prima pietra, era stato completato il maestoso Cappellone, eretto in onore del Santo patrono: una cosa impensabile di questi tempi!

Non si badò veramente a spese e con il prezioso altare in marmo policromo lavorato a Napoli e le non meno preziose suppellettili (crocefisso argenteo e candelieri) fu commissionata la magnifica pala d’altare acquistata a Roma dalla solita, munifica donatrice, Marianna Giannuzzi-Corcioli.

Trascrivo le parole dello storico municipale:

«Marianna Giannuzzi…fece costruire il bell’altare in marmo, donò i candelieri di bronzo e l’artistico grande Crocefisso d’argento e per questo altare acquistò a Roma il quadro con San Gregorio in preghiera, copia molto bella di un quadro di Annibale Carracci (1560 1609), il famoso pittore della Farnesina. La tavola del Carracci, commissionata dal Cardinale Antonio Maria Salviati per l’altare della sua ricca cappella a San Gregorio al Celio, fu sottratta alla fine del settecento ed ora trovasi in Bridgewater House a Londra: quadro che da taluni critici moderni è ritenuto opera del Domenichino su disegno del Carracci.  

Il nostro quadro è sproporzionato all’altare, ma perciò non cessa di essere una pregevole opera d’arte. Anche nella cappella Salviati fu sostituito l’originale con altra copia, che a me sembra meno bella della nostra.»1

Fin qui la descrizione dell’Arnò, ancora attuale, a parte la notizia della esistenza del quadro originale presso la Bridgewater House di Londra.

In realtà le tormentatissime vicende dell’originale del dipinto non sono cessate con il furto a cui fa riferimento il nostro autore, perpetrato a danno della cappella romana dalle armate francesi del generale Bonaparte, verso fine ‘700.

Con l’occupazione di Roma del 1798, la pregevole tela, considerata tra le più belle della Città Eterna, prese il volo verso la Francia, dove avrebbe dovuto certamente arricchire qualche collezione museale della capitale transalpina.

Ma, giunta a Genova, il pittore italiano Vincenzo Camuccini (di scuola neoclassicista) riuscì a modificarne la rotta e portò la tela con sé in Inghilterra, dove la vendette, pare, a tale Lord Radstock. Da questo il dipinto  fu ceduto alla Bridgewater House di Londra, nelle cui sale fu per lungo tempo esposto.2

Nel corso del violentissimo bombardamento nazista di Londra del maggio 1941, la pala del Carracci andò, infine, distrutta in un incendio e, attualmente, ne esiste soltanto una sbiadita riproduzione fotografica in bianco e nero.

Nella Cappella Salviati di San Gregorio al Celio, invece, la tela fu sostituita con una copia di autore anonimo a pochi anni di distanza dalla “requisizione” napoleonica.

Del dipinto distrutto si annoverano oltre a quella romana altre tre copie: una a Cracovia in Polonia, l’altra a Beverly Hills nella collezione Karlsen, la terza realizzata da Agostino Masucci (1691-1758). Vi sono pure delle incisioni tra le quali quella dello svizzero Jacob Frey (1681-1752).

La copia manduriana (che sarebbe la quarta), giudicata –forse non a torto– dall’Arnò di qualità superiore a quella romana, finora è rimasta poco nota alla critica e, proprio per questo, merita maggiore fortuna.

 

                                  

Note 

1 G.B.Arnò, Manduria e manduriani, Scuola Tipografica Antoniana, Oria 1954.

2  Sulla tela cfr.  M.Guastella, Iconografia sacra a Manduria, Barbieri editore, Manduria 2002.

 

La tela di San Gregorio Magno del Cappellone di Manduria

 

L’originale londinese andato distrutto

 

La copia romana di San Gregorio al Celio

 

 

 

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