Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Dal cinema del Sud, una “lezione” sull'Eroe dei due mondi

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Ambientato nel 1922 in un piccolo paese della provinca italiana, il film Destinazione Piovarolo racconta le vicende del locale capostazione (Antonio La Quaglia, interpretato da Totò) e di un anziano garibaldino (Ernesto, interpretato da Ernesto Almirante), reduce della battaglia di Catalafimi ed ex trombettiere di Giuseppe Garibaldi.

Vedendo arrivare la morte, Ernesto indossa la divisa nella speranza di incontrare l'Eroe dei due mondi, tuttavia manca il capello, che il vecchio soldato chiede senza successo ad Antonio La Quaglia.

A Piovarolo giunge nel frattempo da Roma l'onorevole socialista Marcello Gorini, il quale domanda a Ernesto un piccolo favore, ovvero testimoniare che Garibaldi avrebbe detto: «Caro Nino, qui si fa l'Italia socialista, o si muore!».

Il ferroviere decide a quel punto di prestare all'anziano reduce la propria bustina, persuaso che così facendo Gorini si adopererà per farlo trasferire dall'odiato Piovarolo.

Anche all'onorevole popolare (centrista) De Fassi viene però la stessa idea.

Si precipita così a Piovarolo e chiede a Ernesto di correggere la celebre frase in questo modo: «Caro Nino, qui si fa l'Italia popolare, o si muore».

Poco dopo, socialisti e popolari giungono ad un'intesa e il grido diventa: «Caro Nino, qui si fa l'Italia socialista-popolare, o si muore».

L'accordo sembra ormai definitivo, quando arriva il 28 ottobre. L' Italia è ormai fascista e La Quaglia reclama un' ultima modifica, così da ingraziarsi le camicie nere per il trasferimento.

Il Nizzardo avrebbe detto: «Caro Nino, qui si fa l'Italia fascista (!) o si muore».

Ma Ernesto non potrà accontentarlo, perché è spirato.

Interpretato da un napoletano “doc” e girato da un pugliese, Domenico Paolella, Destinazione Piovarolo è un film del 1955, epoca in cui la memoria storica dell' Eroe dei mondi era molto più viva e presente rispetto ad oggi (erano, ricordiamolo, potenzialmente in vita anche testimoni diretti delle fasi risorgimentali e i loro diretti discendenti).

Non si può parlare, questo è vero, di una “fonte primaria”, ad ogni modo la collocazione temporale della pellicola annulla e rende assente quell'azione distorsiva dell'evento storico che oggi vorrebbe consegnare una narrazione inquinata dei fatti, con i garibaldini nelle vesti di criminali e borbonici e briganti nelle vesti di patrioti e illuminati.

Nel film si staglia, lo abbiamo visto, la figura di Giuseppe Garibaldi, leggenda assoluta e sopra le parte che tutti, dall'estrema sinistra all'estrema destra passando per il centro moderato e borghese, vorrebbero “tirare per la giacca”, anzi, per la giubba rossa, così da accreditarsi in una fase storica difficilissima come fu il 1922 italiano.

 

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